Luciano Bianciardi.

La battaglia soda.


1964 Rizzoli Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Basandosi sulla vita di un suo conterraneo garibaldino, Giuseppe Bandi, e su un suo libretto, Luciano Bianciardi ci fornisce un originalissima e personalissima interpretazione degli anni decisivi del Risorgimento italiano, quando la raggiunta unit nazionale vide cadere, nello stesso tempo, le speranze degli uomini migliori che ne erano stati i protagonisti. Lannessione piemontese del Sud, l'epurazione della parte azionista dei garibaldini, il brusco e inflessibile rappel  l'ordre, la tragedia di Custoza, dove tutti noi, e non soltanto i litigiosi generali piemontesi, fummo sconfitti.
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L'Autore.
Luciano Bianciardi (1922-1971) ha lavorato nel campo editoriale e giornalistico e tradotto importanti scrittori americani come Faulkner, Steinbeck, Miller e Bellow. Di Bianciardi si ricordano il suo esordio letterario, l'inchiesta in collaborazione con Cassola, I minatori della Maremma (1955), Il lavoro culturale (1957), Aprire il fuoco (1969), i saggi Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille (1960) e Daghela avanti un passo (1964). Bompiani ha pubblicato L'integrazione (1960), La vita agra (1967) e La solita zuppa (1994).
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 un po' come se, parlando dei garibaldini, Bianciardi parlasse dei partigiani. Come se, parlando di certi politici e di certi militari piemontesi, Bianciardi parlasse del potere democristiano. Come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, parlasse di una deviazione della Resistenza.
Emilio Tadini.
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INTRODUZIONE. di: Emilio Tadini.
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Con La battaglia soda, raccontando una storia ambientata nel passato della nazione, al momento della sua fondazione,  come se Bianciardi volesse contribuire a ristabilire i lineamenti di una identit italiana originaria.
Quando Bianciardi scrive questo libro, la liberazione dal fascismo, la fondazione del nuovo stato democratico, il duro contrasto fra destra e sinistra, l'inizio del predominio centrista-democristiano sono tutti fatti presenti, o il cui ricordo  ancora molto vivo.
Il fascismo aveva cercato di stravolgere l'identit della giovane Nazione - gi offuscata dalla mostruosa corruzione del regime parlamentare nella capitale. Il fascismo aveva abolito la libert dei cittadini - facendone dei sudditi - e aveva esaltato la figura dello Stato. Lo stabilirsi del predominio democristiano, poi,  tale da produrre i frutti che si manifesteranno agli occhi del paese ai tempi della sua caduta.
La battaglia soda  un romanzo storico. Nel secolo XIX, il romanzo storico - prima di scadere in una ostentazione di orpelli decorativi - si propone come epopea nazionale. E anche come una specie di pedagogia nazionale.
Per il Manzoni, il romanzo storico si d anche come una specie di alta inchiesta sul carattere nazionale, quale esso si era andato formando in secoli segnati dal dominio straniero - e da tutti i compromessi messi in atto dai dominati per adeguarsi alle esigenze di quel dominio in modo tale da ricavarne il maggior vantaggio privato possibile.
La figura che esce da I promessi sposi  in sostanza quella di un paese nel quale la regola delle istituzioni viene comunque soverchiata dal puro e semplice arbitrio del potere - grande o piccolo che sia.
La figura che esce da I promessi sposi  in sostanza quella di un paese nel quale la virt della carit cristiana prende il posto di una virt morale laica - e dunque del Diritto. Che nel paese, peraltro, ormai da secoli, non ha pi avuto n tradizione n prospettive.
Per Bianciardi, il romanzo storico si propone anche come analisi del momento in cui la Nazione, avventurosamente, si fonda - tra la spedizione dei Mille e la disfatta di Custoza. Per Bianciardi, si manifestano, qui, vecchi vizi italiani. E in un modo che sar determinante per quanto riguarda anche il futuro del paese.
Per Bianciardi, l'energia essenzialmente democratica che si fa sentire in modo addirittura emblematico nell'azione di Garibaldi, viene ostacolata e dispersa dalla resistenza del conservatorismo monarchico e clericale.
Tutto il racconto  attraversato dalle contraddizioni, dagli scontri, che si danno tra l'entusiasmo garibaldino e democratico del protagonista e l'ottusit conservatrice, strumento del potere, a cui si tengono i generali - soprattutto i generali piemontesi - che sono a capo del Regio Esercito. Che sono evidentemente contraddizioni, e scontri, che si danno fra due teorie della Nazione diametralmente opposte.
L'ambiente in cui si svolge la storia raccontata da La battaglia soda,  quasi sempre l'ambiente di un esercito, l'ambiente della vita militare. Il protagonista, dopo la sua esperienza con le formazioni garibaldine in Sicilia e nel sud della penisola, entra come ufficiale nell'Esercito italiano.
La storia, dal principio alla fine, si svolge dunque prevalentemente nell'ambiente militare. Cos, la struttura e il funzionamento di quel meccanismo ordinato e regolato che  l'esercito ci mostrano in atto le contraddizioni che agitano il corpo stesso, composito e movimentato, della Nazione. Ci mostra, Bianciardi, le tappe di una rivoluzione mancata.
Si manifesta qui, chiaramente, quale sia il legame che unisce il tempo storico raccontato all'attualit in cui vive lo scrittore - all'Italia del dopoguerra. La rivoluzione mancata del Risorgimento diventa quasi una trasparente allegoria per parlare della situazione italiana quale Bianciardi poteva vederla e giudicarla nella propria attualit, a pochi anni dalla fine della guerra e dalla Liberazione.
 un po' come se, parlando dei garibaldini, Bianciardi parlasse dei partigiani. Come se, parlando di certi politici e di certi militari piemontesi, Bianciardi parlasse del potere democristiano. Come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, parlasse di una deviazione della Resistenza.
Alla fine del romanzo, il protagonista  costretto a lasciare la carriera militare. E si d allo scrivere, per dar conto della sua esperienza - per dar conto di una esperienza esistenziale, in realt, quasi interamente ribaltata sul piano pubblico.
In qualche modo, il protagonista diventa una proiezione dell'autore. Nel passato attivo del protagonista, l'autore vede il proprio passato di politico praticante. Nella delusione del protagonista dopo il fallimento delle speranze nazionali nate con il Risorgimento, l'autore vede la propria delusione dopo il fallimento delle speranze sociali nate con la Resistenza. E da lui condivise appassionatamente.
Il protagonista, in qualche modo, continua la sua battaglia armandosi della scrittura.  la stessa cosa che ci mostra di voler fare lo scrittore.
Scrivendo un romanzo sul Risorgimento tradito, Bianciardi vuole tornare alle origini della contemporaneit italiana. Tornare al passato per meglio capire il presente. La storia come manifestazione delle regole di un gioco calcolabile di spinte e di controspinte, di azioni e di reazioni: di cause e di effetti. E di corrispondenze, naturalmente.
La scrittura, si  detto, come un'arma per intervenire nella vita della collettivit. Quale scrittura?
Ne La battaglia soda si pone, per Bianciardi, una vera e propria questione della lingua. La scelta del toscano, con un accento forte sul vernacolo, non  certo casuale, non  certo poco meditata.  una scelta che ha un senso preciso.
I legami con la terra e con l'ambiente d'origine sono molto importanti, per Bianciardi. Lo si vede anche ne La vita agra - che gi nel titolo si poneva in aperta contraddizione con il titolo, e il mondo, de La dolce vita.
Forse, nel film di Fellini, Bianciardi vede rappresentato tutto ci che lui rifiuta. Un mondo pieno di cose e vuoto di senso - in una grande Roma fuori della storia. Un mondo dove persino il Tragico non ha significato. Un Niente pullulante di figure esagitate ed esangui come fantasmi. Un mondo, in sostanza, che nel suo rifuggire, fiaccamente quanto ostinatamente, dal rischio di ogni contraddizione perseguita, finisce per prestarsi regolarmente al gioco del potere.
Il protagonista de La vita agra - in rapporto costante con il suo paese d'origine - vuole abbattere il simbolo del potere. In una Milano interamente risolta nella struttura dei rapporti del lavoro capitalistico.
Con il toscano della lingua in cui  scritta La battaglia soda, Bianciardi vuole manifestare prima di tutto - a fondamento di ogni senso del suo agire - una fedelt alle proprie origini. E prima di tutto alle proprie origini sociali.
Una illusione. La fede in una utopia. Come se la lingua potesse, da sola, ricreare il miracolo di specie di una innocenza sociale - politica - pi forte di ogni corruzione.
Forse la lingua nella quale  scritta La battaglia soda finisce per condurre il lettore di oggi in una specie di Arcadia. Una Arcadia fatta di frasi, di modi di dire, di vocaboli. Fatta di suoni.
Ma il fatto  che lui, Bianciardi, la sente sua, questa lingua. , potremmo dire, il primo valore cui lui fa riferimento. E la sua prima verit. E tanto pienamente e fortemente quella lingua gli appartiene, che lui si illude di poter trasmettere per suo mezzo al lettore, prima di tutto, la coscienza di un valore, di una verit. Ma forse quello che il lettore coglie, prima di tutto,  invece la pienezza e la forza di quella appartenenza. Dalla quale, in qualche modo, lui, il lettore, si sente escluso.
Va forse ricordato che un italiano non toscano  sovente portato, da quello che potremmo chiamare un istinto linguistico, a credere di essere in grado di percepire la presenza di un valore alto - il segno addirittura di una scelta iper-letteraria - in ogni espressione toscana, anche nella pi bassa, nella pi spontanea, nella pi popolare.
Si apre, qui, una contraddizione. Una contraddizione tra la fede di uno scrittore nella propria lingua - nella sua capacit di convincere suscitando emozioni - e la diffidenza del lettore che con quella lingua non ha dimestichezza.
Forse  proprio a causa di questa contraddizione che La battaglia soda finisce per sembrarci un testo intrigante, emozionante.
 come se Bianciardi volesse illudersi di farsi scrittore popolare proprio nel momento in cui, pi o meno coscientemente, si ritira, si ripara nel chiuso di una lingua del tutto particolare - per met ritrovata nella memoria, per met sapientemente ricostruita. Una specie di restauro applicato ad una archeologia domestica...
Si fa sentire, qui, l'ansia dello scrittore, la sua cura non tanto per la propria figura letteraria quanto per la propria sorte di uomo sospeso tra un mondo, originario, abbandonato, e un mondo acquisito, ostile - e non ancora conquistato.
C' nostalgia, in questo testo - in questa lingua illusoria eppure corteggiata pagina per pagina, riga per riga, parola per parola. Nostalgia per tempi e per entusiasmi lontani. Nostalgia per una dimensione dove non si dia separazione, dove ogni frattura, non soltanto privata, venga ricomposta.
 come se volesse parlarla, questa lingua, Bianciardi - prima ancora di scriverla. A volte, leggendo, ci sembra che l'autore voglia assaporarli nella sua bocca, i modi e le parole di questa lingua, prima ancora di pronunciarli.
 proprio l, in quella lingua mezza ricordata e mezza ricostruita, che Bianciardi spera di poter vedere apparire e farsi raggiungibile la figura della cosa - naturalezza, armonia, giustizia, sono tanti i nomi che potremmo dare a questa cosa - alla quale  legata e verso la quale si protende la sua nostalgia?
Emilio Tadini.
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CRONOLOGIA.
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1922-1931
Luciano Bianciardi nasce a Grosseto, il 14 dicembre, da Adele Guidi, insegnante elementare, e Atide, cassiere alla locale Banca Toscana. Fin dai primissimi anni la madre pretende da lui eccellenza negli studi (io sono stato suo alunno, prima che figlio, per la bellezza di trentadue anni.  come avere una maestra a vita, e le maestre a vita non sono comode) mentre il padre stabilisce con lui un rapporto di parit (mi diceva amico fin da quando ero bambino, e ogni volta ne ero orgoglioso). Nel tempo libero, Luciano studia il violoncello e le lingue straniere. Lettore accanito, a otto anni riceve in regalo il libro che amer di pi in assoluto per tutta la vita, I Mille di Giuseppe Bandi, la storia della spedizione di Garibaldi raccontata da un garibaldino: e per tutta la vita coltiver l'interesse e l'amore per il Risorgimento.
1932-1942
Compie gli studi a Grosseto, frequenta il Ginnasio e poi il Liceo Classico Carducci-Ricasoli. (Non trascorsi anni sereni: sgobbai perdutamente per diventare il primo della classe, e ci riuscii, senza peraltro capire niente di quello che studiavo. La retorica imperversava anche nell'insegnamento della letteratura italiana: il nostro professore ci spacciava per Omero la grancassa ottocentesca del Monti... I componimenti scritti erano poi la vera fiera dell'impudenza; non mi pare che fossero altro se non una crescente variazione di aggettivi roboanti sui medesimi temi.) Dopo la promozione alla terza liceo, decide di dare l'esame di maturit in quello stesso anno e
lo supera nella sessione autunnale. In novembre, non ancora diciottenne, si iscrive all'Universit di Pisa, Facolt di Lettere e Filosofia; frequenta le lezioni di Aldo Capitini, Guido Calogero e Luigi Russo, studia sodo, si fa qualche amico. (Ricordo tra di loro Umberto Comi e Nino Maccarone: parlammo insieme, specialmente con il secondo, piuttosto a lungo, ma non c'intendemmo, neppure dopo che ebbi scoperto l'esistenza del problema della giustizia, accanto a quello della libert. Non c'intendemmo perch, appunto, la mia fu una scoperta tecnica, una deduzione che avevo svolto con l'aiuto e sotto il controllo di Guido Calogero, che mi fu maestro, tra l'altro, di liberalsocialismo. Molti giovani della Scuola Normale erano allora liberalsocialisti - il termine gi circolava, pur ignorando noi tutti chi lo avesse costruito oggi essi sono in gran parte passati al partito comunista - ricordo, perch mi furono pi vicini, Nicola Vaccaro e Giorgio Piovano - ma credo che l'origine liberalsocialista conservi ancora, per loro, un significato, come lo conserva per me. Il mio liberalsocialismo del '41 e del '42, quanto a manifestazioni concrete, fu del resto ben poca cosa: qualche riunione furtiva in una cameretta della Normale, contatti tra Pisa e la mia citt, dove mi incontravo con Geno Pampaloni e Tullio Mazzoncini, qualche privata e goliardica alzata d'ingegno - una volta scrissi una lettera a Mussolini, chiedendogli le dimissioni, dopo quelle di Badoglio - e nulla pi.)
1943-1947
Alla fine di gennaio del 1943 viene chiamato alle armi: dopo un breve periodo di addestramento come allievo ufficiale, parte per la Puglia, dove il 22 luglio assiste al bombardamento di Foggia. (Il richiamo alle armi, all'inizio di quel tragico e denso 1943, mi colse impreparato. Molto ingenuamente, io decisi di accettare la vita militare come una prova di disciplina e di equilibrio. Credevo che la scuola allievi ufficiali, con la sua signorile miseria quotidiana, avesse proprio questa funzione, ed ebbi fiducia nei superiori, gli ufficiali di carriera che ci parlavano ogni giorno di onore e di coraggio, di Patria e di Sovrano, ma soprattutto della dignit di chiamarsi signori ufficiali. Non fu necessario attendere a lungo, per vedere quale fosse la verit: certe orribili giornate pugliesi dell'estate e dell'autunno di quell'anno mi rivelarono lo sfacelo.) Dopo l'8 settembre, si aggrega a un reparto di soldati inglesi, la 508va compagnia nebbiogeni, in qualit di interprete, e si trasferisce a Forl, poi finalmente torna a casa, a Grosseto. Nel novembre dello stesso anno riprende gli studi universitari alla Scuola Normale di Pisa, alla quale viene ammesso in seguito a un concorso bandito per i reduci. Nel frattempo, nell'autunno del '45, si iscrive al Partito d'Azione. (Io mi ero iscritto - c' bisogno di dirlo? - al partito d'azione, il quale partito non  facile ora dire che cosa sia stato, anche perch fu molte, troppe cose. Mi pare per di poter dire che fu un altro tentativo
di governo (l'ultimo?) della piccola borghesia intellettuale. Cadde per le contraddizioni interne e per la incapacit ormai accertata del nostro ceto, privo di contatti con gli strati operai e quindi largamente disposto a tutti gli sterili intellettualismi ed alla costruzione gratuita di problemi astratti.) Nel '47, quando il partito si scioglie, Bianciardi prova una forte delusione, tanto da non voler pi in seguito iscriversi a nessun partito politico.
1948-1950
Nel febbraio del 1948 si laurea discutendo con Guido Calogero una tesi su John Dewey. Nell'aprile dello stesso anno sposa Adria Belardi e nell'ottobre del 1949 nasce il primo figlio, Ettore. (Venne anche mio padre, quel giorno, accanto alla nuova culla, e parlammo della nostra vita, e di quella nuova vita che era nata ora. Dovemmo concludere che avevamo fallito, lui ed io, e forse anche suo padre, se c'erano state due guerre mondiali con tanti morti, e la miseria e la fame, e cos scarsa sicurezza di vita e di lavoro e di libert per gli uomini del mondo. Io conclusi che non doveva pi accadere tutto questo, che non volevo che mio figlio, come me e come mio padre, rischiasse un giorno di morire o di uccidere, di soffrire la fame o di finire in carcere per avere idee sue, libere. Non potevo neppure pi rinunciare ad avere fiducia nel mio mondo e nei miei simili, chiudermi in un bel giardinetto umanistico e di ozio incredulo, soddisfatto dell'aforisma che al mondo non c' nulla di vero. Dovevo scegliere, la presenza di mio figlio me lo imponeva, non potevo neppure pensare di risolvere il problema individualmente, o di rimandarlo a pi tardi, cercare, al momento buono, di truffare l'Ufficio leva, o creare per mio figlio una situazione di privilegio, far di lui il primo della classe, come aveva voluto mia madre. Non ci sar soluzione sicura per mio figlio se non sar sicura anche per tutti i bambini del mondo, anche questo mi pareva abbastanza chiaro... non basta essere soli col proprio lavoro e con la propria miseria, ci vuole anche un figlio per desiderare l'avvenire e lavorare a costruirlo.) Dopo aver insegnato per qualche anno inglese in una scuola media, diventa professore di storia e filosofia al Liceo Classico di Grosseto, lo stesso che aveva frequentato come studente.
1951-1953
Nel '51 accetta l'incarico di direttore della locale Biblioteca Chelliana, semidistrutta dai bombardamenti e dall'alluvione del '46, crea il Bibliobus, un furgone carico di libri della Biblioteca che viaggia per la campagna grossetana andando a raggiungere anche i paesi pi isolati. Si occupa attivamente di un cineclub, organizza cicli di conferenze e dibattiti. Insieme a Carlo Cassola, che in quegli anni appunto si era stabilito a Grosseto, partecipa alla creazione del Movimento di Unit Popolare e si schiera contro la cosiddetta legge-truffa. Nel '52 Umberto Comi, ex compagno di Universit, assume la direzione della Gazzetta di Livorno e invita Bianciardi a collaborare con la rubrica Incontri Provinciali. Nello stesso periodo comincia a
collaborare anche a Belfagor, all!Avanti! e, nel 1953, a Il Mondo -, nel '54, chiamato da Salinari e Trombadori, inizia la collaborazione con Il Contemporaneo.
1954
Insieme con Cassola, Bianciardi scrive per l'Avanti! un'inchiesta sulle condizioni di vita dei minatori; con il Bibliobus, i due si recano spesso a Ribolla, un piccolo agglomerato di case di minatori nei pressi di Grosseto: Bianciardi si informa sulle condizioni di lavoro dei minatori, parla con loro, li intervista, scrive le loro biografie, ne diventa amico. Il 4 maggio 1954 uno dei pozzi di Ribolla salta in aria per un'esplosione di gris: per Bianciardi  qualcosa di pi che non un incidente, sia pur terribile:  una frattura, la tragica fine di un periodo. (E quando le bare furono sotto terra, alla spicciolata se ne andarono via tutti, col caldo e col polverone di tante macchine sugli sterrati. Io mi ritrovai solo sugli scalini dello spaccio che aveva gi chiuso, e mi sembr impossibile che fosse finita, che non ci fosse pi niente da fare.) Quando Trombadori gli chiede la disponibilit per partecipare alla costituzione di una nuova casa editrice, la Feltrinelli, accetta immediatamente e parte per Milano.
1955
Nell'aprile gli nasce la figlia Luciana. Comincia a collaborare a Nuovi Argomenti e a l'Unit. Nel frattempo lo raggiunge a Milano Maria Jatosti, che sar sua compagna di vita per pi di quindici anni e che gli dar il terzo figlio, Marcello, nato nel 1958.
1956
Con Carlo Cassola pubblica presso Laterza I minatori della Maremma. Intanto comincia a lavorare a Cinema Nuovo, rivista diretta da Guido Aristarco e finanziata da Feltrinelli, ma dopo pochi anni passa alla redazione della Casa Editrice vera e propria, insieme a Giampiero Brega, Valerio Riva e Luigi Diemoz, con Fabrizio Onofri come caporedattore. Sar proprio lui a offrirgli la traduzione de Il flagello della svastica, il secondo titolo pubblicato dalla neonata Feltrinelli, che Bianciardi traduce in pochi mesi;  l'inizio della carriera di traduttore, che continuer fino alla morte (il mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura).
1957-1959
Bianciardi viene licenziato dalla Feltrinelli per scarso rendimento. (E mi licenziarono soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non  indispensabile.) Feltrinelli gli garantisce per che continuer ad affidargli lavori di traduzione, e in fondo per Bianciardi  una liberazione: niente orari da rispettare, e soprattutto niente ipocrisie inutili. (La verit  che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera, e riesce, non so come, a dare l'impressione, fallace, di star lavorando. Si prendono persino
l'esaurimento nervoso.) Parallelamente al lavoro di
traduzione, Bianciardi pensa a una cosa tutta sua, una sorta di autobiografa: nasce cos Il lavoro culturale, pubblicato da Feltrinelli nello stesso anno. Nel luglio del 1959, a Chianciano, in dieci giorni di vacanza traduttoria, Bianciardi scrive L'integrazione, pubblicato da Bompiani l'anno seguente.
1960-1963
Bianciardi continua il lavoro di traduzione e di domenica, solo di domenica scrive cose sue. Nasce cos Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille, pubblicata da Feltrinelli nel 1960. Traduce entusiasticamente i Tropici di Miller e scrive quello che diventer il suo capolavoro: La vita agra. (In quanto a me, riesco finalmente a lavorare un po' meno; son riuscito a scrivere un libro, che ritengo la mia cosa migliore. Calvino ne  entusiasta, e lo pubblicherebbe anche subito. Si intitola La vita agra, ed  la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare.) Rizzoli pubblica il romanzo nel 1962, ed  subito un grande successo. (Il libro va veramente molto bene, sia come critica che come vendite [cinquemila copie in una decina di giorni]. Forse la vita agra stavolta  finita davvero.) De Laurentiis acquista i diritti cinematografici e Lizzani nel '64 ne ricaver un film. Bianciardi
gira l'Italia per presentare il suo libro, prova l'euforia del successo e ne  travolto, anche se solo fino a un certo punto. (Ormai sto girando come un rappresentante di commercio, ho battuto i marciapiedi dell'Emilia e adesso mi preparo a fare la medesima cosa nel Veneto. Viene con me Domenico Porzio, e a volte sembriamo due comici di avanspettacolo: sempre le stesse battute, e sempre con l'aria di chi le dice per la prima volta. Mi comincio a vergognare, e perci stamani ho ricominciato col solito lavoro di tutti i giorni, per riconquistarmi la stima di me medesimo.) In ogni caso, mantiene intatta la sua carica di autoironia. (Finir che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell'arrabbiato italiano. Anzich mandarmi via da Milano a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro e magari vorrebbero... Ma io non mi concedo.) Dopo aver rifiutato una collaborazione fissa al Corriere, accetta di scrivere per Il Giorno, collaborazione che durer fino al 1966.
1964-1969
Bianciardi decide di abbandonare il filone del presente nella sua narrativa, e recupera il Risorgimento con il romanzo La battaglia soda, pubblicato da Rizzoli nel 1964. (Il libro sul Bandi...  un grosso tentativo, anche linguistico... Non so se alla televisione hai visto il Verdi di Cancogni; be', lo stile del libro dovrebbe essere un po' quello, forse meno divulgativo, pi approfondito, ma quello. Gente con la barba - vera - che parla vero, s'incazza, piange, s'appassiona, urla, bestemmia, dice: Chiudi il becco se non vuoi che te lo chiuda io coi ceffoni che si scord di darti tuo padre. Capisci? Prolissa e retorica anche nell'ira, ma sinceramente retorica, sinceramente appassionata. Rispetter fedelissimamente la storia, per quanto riguarda i fatti maggiori, i personaggi maggiori. E per i minori mi rifar alla cronaca dei tempi nostri, di personaggi contemporanei. Non so, il sergente parco di parole ma lesto a intendere e impavido al fuoco si chiamer Ghezzi, e sar di Cesenatico, come il portiere del Milan, che  amico mio.)
Sempre nel '64, si trasferisce a Sant'Anna di Rapallo, in provincia di Genova, una sorta di fuga nella fuga. Si isola sempre di pi, intristisce, rifiuta di portare avanti il filone che l'aveva reso famoso, la tematica dell'incazzatura. (Sto lavorando, ma per la pagnotta... devo ricominciare a lavorare per Il Giorno, che io speravo di evitare, per diversi motivi, collaboro a Le Ore, tutta roba che non mi piace molto, ma che altro vuoi fare? Leggo parecchio, la sera, un po' di tutto... E facciamoci coraggio.) La collaborazione iniziata a Le Ore prosegu su ABC, con una rubrica di critica televisiva, forse la prima di
questo genere, che prese il nome di Tele- Bianciardi. Nel 1969 escono Aprire il fuoco, Daghela avanti un passo! e Viaggio in Barberia. Continua le traduzioni e le collaborazioni a periodici, tra i quali Kent, Executive, Playmen e il Guerin Sportivo.
1970-1971
Bianciardi torna a Milano; ha ormai imboccato la via dell'autodistruzione attraverso l'alcol (sopportatemi, duro ancora poco, diceva a chi gli era vicino), che lo porter alla morte, il 14 novembre 1971, a soli quarantanove anni.
(a cura di Luciana Bianciardi)
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE.
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I minatori della Maremma (in collaborazione con Carlo Cassola), Bari, Laterza, 1956, Milano, Hestia, 1995.
Il lavoro culturale, Milano, Feltrinelli, 1957; seconda edizione accresciuta, 1964; terza edizione, 1974; prima edizione fuori collana, 1991.
L'integrazione, Milano, Bompiani, 1960; Tascabili Bompiani, 1976; con introduzione di Goffredo Fofi, Tascabili Bompiani, 1993.
Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille, Milano, Feltrinelli, 1960; nuova edizione, 1968.
La vita agra, Milano, Rizzoli, 1962; nona edizione, 1971; nuova edizione (con prefazione di Sergio Pautasso), 1993; BUR (con introduzione di Geno Pampaloni), 1974, nuova edizione 1995.
La battaglia soda, Milano, Rizzoli, 1964.
Aprire il fuoco, Milano, Rizzoli, 1969; BUR (con introduzione di Oreste Del Buono), 1976.
Daghela avanti un passo!, Milano, Bietti, 1969; Milano, Longanesi, 1992; edizione ridotta per ragazzi, Milano, Bietti, 1969.
Viaggio in Barberia, Milano, Editrice dell'Automobile, 1969, Torino, EDI, 1997.
Garibaldi, Milano, Mondadori, 1972.
Il peripatetico e altre storie, Milano, Rizzoli, 1976.
La solita zuppa e altre storie, a cura di Luciana Bianciardi, Milano, Tascabili Bompiani, 1994.
La casa al mare. Scritti per Rapallo, Torino, Il Segnalibro, 1996.
Bianciardi contribu anche alla stesura di numerose antologie italiane per la scuola media, in collaborazione con Renata Luraschi, Sergio Musitelli e Domenico Manzella; scrisse varie sceneggiature per film, teleromanzi e commedie radiofoniche; e innumerevoli prefazioni a opere tradotte o di altri autori italiani. Sono quasi settecento gli articoli pubblicati su quotidiani e riviste, tra i quali citiamo La Gazzetta di Livorno, Belfagor, Avanti!, Il Contemporaneo, l'Unit, Il Giorno, Le Ore, ABC, L'Europeo e il Guerin Sportivo.
Un centinaio circa sono le sue traduzioni; tra gli autori tradotti
Stephen Crane, Saul Bellow, William Faulkner, Henry Miller, Aldous Huxley, John Steinbeck, Thomas Berger e Richard
Brautigan. Per una bibliografia completa degli scritti di Bianciardi e su Bianciardi rimandiamo al volume della collana Il Castoro di M. Clotilde Angelini, Bianciardi, Firenze, La Nuova Italia, 1980.
(a cura di Luciana Bianciardi)
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LA BATTAGLIA SODA.
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alla memoria, di Giuseppe Bandi.
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Questi sono i modi che si possono tenere da una battaglia, quando dee passare, sola, pei luoghi sospetti. Ma la battaglia soda, senza corna e senza piazza,  meglio.
MACHIAVELLI.
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Capitolo 1.
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L'ultima volta che parlai con il gran vecchio fu il primo novembre del sessanta, davanti alle mura di Capua assediata.
Oramai i generaloni piemontesi avevano deciso di bombardare, e difatti le batterie stavano gi pronte in postazione, dietro i gabbioni di graticcio interrati, con le piramidi delle palle ben rawersate e le cataste delle cariche e gli artiglieri in pieno assetto, con le loro borse e gli alti chepp dal pennacchietto di crine e gli scovoloni impugnati, quasi volessero impressionarci con tanta ostentazione d'ordine e di perizia. E noi li stavamo a guardare, senza che tuttavia si barattasse una parola.
A quei tempi, come gi ho spiegato, io comandavo un battaglione della brigata Basilicata, general Clemente Corte, primo reggimento. Le disposizioni erano che tutto il mio riparto avrebbe trascorso la notte accosto al cimitero di Santa Maria, e i miei uomini si andavano sistemando come meglio si pot, quando comparve Garibaldi in fondo allo stradone di Caserta. Comandai subito che tutti pigliassero le armi per salutare, e quand'egli fu dinanzi al battaglione schierato, ferm la cavalla e fe' cenno che mi avvicinassi.
"Vedete, mi disse con quella voce che innamorava "vogliono bombardare a tutti i costi e io me ne vado perch non ho cuore di assistere a tanto barbaro spettacolo. Nessuno deve avere diritto di chiamarmi bombardatore.  Mi strinse la mano, salut a voce alta i volontari che, rotte le file, gli si affollavano intorno: "Addio, figlioli, addio! E spar.
Un'ora dopo i bei cannoni rigati del general Morozzo della Rocca aprirono il fuoco, e le nostre sparute batterie tenner loro bordone con la poca voce che aveano. Tutti insieme facevano un fragore straordinario, come una banda intera di giganteschi tamburi che rullassero di pieno accordo, e continuarono anche dopo buio con un fantastico gioco che pareva d'artifizio. Vedevo le bombe solcare il cielo nero come la pece e minaccioso di tempesta, per poi ricadere sulla citt e sul fiume alle sue spalle, illuminandoli d'un lugubre chiarore.
Il mio colonnello, che fu Giacomo Griziotti da Corteolona, uomo piacevolissimo anche quando si abbandonava troppo al suo umor balzano, buon matematico e grande intenditore di artiglierie, sempre pronto, quando gli capitasse vicino un cannone, a lanciare una botta "di suo proprio pugno e carattere - perch appunto cos egli amava esprimersi (il lettore ricorder che a Marsala costui volea sparare, e per
ci fare chiese l'aiuto di chi scrive, il cannone orbetellano contro le lance borboniche intese a saccheggiare il Lombardo arenato, ma per fortuna di tutti intervenne Garibaldi a impedirlo. E gi che ci sono vorrei rammentare come fosse proprio
il Griziotti, nel quarantanove a Venezia, quello che spar l'ultima cannonata da Forte Marghera) - il mio colonnello, dicevo dunque, esc dalla stanzuccia che avevamo scelto al pian terreno d'un casolare, ammobigliandola con solo le nostre brande e le due cassette d'ordinanza, e m'invit a seguirlo, per goderci insieme il bello spettacolo luminoso di Capua bombardata. Ma io non volli, e preferii restare solo, tirando a scusa la stanchezza e il sonno.
Invece non chiusi occhio. Pi che il frastuono delle artiglierie piemontesi erano i molti e affollati pensieri a tenermi desto. S'approssimava l'alba del giorno dei morti, e noi l'avremmo vista sorgere l, accosto al cimitero di Santa Maria, cos che il primo sole avrebbe illuminato le vette dei tristi cipressi. E la mente mi riandava inquieta ai fratelli nostri che avevamo perduti in quei sei mesi di vittoriosa campagna dallo sbarco in Sicilia alla corsa su per le Calabrie fino al Volturno e a quell'ultima vittoriosa battaglia. Rivedevo la fulva chioma del Montanari, quando a Calatafimi ebbe una palla in un ginocchio e non si rialz pi mai, rivedevo la gran barba bionda del prode Schiaffino, quando sventolava in faccia ai cacciatori borbonici la bandiera di Valparaiso, e il Sacchi pavese, che ebbe la testa sfracellata dal calcio dei fucili napoletani sopra il pezzo di artiglieria che rimase poi in nostra mano, e tanti, tanti altri che ci erano stati compagni nella bella avventura, in nome della santa causa dell'Italia una e libera.
Io me ne vado, avea detto Garibaldi dandoci il suo mesto addio, e presto ce ne saremmo andati anche tutti noi. Si sentiva oramai nell'aria che per noi non c'era pi posto, che le gloriose camicie rosse avrebbero dovuto cedere ogni cosa ai cappotti turchini e alle tuniche cariche d'argento dei
generaloni piemontesi. Come limoni spremuti, ebbe ad aggiungere Garibaldi in un empito di amarezza, ci buttavano via. Eppure, pensavo io rigirandomi sulla brandina quella notte dei morti, eppure che cosa mai impedirebbe di restare a fianco a fianco, loro e noialtri, regolari e volontari, soldati tutti di una stessa nazione? E non dovevamo forse, concordi, compiere l'opera principiata sotto auspici tanto lieti, liberare l'Italia tutta, scacciare gli ultimi tiranni, e cio l'austriaco da Venezia e il prete da Roma? Non era forse questo il comun proposito? E perch dunque la velenosa passione delle sette gi cominciava a dividere i fratelli?
Fin dal loro primo arrivo i generali piemontesi, pettoruti e tronfi per la bravura di aver schioppettato i papalini del general Lamoricire, avevano fatto intendere per moltissimi
segni alle nostre lacere camicie rosse che neanche ci avrebbero tollerati alle riviste di piazza d'arme, e addirittura il re, dopo aver promesso di venirci a vedere, ci tenne un'intera giornata nei ranghi e poi non comparve, e i volontari ritornarono ai loro alloggiamenti bestemmiando, Insomma questi erano i nuvi vincitori, e se degnavano di volgere l'occhio su di noi,
lo sguardo loro era pi o meno quello che tocca ai cani capitati nelle chiese senza invito.
Per mia parte, ero ben contento di lasciare a questi lustrissimi signori uffiziali la fatua gloria delle parate, e mi bastava a star lieto la buona coscienza d'aver sempre fatto il mio dovere, senza mai in tasca il becco d'un quattrino, e in corpo solamente baccelli e cacio di pecora, perch la maggiore ricchezza m'appariva questa, e sorte sommamente fortunata la dimestichezza che ebbi in quei mesi con il pi grand'uomo dei nostri tempi, con un condottiero d'armati che nella storia d'Italia ebbe pari a s il solo Giovanni dalle Bande Nere.
Spunt livida l'alba e i cannoni tacquero a un tratto. Come gi dissi, a noi che non s'era mai goduto lo spettacolo duna citt bombardata, parve che a Sebastopoli non si fosse fatta maggior gazzarra, ma stringi stringi l'assedio di Capua fu povera cosa. Imprecisi la pi parte dei colpi, pochi furono i tetti sfondati e le muraglie rotte, e quando una bomba apr la cupola del duomo, monsignor arcivescovo in persona corse dal comandante della piazza e lo supplic che smettesse quell'inutile distruzione, e di l a poco i diecimila soldati e passa che formavano la guarnigione della citt escirono gobbi e avviliti e vennero a posare i fucili sulla spianata che in tempo di pace serviva a fare l'esercitazione di piazza d'arme. Capua era caduta.
La gloria di espugnare Gaeta, dove re Franceschiello s'era ridotto con poco pi di dodicimila uomini, sarebbe toccata all'eccellentissimo general Cialdini, il quale come tutti ricordano riusc ad averne ragione dopo cento e due giorni di assedio, e poi fu nominato duca di Gaeta, secondo quest'altro vezzo di chiamare i nobili di nuova elezione col nome delle citt guaste, anzich di quelle costruite o per lo meno abbellite e beneficate. Ma ben altro titolo di nobilt se ne fecero i napoletani assediati in quei cento giorni, perch poterono tronfiamente scrivere sui loro biglietti di visita le parole "capitolato di Gaeta, come quelli che aveano con cos poche forze retto benissimo all'urto di un esercito in piena regola, e splendidamente foraggiato. Questo duca di Gaeta general Cialdini modenese fu in altri tempi uomo generoso e non sprovvisto di dottrina guerresca, e buon patriota non ignaro delle aspre vie dell'esilio, ma poi il lustro stesso del troppo argento che gli misero sul capo e sulle spalle gli guast forse l'animo, e si fece vano e tracotante oltre ogni misura, e insofferente di ogni disciplina, con il danno che tutti sappiamo per l'onore e per la buona fortuna delle nostre armi, di l a un lustro sulla riva destra del Po, ch'egli non si decise ad abbandonare.
E la tracotanza di lui, come sovente accade, fin troppo presto impararono gli ufficiali di minor grado. Ricorder solamente, a mo' di esempio, come due giorni dopo la presa di Capua il general Giacomo Medici desiderasse visitare la piazza, e ci entr accompagnato da non pochi suoi ufficiali, e io fui della partita. Certi ufficialetti dei granatieri che erano in corte neanche si degnarono di dargli l'evviva, ma lui non parve farci gran caso. Il peggio tocc proprio a me, che venivo su a piedi ed ero rimasto staccato dal comandante della mia divisione, il quale invece montava una bella mula. Passata che ebbi la porta principale, mi trovai a faccia a faccia con uno di questi ufficialetti, grande e grosso come ogni buon granatiere, ma con un muso da signorino che non mi garb punto, e certi baffetti che parevano pitturati col sughero bruciato. Mi guard per un bel tratto, come se avanzasse da me chiss cosa, e poi mi apostrof:
"Il tuo generale non ha saputo neanche insegnarti il saluto?  fece. E per soprassello aggiunse subito: "Non ti ha insegnato che un bravo volontario non se ne va in giro senza berretto e con l'uniforme in tale disordine? E cos dicendo mi toccava con la punta del frustino la manica della camicia rossa, dov'era per l'appunto uno strappo. A me mont subito
il sangue alla testa, anche perch in quei giorni pativo non poco per le febbri che a volte mi davano quelle maremme e quell'aria pesa di palude, non molto diversa dall'aria di casa mia, n meno ingrata, e non tolleravo perci in cerchio al capo nemmeno il cinturino del berretto, che infatti avevo lasciato al mio alloggio, e con esso l'unico segno del mio grado. A sentire quelle parole, e in quella sgarbata bocca piemontese, la mano gi mi correva sul calcio del revolver, quasi volesse fare da sola giustizia sommaria. Fu dunque mia buona fortuna che sentissi, chiara e tranquilla, la voce del general Medici: "Maggiore, disse "lei non fuma un sigaro in nostra compagnia?
Mi volsi e vidi che era smontato di sella e mi porgeva l'astuccio. Presi il sigaro e tutti gli altri seguirono il mio esempio. Anzi, ne tocc uno persino al tenente che m'aveva quasi fatto perdere la temperanza.
"Signor tenente, fece allora il Medici, che fu sempre la bravura in persona, "abbia la cortesia di presentarsi.
"Sottotenente Luigi Collobiano, rispose quello allora "dei granatieri di Sardegna, primo reggimento.
"Lietissimo. Il mio nome  Giacomo Medici, generale di divisione.  E gli tendeva la mano continuando: "In che scuola ha guadagnato lei le sue spalline?
"Nella scuola di Ivrea rispose il Collobiano, non pi troppo sicuro oramai del fatto suo.
"Bravo. Sappia dunque ripigli il general Medici "che questo mio ufficiale esci dalla scuola di Calatafimi, che forse lei avr inteso rammentare, e che nello scontro fu tre volte ferito, e che poi seppe guidare al fuoco un battaglione di fanteria contro le mura di Milazzo, e si condusse con valore e perizia. Le auguro di tutto cuore uno stato di servizio eguale. Salute a lei, tenente Collobiano.
Cos proseguimmo nella nostra visita, lasciando confuso e rosso in volto l'incauto tenentino, ma anche pi rosso ero io per l'elogio del generale, che non mi parve tuttavia di meritare, perch restar ferito in battaglia non  merito ma semmai caso, e a Milazzo feci quel po' che potevo, e anzi non fu propriamente grande perizia tirarmi addosso - il lettore lo rammenter - un'intera colonna borbonica che stava per girarci sul fianco sinistro, se non fossero intervenuti prima il general Cosenz con buoni rinforzi e poi Garibaldi in persona a minacciare i napoletani con i cannoni della Tukeri.
Mentre tornavamo ai nostri alloggi, il general Medici comment questo spiacevole incontro: "Vedete disse "che accoglienza ci fanno costoro? Neanche se fossimo tanti poltroni. Ma non manc di raccomandare la calma e il buon contegno, e a me consigli di farmi ricucire lo strappo sulla manica, perch di avere anche solo una muta di camicie rosse non era il caso di sperare.
Il futuro marchese del Vascello non diceva per celia: il giorno undici di quello stesso novembre arriv il foglio con tutti i bolli e la firma del ministro general Fanti, che ordinava al nostro comando di sciogliere l'esercito meridionale, con l'intesa che i volontari potean scegliere, fra due anni di ferma nei regolari, oppure il congedo subito e un mese di soldo. L'ordinanza del ministro fu letta al reggimento schierato, e la disgrazia volle che quel giorno la terzana, pi maligna del consueto, mi costringesse a letto, e non c'erano coperte n beveraggi caldi che bastassero a levarmi dal corpo il tremito e il ribrezzo, e pativo le pene dell'inferno, e mentre vagellavo su pei peri dal gran febbrone, udii strepiti e berci e straordinari moccoli, romagnoli per la pi parte e livornesi, venire dalla parte degli alloggiamenti. Siccome io non ero stato presente quando Giacomo Griziotti diede al reggimento la lettura di quella brutta novit, non sapevo nulla di nulla, e l per l credetti che gli uomini facessero tanto baccano per una delle lor solite beghe di minestre scellerate e di caci bacati e di pani malcotti. Ma stavolta, pensai fra di me, stavolta te li medico a dovere, questi scannapagnotte, e trovai la forza di infilarmi le brache e le scarpe, di cingermi la spada, deciso a tagliare la faccia al primo che mi si parasse davanti.
"Il signor maggiore!  grid la voce di chi primo mi scorse, e fu per l'appunto il sergente Ghezzi di Cesenatico, uomo bravo come pochi, misurato di parole ma lesto a intendere e impavido al fuoco. "Cosa succede? gli gridai a mia volta, pigliandolo per il bavero della giubba. "La minestra non vi sta bene? Volete i tordi con la polenta e le bottiglie del Barolo?  Vistomi cos rosso in viso e stravolto dal malessere, mi furono tutti intorno premurosi come tanti figlioli, e ciascheduno volea dire le sue ragioni, ma siccome parlavano tutti in una volta alla maniera dei lucchesi, io non mi ci raccapezzavo. "Silenzio! urlai allora. "Se avete qualcosa da dire, si scelgano dieci fra di voi, e vengano con il sergente Ghezzi al mio alloggio fra mezz'ora.
Cos fu fatto, e principi a parlare il sergente Ghezzi, guardandomi fisso negli occhi, con la faccia seria e abbuiata. "Ecco, signor maggiore, disse "ci vogliono mandare a casa, ci vogliono buttar via come scope vecchie, e mi dica lei, signor maggiore, se questa non  ingiustizia iniqua.  Dentro di me non potevo che dargli ragione, e di certo gli altri dovettero capire quel che avevo in animo, perch uno di loro, romagnolo anche questo e forse di tutti il pi giovane, o comunque il pi lesto di parlantina, subito incalz: "S, signor maggiore, partendo da Genova col signor generale Corte noi ci segnammo volontari fino all'unit d'Italia, e seppure accettammo la bandiera del re Vittorio Emanuele, era inteso che toccava a noi farlo re degli italiani in Roma liberata, e poi accorrere difilato a Venezia per scacciarne il tiranno austriaco.
E continu per un bel pezzo con questa predica, che mi diede sui nervi, perch suonava male, come faccenda troppo grossa in bocca a quel ragazzo saputello. Allora l'interruppi: "Benone, ecco che siamo diventati tutti professoroni. Ascolta bene, giovanotto: quando i Mille salparono da Genova, non stettero tanto a guardare che bandiera sventolasse sul capo loro, n s'impicciarono troppo di cenci e di politica cenciosa. Andarono dietro a Garibaldi, fidando nel suo senno e nella sua parola, che fu sempre vangelo, e quel che il generale diviso parve sempre ben fatto. Ora il generale ti ordina appunto di ritornare a casa, e tu ci devi ritornare. E se invece vuoi restare due anni coi piemontesi, restaci, ma principalmente smettila di fare tanti discorsi, e di' ai tuoi compagni che la smettano, perch abbiamo gi parlamentato fin troppo.
Ma quello, e gli altri con lui, escluso forse il sergente Ghezzi, non parevano capacitati e riattaccarono senza quasi ripigliar fiato: "L'ordine di andare a casa ce lo dia Garibaldi, e vedr che noi ci andremo. Non so dove io trovai la santa pazienza di spiegargli quel che tutti dovean sapere, e cio essere Garibaldi partito per Caprera, lasciando a Sirtori, suo capo di stato maggiore, l'autorit di comandare in suo nome.
"Non era scritto, fece allora il giovane di parlantina sciolta col suo bell'accento romagnolo "non era scritto che si dovessero pigliare ordini anche dai preti. (E qui mi volea rammentare, con maligna intenzione, che il general Sirtori, prima di farsi rivoluzionario e patriota, avea preso gli ordini sacri e portato la tonaca.) Ora, nulla fu mai pi lontano dalle mie voglie che il difendere i preti, antichi e giurati nemici della nostra buona causa, e giustamente odiati da tutti i buoni italiani; ma sentire in bocca a un ragazzo quest'insulto contro un uomo che io tenevo fra i degni di somma stima e venerazione, vuoi per il suo grande coraggio sul campo, vuoi per il senno e per la dottrina, mi fece rimontare il sangue alla testa e non ci vidi pi. Avanzai d'un passo e afferratolo per le maniche della camicia rossa cos l'apostrofai:
"Bada a te, ragazzo, e un'altra volta morditi la lingua, prima di dire parola ingiusta contro chi apprese il coraggio e il valore e l'amor di patria quando tu forse imparavi ancora l'abbaco, seppure mai fosti in una scuola, della qual cosa io dubito perch altrimenti non parleresti da dissennato. Sai tu che quell'uomo fu tra gli insorti di Parigi nel quarantotto, e l'anno dopo difese da prode Venezia affamata, e poi si batt sui campi di Lombardia, e il gran vecchio lo volle accanto a s fra i primissimi nella pi bella delle sue belle imprese? Va', va', e in cos dire lo scrollavo robustamente "fai l'atto di contrizione e d'ora in poi chiudi il becco, ch io non so chi mi tiene dal chiudertelo io con i ceffoni che scord di darti tuo padre
Ma intanto l'ira mi sbolliva, perch al povero ragazzo, incauto di sicuro ma per nulla malvagio di cuore, erano venute le lacrime agli occhi, e poi mi bast ripensarci un momento per intendere quanto bizzarra fosse questa mia circostanza di dover difendere quel maledetto foglio del general Fanti, proprio io che avevo motivo per sdegnarmene in sommo grado. Cos tacqui, e il bravo sergente Ghezzi ne profitt per dire, a voce bassa ma ferma: "Veda, signor maggiore, costui - e indicava il giovane romagnolo troppo lesto di parlantina -
"costui non vuole altro che battersi, come gi fece al Volturno, e posso testimoniare io che si port da bravo e neanche una volta ebbe mai paura delle palle.
"Lo so ragazzi risposi oramai rabbonito. "Lo so che nessuno di voialtri ha mai avuto paura delle palle, e vi vidi io stesso alla prova. Ma questo dovete rammentare: che bisogna fidarsi del generale, che mai accadde di aver da lui comando men che saggio. E poi ci sar per tutti la maniera di mostrare la buona voglia di menar le mani, a marzo, com'io spero quanto e pi di voi. Abbiate pazienza come l'ho io, ritornate alle vostre case, e al momento buono verr la chiamata. Non dovete pretendere di saperne pi di chi ha imparato a ubbidire, prima che a comandare, e lasciate finalmente in pace il vostro maggiore, il quale patisce la febbre e il gran rovello di questo triste congedo. Ors, cerchiamo di lasciarci di buon animo, da bravi fratelli: andate dunque alla cantina, e bevete un bicchiere alla mia salute, ch di salute ho bisogno davvero.
Cos se ne andarono, dopo che il sergente Ghezzi ebbe comandato l'attenti, e io mi rimisi a letto, dove finalmente la terzana mi diede tregua, e potei prendere sonno. Destandomi dalle braccia di Morfeo, debole ma ristorato, mi vidi accanto, seduto sulla mia cassetta d'ordinanza, il buon Griziotti, che era venuto a farmi visita recando certi limoni e certi bellissimi aranci, e mi fece le pi grandi feste di questo mondo, e mi augurava di ristabilirmi prontamente e di rimettere su un po' di ciccia. "Appena capiti a Napoli, concluse "fai un salto a palazzo d'Angri, dove il prete ti vuol vedere. Ma stavolta io non andai in collera, sapendo che era soltanto una celia, giacch il mio colonnello teneva in grande stima il general Sirtori, lombardo come lui.
Sirtori mi ricevette a palazzo d'Angri nella stanzuccia spoglia che gli serviva da studio. Di mediocre altezza, asciutto, moderato e attento nel suo dire, egli mi spieg in breve che per noialtri ufficiali s'era formata una commissione, con a capo l'ammiraglio Genova Thaon de Revel, per studiare di ciascheduno lo stato di servizio e fare lo spurgo dei meno degni. La parola non poteva piacere al general Sirtori, e non piacque a chi scrive, cosa che non tenni nascosta, ma lui volle rassicurarmi che, essendo anche egli nella commissione, avrebbe difeso i nostri buoni diritti e garentito giustizia per quelli, fra i coraggiosi e i capaci, che decidessero di raffermarsi nei regolari. Per chi all'opposto voleva ritornarsene a casa e riprendere le sue faccende di borghese, erano assicurati sei mesi interi di soldo. Nel rispondere al mio saluto, Sirtori volle stringermi la mano ed ebbe buone parole di addio. "Stia sano, signor maggiore, e sappia ch'io garentir per lei. Ove ella decida di non smettere la spada, le verranno serbate le spalline, che furono ben meritate.
Escii di l ancor crucciato da questa bella novit che si volesse fare lo spurgo degli ufficiali garibaldini, quasi fossero lumache da cucinare poi col peperoncino rosso, ma insieme lieto di cos bella accoglienza e di quelle parole, perch come si suol dire, da Lodi passano tutti volentieri, specialmente poi se chi ti loda  un uomo che sa misurarsi nei complimenti. E proprio mentre sostavo a discorrere con certi scolari dell'universit di Bologna, medici per lo pi e avvocati, entr di furia Nino Bixio, cupo in volto e taroccando tra di s come per rabbia a stento rattenuta, e si mordeva i baffi e strabuzzava gli occhi, da sembrare il furioso Orlando quando gli pigliano le mattane. Questo appunto pensavo e mi venne fatto di sorridere additando l'eroe di Maddaloni ai miei giovani amici, e chiss come lui se ne avvide, e subito mi venne incontro puntandomi l'indice sul petto.
"Fanno lo spurgo e tu ridi, vero? disse. "Accidenti a te e a tutti voialtri toscani, che avete sempre voglia di burlette e di ciance. Ma guarda, giuro a Dio che se quel tanghero del Genova Thaon de Revel non mi conferma nel grado che  mio, gli ficco una palla in testa e poi ripiglio il mare.  E continu a raccontarmi la sua idea di abbandonare baracca e burattini, di costruirsi una nave di ferro a debito, perch quattrini in tasca non ne aveva, e di riprincipiare il suo vecchio mestiere di correre per i mari. "Prima per l'ammazzo. Sai tu che voleva ridarmi il grado che ebbi lo scorso anno sui campi di Lombardia? Tenente colonnello, mi vorrebbe. Tenente colonnello un uomo che ha portato al fuoco una divisione? E a decidere questo dev'essere un boia rammollito, ricco soltanto di molti nomi illustri, e che ha comandato finora soltanto le scartoffie.
Insolitamente loquace, Nino Bixio se la prendeva adesso con tutti e con tutto: con la paga che non arrivava da pi di un mese, col generale Sirtori a suo avviso troppo cedevole alle soperchierie del Thaon de Revel, persino con Garibaldi, che a suo dire ci avea piantati in mezzo ai pasticci per ritornarsene a Caprera. A voler essere sincero, io ora non me la sentivo di far questione anche con Nino Bixio, dopo la gran sfuriata coi miei romagnoli, perci tentai di calmarlo.
"Bigio, gli dissi (perch cos veramente andava detto il suo nome, essendo quella icchese solamente un segno usato illo tempore dagli scribacchini genovesi per rifare alla men peggio un suono della parlata popolana nella loro bellissima citt) "Bigio, proprio a me tu devi venire a far la predica? Eppure mi dovresti conoscere, e sapere che la rabbia che ho in corpo io  forse pi assai della tua. Cosa altro vuoi fare a questo punto, se non cercar di riderci sopra? Ma stai certo che non la  finita cos, e che verr per tutti il giorno della resa dei conti. Bixio parve rabbonito, e se ne and pur sempre brontolando e senza stringermi la mano, ma io non gli volli male per questa dimenticanza, giacch conoscevo di che legno fosse fatto quel benedett'uomo, intemperante e smodato forse nell'ira, ma valorosissimo sul campo e pronto a pentirsi e a riparare il malfatto appena gli fossero sbollite le scalmane.
Non volli lasciare Napoli senza un'ultima visita all'ospedale dove ancora giaceva il mio carissimo Gennarino. Era costui un ragazzetto napoletano di straordinaria bellezza, che io amavo come un figliolino, e che suonava la tromba, e spesso me lo toglievo in sella facendogli le pi gran feste. Disgrazia volle che in una scaramuccia con certe scorrerie napoletane sortite fuor delle mura di Capua una palla lo cogliesse alla gamba, e bisogn affidarlo alle cure dei nostri cerusici. Non lo vedevo da pi d'un mese: comperai degli aranci e qualche altra briccica per fargliene dono, ma sapevo che pi di tutto gli avrebbe giovato rivedermi e abbracciarmi. Nel lettuccio dell'ospedale pareva anche pi piccolo e pi nero sul bianco delle lenzuola: il volto gli si apr in un gran sorriso, mentre gli occhi gli luccicavano di commozione, e neanche io trattenni una lacrima di tenerezza, mentre lo stringevo al petto. Gli chiesi della ferita, che andava risanando, lo raccomandai al medico che proprio in quella veniva per la consueta visita, gli promisi che non l'avrei mai scordato e che anzi gli avrei scritto pi d'una lettera (consolazione assai misera, perch Gennarino, come quasi tutti i ragazzi napoletani della sua et, non aveva imparato mai a leggere e a scrivere). Quel povero ragazzo continuava a chiamarmi per nome, e non riesciva a dire altro. Ma ne venni via di l commosso e turbato, con il proposito in cuore che appena possibile sarei ritornato a vederlo, e poi l'avrei preso con me per tenermelo come un figliolo.
Era tempo per gli ultimi addii. Cinsi d'un grande abbraccio il mio buon Griziotti, e ci promettemmo di rivederci presto. "Nella tua bella Toscana, diss'egli "se la buona ventura mi porter a viaggiare da quelle parti.
"Grazie, risposi "anche a nome dei Quattro Mori e della Torre del Mangia, e della cupola di Santa Maria. Ma se un augurio buono vogliamo farci prima della dipartita, sia augurio di rivederci nella tua bella Lombardia, sulla riva del Mincio, e di passare quelle acque armati contro l'austriaco che tiene ancora Venezia. E che tu possa far tuonare il cannone contro le giubbe bianche degli imperiali con la precisione delle tue scienze matematiche, e con la fantasia del tuo estro armonico.
In cos dire eravamo giunti alla marina, dove mi sarei imbarcato. Qui gi bollivano sotto pressione le caldaie
dell'Elettrico, il pi bel vapore di quegli anni, capace di correre i tredici nodi in un'ora. Il mare invece era grosso, soffiava un gran vento di libeccio, e Madrenatura non prometteva niente di buono, ma il capitano del vapore, che era appunto il Vacca napoletano, uomo peritissimo di navigazione, deciso sempre a prendere il largo a dispetto dei marosi, fece salire tutti a bordo, e verso buio ci muovemmo.
Per non essergli da meno, anche il capitano dell'altro vapore in porto, l'rcole, egualmente bello ma non altrettanto saldo al mare, ci venne dietro, e fu grande disgrazia, perch l'rcole non tocc terra pi mai, and perso e con lui perirono i non pochi volontari che ci si erano imbarcati, e fra gli altri, con le carte dell'intendenza, il colonnello Ippolito Nievo, che fu gentiluomo d'animo squisito e scrittore non mediocre. Cos quel glorioso anno mille e ottocento sessanta terminava con una triste sciagura, e non per il nostro esercito soltanto, ma fors'anche per le patrie lettere. Io sbarcai a Livorno la vigilia di Natale.


Capitolo II.

Ah s, di certo non c' ventura pi dolce per un uomo di sentimento, che questa, gustare di bel nuovo dopo i mesi tribolati della lontananza tutto il bene che gli vogliono i suoi cari, abbandonarsi alla tenerezza delle loro infinite premure, ritornare per un momento ragazzo e addormentarsi col cuore colmo di gioia dopo che la mamma t'ha rimboccato le coperte e t'ha baciato sulla fronte raccomandandoti di non scordare la preghiera, e tu senti di l i rumori lievi delle donne di casa che rigovernano e sparecchiano e rassettano la cucina, e tuo padre  rimasto al tavolo col sigaro in bocca e il bicchiere di vino a leggere il giornale, e anche quel suo escirsene a tratti con un colpo di tosse ti suona nelle orecchie come una musica grata e mai dimenticata.
Ero entrato nella vecchia casa nostra senese dalle parti di Fontebranda senza aver prima avvertito, e col cuore sospeso, e volgevo intorno lo sguardo ad accorgermi che ogni cosa era rimasta medesima, la grande credenza di noce coi vasi delle conserve, e le chicchere del caff, e la sveglia che mai s'era stancata di segnare tante ore trepide, le grandi cassapanche piene di lino e di cambr per il corredo della sorella, dove non bastava il pesante coperchio a trattenere il profumo dei mazzetti di spigo e delle cotogne messe l per ingentilire la biancheria di bucato, la grande tavola che sempre ci avea accompagnati dovunque tornasse la famiglia seguendo i diversi uffici del padre mio, e l'aveva piallata il mio povero bisnonno, a San Quirico d'Orcia, da un asse di mangiatoia, davanti al focolare basso dove le sere d'inverno noialtri bambini si stava alla fiamma sulle seggioline impagliate, a sentire il nostro babbo che ci traduceva il latino solenne e tragico di Seneca, e la Nunzia nostra vecchia fantesca che raccontava la storia della Pia, morta violentemente al Castel di Pietra, non lungi dal paese che mi vide nascere.
Ogni cosa era rimasta medesima, immota, quasi a voler dirmi che non ci poteano essere novit negli affetti dei miei cari, che anzi quegli affetti, come il profumo dello spigo e delle mele cotogne, impregnavano di s finanche i muri di casa nostra. E per un attimo restarono fermi a guardarmi i miei cari, prima di sciogliersi nell'empito degli abbracci, dei baci e delle lacrime dolcissime. Sulla faccia onesta e severa del mio babbo vidi vacillare un sorriso, e inumidirglisi gli occhi mentre diceva il mio nome, pi volte, e lo ripeteva senza trovare altre parole. Quelle parole che invece trov subito e schiette la mia mamma: che m'ero fatto pi grande e pi forte e bello, che dovevo essere stanco e m'avrebbe certo richiesto un bel brodo di pollo, come si conf a chi ha molto viaggiato, e come era stata la traversata per mare con quel tempaccio, e come la corsa da Livorno sulla strada ferrata, e che cosa avea detto Garibaldi nel lasciarmi, e se era davvero quel gran buon vecchio che si diceva da tutti, persino nei giornali.
Io volli aggiungere ai miei di figliolo un ultimo forte e schioccante bacio a nome di lui, e glielo dissi, povera mamma, mentendo, ma fu una bugia buona e, se la contraddizione mel consente, una bugia vera: "Ecco, mamma, questo bel bacione te lo manda Garibaldi in persona, che prima di lasciarmi appunto mi volle abbracciare e mi disse portate questo bacio a vostra madre, povera donna, che chiss quanto avr penato sapendovi al pericolo e poi gravemente ferito e sofferente.
Anche la Nunzia mi volle abbracciare, ricordandomi come ogni volta di quando mi avea tenuto in braccio bambino, e poi corse nel pianerottolo, e gi per le scale ad avvisare i casigliani che era ritornato il figliolo del sor Agostino, vestito in camicia rossa, con la sciabola e il revolver, che non sembrava neanche pi un ragazzo. Dal piano di sotto sal mio zio,
il signor Mazzinghi, sempre festoso e burlone, tirandosi dietro i quattro miei cugini piccoli, anche loro allungati e cresciuti come succede ai bambini, che non fai in tempo a voltarti e gi non stanno pi nei calzoni dell'anno passato. Ed eccomeli l tutti intorno a gridare con le faccine alzate, e il pi piccolo, il caro Sandrino, mi si aggrappava alla cintola per salirmi in collo, e il maggiore volea levarmi la sciabola, e tanto disse e tanto preg che me la dovetti sfibbiare per darla a lui, che si mise subito a giocare ai soldati, gridando l'altol e il guardavoi come se fosse una sentinella di fazione, e fuggendo gi per le scale a far paura con quello sciabolone ai ragazzini degli altri casigliani.
Io volevo corrergli dietro per riprendere l'arme, che poco si confaceva ai giochi di un bimbetto di dieci anni e poco pi, ma la mia mamma disse che lo lasciassi un po' stare, e che anzi era meglio, una buona volta, queste sciabole adoperarle per farci ruzzare i bambini, anzich lasciarle in mano ai grandi per farsi del male l'un con l'altro. Ma dal revolver tuttavia non mi volli separare, come pretendeva il piccolo Sandrino, anche perch era carico e m'ero scordato di levare le pallottole: me lo tenni al fianco e cos sedetti a tavola, mentre la Nunzia col ramaiolo scodellava il brodo e affettava il pane.
Sestilia, la pi cara delle mie sorelle, forse anche perch era la sola rimasta in casa, all'altro capo della tavola, pur senza dire una parola, non mi levava un momento gli occhi di dosso, e si scordava di mangiare, toccando appena con la punta della forchetta un pezzettino di pollo. "E tu che fai, non mangi Pilucca?  le chiesi allora sorridendo: era appunto questo il soprannome che le avevo messo, per quel suo fare che sembrava schizzinoso davanti al piatto, cos che appena stuzzicava il mangiare, e poco o punto e lentamente se ne portava alla bocca. Ma stavolta ella non piluccava per quella sua vecchia abitudine, no, perch a risentirsi chiamare in tal modo scoppi in un pianto improvviso, e scost il piatto, pieg
il braccio sulla tavola, ci chin sopra la testa, scossa dai singhiozzi come per nascondere la sua gran commozione.
Subito mi alzai e fatto il giro della tavola le fui vicino, e le carezzavo la grande e folta treccia dei capelli neri, e accennai a tirargliela, come spesso facevo per gioco quando eravamo bambini, e poi le diedi la mia pezzuola grande perch ci si asciugasse gli occhi lacrimosi. "Ma via, via citrullina, le dicevo intanto "l'ho fatto per burla, e non volevo canzonarti, lo sai? Non piangere pi.
Mia sorella alz il suo bel viso, rosso di commozione, e cercando un sorriso mi rispose: "Ma io non mi son sentita canzonare per niente, e piango anzi di consolazione, a vedere che Garibaldi e la guerra non t'hanno per niente cambiato, e che sei rimasto il mio caro fratellino... Voleva andare oltre, ma un groppo le chiuse la gola e ricominciava a singhiozzare.
"Via, via, intervenne la mia mamma "ma sicuro che  rimasto il tuo fratellino. E poi per una mamma i figlioli sono sempre bambini, si sa, e tanto pi lui, dunque, seppure  grande e grosso come un uomo, e come un uomo porta i baffi e la sciabola. Ma ce ne vorr del tempo ancora, per mia fortuna, prima che diventi un uomo davvero, lui che fin ventisei anni
lo scorso luglio. S'era alzata e ci abbracciava stretti stretti tutti e due.
" Siete i miei ragazzi, ecco. E anzi riprincipiamo subito con le abitudini buone, e andatevene a dormire, perch i ragazzi, anche se tornano dalla guerra, non debbono credere che sia andato perso il buon costume di coricarsi per tempo, e restare a letto tutte le ore che ci vogliono per il buon costudimento del corpo, perch il corpo, specialmente dei giovani, ha le sue brave ragioni e gli necessita il riposo quanto l'aria e il mangiare sano.
Cos se ne andarono i casigliani, con l'intesa che sarebbero poi ritornati l'indomani a discorrere quanto loro piacesse col figliolo del sor Agostino arrivato fresco fresco da Napoli con la camicia rossa, il revolver e la sciabola. Se ne andarono con
lo zio Mazzinghi a me tanto caro i cugini piccoli, per la verit dopo qualche altro poco di resistenza, perch il maggiore non volea rendermi la sciabola, e cos restammo per un momento soli, noi due figlioli col babbo e la mamma, ma dopo un ultimo abbraccio ci ritirammo tutti a dormire, i genitori nella camera col letto grande, Sestilia nella sua, e finalmente io nello stanzino sottopalco che affacciava su tanti tetti e tanti orti senesi, e il lavamano, il lettuccio, lo scrittoio e la sedia, preciso identico a come quando ero scolaro.
La mamma previdente mi ci avea messo un bel braciere, e le coperte mostravano il rigonfio del prete col suo bravo scaldino di coccio pieno di carbonella, ben rincalzato, che dava un tepore meraviglioso. Sopra il saccone di granturco sfogliato era bella morbida la materassa di lana, e dopo un momento o due spesi a vagheggiare la dolcezza di ritrovarmi in casa mia, a fatica mi bast il fiato di dire pippo sopra la candela e gi dormivo come un bambino.
Anche il suono che mi dest l'indomani a giorno fatto io
lo ricordavo fra i pi lieti e giocondi della mia
fanciullezza: era il cucchiaio sul fondo della ciotola che rimuginava lo zucchero dentro il latte e il caff d'orzo, nelle amorose mani di mia sorella Sestilia, che recava appunto la colazione, cio due belle fette di pane abbrustolito, la conserva di more e anche un bel po' di butirro. Mi chiese se avessi dormito bene e apr appena gli scuri per far entrare quel poco chiaro che non offendesse gli occhi, ma io la pregai invece di spalancare tutto, perch volevo godermi la luce e il cielo pulito dalla tramontana che soffiava fredda su da Fontebranda, e il verde tenero degli orti. Non vedevo l'ora di essermi vestito, e di andarmene in giro a constatare che non era cambiata questa mia cara citt, che amavo come un secondo paese natio, avendoci imparato tutto quel poco che sapevo, e cio la bella parlata, la dottrina in utroque che troppo spesso i birboni adoperano per gabbare i baggiani, e che m'auguravo di non dover mai praticare (e vedremo poi che cos non fu per mia somma disgrazia) e ancora l'arte di buttar gi quattro versi alla buona, per con le rime che non istridesser troppo, ma principalmente la voglia di far bene in compagnia dei buoni per la nostra Italia.
La mamma e Sestilia, deste per tempo come si conviene a due brave massaie, m'aveano gi posato sur una sedia i miei vecchi panni alla borghese: la camiciola e le mutande di lana, la camicia e la sottoveste, la giubba di fustagno con le brache di panno uguale, il patatucchio bigio e il cappello a cencio. Ero contento di mutar buccia, e congedai subito il vano pensiero di escirmene vestito alla garibaldina, perch le divise stanno bene sul campo di battaglia, e non nelle piazze e nelle strade delle pacifiche citt, e gli amici mi doveano rivedere giusto com'ero un anno prima, quando appunto m'infilai nella tunica da ufficiale piemontese per andare a presentarmi in Alessandria al deposito del mio reggimento, che fu come ho gi spiegato il 34 fanteria.
Volevo mostrare agli amici di Siena che non ero per niente cambiato dai tempi miei di scolaro, ed essi parvero subito convinti che cos era. "La camicia rossa e la sciabola e il revolver, se proprio volete, ve li faccio vedere dentro l'armadio grande dove le mie donne hanno riposto queste robe. Per discorrere al caff  meglio quest'altra tenuta. 
Eravamo appunto nel caff del signor Alessandro Bianciardi, sempre l dalle parti di Fontebranda, coi tavoli di marmo e le panche e attaccato al muro il bandierone dell'Oca, contrada di cui tutti eravamo grandi passionisti, e il Bianciardi pi di noi, ma non per lo stolto livore delle passioni, bens per i tre colori, il rosso, il verde e il bianco, che ne adornavano insegne e costumi, i tre colori tanto invisi ai nostri tiranni, che non avevano mancato di mostrare la loro collera, con le buone e con le cattive.
Ne sapeva ben qualcosa il padrone del caff, sor Alessandro Bianciardi, che ai tempi della rivoluzione ebbe ospiti quanto mai sgraditi gli sbirri di Canapone, e poi anche i soldati, che non gli lesinarono le busse coi calci dei fucili, lasciandolo per terra pesto e sfiatato. Per noi il sor Alessandro era sempre stato come un fratello maggiore, prodigo di aiuti nel momento del bisogno, e di saggi consigli in ogni circostanza. Ora appunto mi sedeva dinanzi, lasciando al figliolo maggiore e a un tavoleggiante la cura dei bricchi e delle bottiglie, e mi guardava con quel suo bel sorriso onesto di galantuomo.
" O in Sapienza, gli domandai a un tratto "chi comanda? C' sempre quel boia del Mori?  E qui non era un'esagerazione, perch il professor Mori, ai tempi miei di scolaro, dalla cattedra menava vanto di avere domandato e ottenuto che nei tribunali del granduca si rimettesse la pena di morte.
"Il Mori per fortuna  a ghiado, rispose il sor Alessandro "e il rettore nuovo, il professor Pendola,  un fior di signore, e uno scienziato chiaro. Il guaio si  che a tenere il mestolo  restato quella canaglia del cancellier Bandiera. L'hanno ribattezzato segretario capo, e lui per suo conto ora si ribattezza liberale moderato, ma codino era e codino  restato, birbante era e birbante  ancor oggi. Tu te lo ricordi, no? Il Mori era un boia come tu hai ben detto, ma almeno aveva animo di dirtelo sul muso, e di mostrarsi col capestro in mano, mentre il Bandiera gli preparava il cappio e gl'insaponava la fune senza mai figurare. Lo sai tu che questo infame Bandiera oggi s'oppone a che nelle scuole di medicina, e io lo so bene perch Luciano, il figliolo mio piccino, studia al second'anno, adoprino i cadaveri per le lezioni di notomia? Non intendi l'infamia di costui? Tirava i piedi per conto del boia Mori, e adesso eccotelo a scandolezzarsi, se
per apprendere a sanare i vivi s'adoprano le membra di chi  morto per malattia o per eccesso di et.
Cos continuammo a discorrere della poca o nessuna severit che mostrava la rivoluzione italiana verso chi sempre le era stato nemico ferocissimo, con questo risultato di lasciare liberi a fare e a disfare uomini che sarebbe stato giusto e buono per tutti mandarli ad assaggiare le ritorte che la loro malvagit aveva messo a tanta gente dabbene. Ma poi il sor Alessandro ruppe quelle nostre acerbe considerazioni e c'invit a bere un gran ponce col rum, come lo sapean fare nel suo bel caff. Venne a portarcelo sul vassoio il figliolo suo maggiore, che si chiamava Napoleone, nome che potea suonar bizzarro addosso al primogenito d'un onesto italiano qual era
il Bianciardi, ma non si dimentichi che a molti dei nostri vecchi Napoleone prima che tiranno era parso principalmente
il portatore di tante belle novit per il nostro paese. Questo appunto osserv uno della brigata, che se mal non rammento fu un Vagaggini di Arcidosso, giovane pittore di molta bravura; e Napoleone, posando le tazze fumanti sul tavolo, disse:
"Questo nome me l'ha messo il mio babbo, e me lo porter dietro fino al giorno del giudizio, quando ciascheduno resusciter con le sue colpe e dunque anche col suo nome di vivo, ma vi giuro che se mi dovr sposare, e se mi nascer un figliolo maschio, gli metter il nome pi bello che mai abbia inteso un orecchio italiano. Lo chiamer Garibaldi, e poi staremo a vedere cosa avr da ridirci il prete che me lo battezzer.
"Bravo! rispondemmo tutti con un grande applauso a queste parole. "Un Garibaldi figliolo di Napoleone, che del secondo abbia il genio guerresco e del primo il grande animo, sar per forza bene auspicato. E cos bevemmo i nostri ponci, che ci misero calore in corpo ed estro nel cervello, e infatti cominciarono i canti, il Vagaggini pittore ci volle ritrarre a penna, un altro giovane attacc a fare rime a braccio sfidandomi a gara, e bisogn che io invocassi le mie muse povere e infreddolite per trovare la risposta azzeccata, e il Vagaggini, svelto a trascrivere come a disegnare, volle appuntarsi anche la mia misera ottava sul dietro del foglio dove ci avea ritratti, un foglio che ho poi conservato e anzi mi sta ora sott'occhio, e qui voglio riportarlo, non gi perch io stimi quegli otto miei versi degni delle stampe, ma giusto per il caro ricordo di quella bella serata fra amici di Siena nel caff del signor Bianciardi, agli sgoccioli del sessanta.
Avea detto l'amico a sfida:
Propugnasti l'onore della bandiera Sovra le balze etnee con l'arme in pugno,
E ben sapresti raccontar com'era
Il caldo gi in Sicilia a mezzo giugno.
Ora  l'inverno e ti ritrovi a Siena,
Col ceppo nel camino e l'uscio chiuso,
Nella contrada tua d'amici piena.
Ma a quel Bandiera, che darem sul muso?
Parve questo agli amici un bellissimo acchito, e dopo un grande applauso tacquero, aspettando la mia ottava di risposta, che fu la seguente:
A quel Bandiera non darem gi ferro,
N piombo, n metallo alcuno pretto,
Perch questi tormenti, s'io non erro,
Son privilegio d'un nemico schietto.
Sterco di vacca toccher a' birboni,
A' preti e frati e simile lordura,
A' tartufi, a' codini ed a' malvoni,
E si largheggi pur nella misura.
 veramente sorte felice e fortunata che si possano rammentare di queste bazzecole rimate col cuore commosso, e senza vergogna d'aver rubato un ette alla poesia vera, perch non gi d'arte esse fanno lo specchio, ma di sensi schietti, e di amici sinceri, che ti scaldano col loro entusiasmo, e ti riportano agli anni beati, quando non avevi occhi che per il bello, n orecchi che per l'armonioso, n testa che per il vero.
Nella casa del padre tuo restano ad attenderti le persone pi care con la calda dolcezza dei loro affetti, dalla tavola grande di cucina sei passato al giocondo tavolino di marmo del caff con attorno gli amici, e gli amori sono diversi, ma fra questi e quelli ti fanno credere che veramente tu sei l'uomo pi beato di questa terra.
Non erano forse stati i vecchi amici a darmi il primo benvenuto nella mia terra toscana, sbarcando dall'Elettrico sul pontile livornese? Erano appunto Andrea Sgarallino col fratello Jacopo e un loro giovane nipote che si chiamava Or- manno Foraboschi, e non mi levava un momento gli occhi di dosso. Quando cap che potea osare, attacc a farmi mille domande, se era vero che l'Elettrico correva i tredici nodi in un'ora; come era stata la presa di Palermo, e come Garibaldi era riescito, con mille uomini scarsi e male in arnese, a prendere una citt munitissima e difesa da ventimila armati (ma questo io non seppi spiegarglielo che per sentito dire, giacch al tempo di quella straordinaria impresa io giacevo dolorante nell'ospedale di Vita vicino a Calatafmi) e tante e tante altre cose che non star qui a raccontare, timoroso come sono che il mio paziente e buon lettore si tedi e perda la pazienza sua fin qui tanto benevola e grande.
Per un suo ghiribizzo Jacopo volle portarci a fare il giro delle sette chiese, ammirando in ciascheduna il presepio, composto con qualche buona invenzione fantastica da quei bravi parrocchiani, i quali tuttavia avean voluto aggiungere, accanto al bue e al somarello e alla Vergine Maria e allo sconsolato suo sposo Giuseppe, per fare la veglia al bambinello, anche il ritratto di Garibaldi. "Ecco l il nostro generale che d la buonasera a Ges Bambino, disse Andrea Sgarallino "arrivato or ora a portare la pace in terra agli uomini di buona volont. Vogliamo dunque, noialtri livornesi, che sia per essere un Natale di pace?
"Pace sia, os il giovane Ormanno "ma come sta scritto l sopra, soltanto per gli uomini di buona volont. Contro quelli invece che la volont hanno cattiva, sia guerra senza respiro. Guerra ai tiranni che anche Cristo ebbe nemici, seppure insegn a porgere l'altra guancia a chi lo pigliava a ceffoni.
"Ci che noi non faremo mai, gli rispose lo zio Jacopo "e anzi a chi ci si provasse noi renderemo doppie le ceffate.  questo un punto della dottrina che fa troppo comodo ai preti per essere vero.
E si accalorava nel discorso, e alzava la voce a tal segno che dalla sacristia lo sentirono i preti e gli scaccini e altri spengimoccoli vestiti di nero, e fecero capolino per vedere chi fosse lo sconsacrato parlatore, e non dovette garbar loro per nulla lo scorgere nella casa del Signore non solamente il ritratto di Garibaldi, ma addirittura un suo soldato in carne e ossa. A me parve buona cosa non questionare proprio la notte di Natale, che ha da essere pacifica anche per chi si tiene di consueto lontano dalle chiese, cos dissi che era tempo di mettere qualcosa sotto i denti, perch durante la traversata avevo mangiato poco o nulla. Perci, dopo un'ultima occhiataccia di traverso a quegli indegni propagatori della buona novella, la nostra piccola brigata se ne and all'osteria del famoso Noccioli empolese per la cena.
Si mangi tutti di buon appetito i maccheroni nel brodo, poi il cappone lesso, e poi un bel pezzo d'anguilla arrivata fresca fresca da Orbetello, e le pi varie specie di dolci nostrani, il panforte, i biricuccoli e le copate. Non mancarono naturalmente due bei fiaschi di vino rosso, col loro bravo torsolo di granturco a far da tappo, come si usava a quei tempi, prima che arrivasse la ceralacca. Mentre si sturava la bottiglia dello spumante, che portava legato al collo un bel nastrino tricolore, per brindare alla nostra buona causa e alla pace, comparve Vincenzo Malenchini, salutato da un fragoroso evviva, e lo facemmo sedere al nostro tavolo. Egli era stato mio colonnello ai tempi di Milazzo, e in Livorno tutti lo tenevano per uomo sennato e onestissimo, e difatti pi volte lo portarono deputato al parlamento, dove seppe adoperarsi per il bene dell'Italia e della sua generosa citt. Sedette e per una volta non fu avaro di parole com'era di consueto. Mi guardava con il suo grave sorriso e a un tratto mi chiese:
"E ora, che cosa hai in mente di fare?
"Intanto risposi "me ne ritorno a casa ad abbracciare i miei vecchi, che non mi vedono da pi d'un anno. Per dopo debbo ancora pensarci e decidere, se accettare la ferma coi piemontesi e restare soldato, o se invece rimettermi in panni borghesi e aspettare che il generale mi chiami quando gli parr tempo. Se anzi tu, che hai pi anni e principalmente pi giudizio di me, potessi darmi un consiglio, io sono qui tutt'orecchi. Malenchini rimase per un bel pezzo in silenzio, quasi meditando, e poi mi rispose cos:
"Ti dir che innanzi tutto sarebbe venuta l'ora di non chiamarli pi piemontesi. Tu ti sei battuto da bravo per l'unit d'Italia, e ce l'abbiamo fatta. A febbraio si riapre la camera e proclameranno re Vittorio Emanuele. Re d'Italia. Il suo esercito sar dunque italiano, vale a dire nostro, dei piemontesi come dei siciliani e dei toscani...
" giusto, l'interruppi "ma gi a Capua si vide come i piemontesi la voglian fare da padroni, e non dimostrano che scarso e lesinato affetto per gli uomini di Garibaldi. Tu avrai sentito parlare dello spurgo che a Napoli sta facendo la commissione dell'ammiraglio Genova Thaon de Revel. Non ti sembra questo un gran brutto principiare?
"Lo so, disse allora il Malenchini "ma da questo brutto principio verr un seguito anche peggiore se voialtri ufficiali di Garibaldi vi tirate indietro e lasciate che quegli altri facciano il comodo loro. Bisogna contrastare questa soperchieria dello spurgo, e non gi spurgarsi da se stessi. Vuoi tu forse che i piemontesi rimangano padroni di tutto, e dispongano a loro libito di terre, sostanze e uomini in Italia? Molti l'hanno capito, e so per certo che Bixio, Medici, Coseriz, Sirtori, per dire soltanto dei maggiori, rimarranno.
"Ma il generale? chiesi ancora. "Che cosa avverr se nel momento del bisogno gli mancheranno prprio gli uomini pi sodi?
Il generale concluse il Malenchini, perch poi non ebbi pi niente da replicare, "il generale ha sempre trovato gli uomini che gli bisognano, sta' certo. Ma se per disavventura gli mancassero, si fa sempre a tempo a levarsi la tunica e a pigliare dall'armadio la camicia rossa, e tu questo lo sai meglio di me, perch a maggio, quando venne la sua chiamata fosti fra i primi a lasciare l'oziosa guarnigione di Alessandria, anche a risico di passare per disertore.
Il ragionamento del bravo Malenchini non facea una grinza, e nei giorni che seguirono rimuginai a lungo fra me e me le sue parole, che mi parvero sennate. Gli amici di Siena furono dello stesso avviso, e perfino quelli fiorentini, i pi vecchi e fervidi mazziniani, come il Giannelli o il fornaio Beppe Dolfi, ebbero a scrivermi che a tutti loro ma principalmente al Maestro non dispiaceva punto di sapermi ufficiale dei regolari.
Fu cos che alla met di gennaio del sessantuno, quando arriv la lettera che mi chiamava al deposito di Torino, dove sarei stato a disposizione con il mio grado di maggiore, io non esitai pi oltre e presi il treno della capitale. M'accompagnarono alla stazione mia sorella Sestilia e il mio babbo, che non fece mai una parola, n di assenso n di avverso consiglio, su questa mia decisione. Solo, prima che il capostazione fischiasse per l'avvio, abbracciandomi disse: "Rimani onesto e bravo come ti fu insegnato. Non te ne verr grande vantaggio, se non quello d'una coscienza pulita. E ricordati che il mondo, se cambia, e se non cambia in peggio, va sempre adagio. Molto adagio.


Capitolo III.

Credevo io che in quel di Torino avrei trovato un brillante, e invece eccomi l con tra mano un vilissimo cul di bicchiere- Credevo di trovarmi un bel battaglione di giovanotti da scozzonare a mio piacimento e giudizio, e invece eccomi l a comandare una squadra di scribacchini. Alla caserma Cernaia mi diedero uno stanzone grande come un granaio, che affacciava sopra un cortiletto dove cucinavano il rancio pei bersaglieri, ed era sempre un va e vieni di carretti pieni di verdure, di marmitte da rigovernare, di cucinieri in gabbana di tela grigia coi ramaioli in mano, e giungeva su fino alle nostre nari il lezzo dei brodi rassegati. Dentro quello stanzone, seduti a tre o quattro tavoli larghi come letti matrimoniali, stavano i miei scribacchini, una quarantina in tutti, divisi in drappelli, ciascuno col suo maresciallo vecchio e impresciuttito, a dar di penna sui fogli di carta.
Si doveva appunto fare l'elenco degli sbarcati a Marsala, e dove una settimana mi sarebbe sembrata d'avanzo, da come si mettevano le cose io capivo che un anno non ci avrebbe portati a capo dell'impresa. Perch infatti lo stato maggiore pareva essercisi messo di picca a volere le cose fatte e rifatte le mille volte. I nomi degli sbarcati si traevano dai ruolini delle compagnie, scritti dapprima in Talamone, quando tutti presero terra e ci si pot guardare in faccia con comodo dopo il trambusto di Quarto, e dividere i fanti dai cavalieri - che per non ebbero cavalcatura - e assegnare le compagnie secondo la provenienza di ciascheduno o il capriccio delle simpatie o la necessit del numero. E allora i nostri bravi furieri segnarono ogni cosa sulle lor carte, come poi rifecero per scrupolo a Marsala e poi ancora in Salemi, s che adesso dovea bastare il paragone fra i tre elenchi, lo scrutinio dei pochi casi malcerti, per poi affidare ai tre o quattro fra gli scritturali che avessero miglior mano la cura dei diplomi coi bolli dorati, le aquile, i cannoni, le sciabole, le donne poppute simbolo d'Italia, e tutti gli ammennicoli insomma che di solito figurano su questi trofei.
E invece allo stato maggiore nulla pareva mai ben fatto, e i nostri elenchi ci ritornavano con un rapporto che buttava a monte ogni cosa e comandava di rifare daccapo. Prima ci fu il caso del volontario siciliano Stefano Tedesco da Alimena, caso che scomod almeno tre generali, e se ne fece una lunga inchiesta per ordine superiore. Quel valoroso giovane, nemicissimo dei nostri tiranni, avea in odio il suo cognome, e volle ribattezzarsi, ma senza darne avviso n al parroco n al gonfaloniere, col nome della madre sua, che fu Oddo. Complicandosi le cose col nome del suo paese natio, ci ritrovammo ad avere due persone che invece erano una sola, e cio Stefano Tedesco e Oddo Alimena. Che questo fosse lo sbaglio io lo avevo capito come suol dirsi a frullo, e difatti comandai ai marescialli che si segnasse il giusto, Stefano Tedesco detto Oddo, da Alimena, ma ai generaloni questa mia trovata non piacque punto, e mi scrissero di tenermi
rigorosamente a quello che dicevano i ruolini. Ma in questo
modo, raddoppiandosi il volontario siciliano, che io conoscevo di persona, e anzi ebbi da lui una bella lettera a conferma della verit, il numero totale non tornava pi giusto, e i generali dagli a insistere e a domandare come mai gli sbarcati fossero cresciuti fra Talamone e Marsala, quasi che potesse qualcun di noi partorire.
Allo stesso modo non vollero capacitarsi di come gli sbarcati crescessero di quattro rispetto agli imbarcati in Talamone, n vollero star a sentire le mie ragioni quando spiegai loro che da Orbetello s'erano aggiunti alla nostra brigata quattro volenterosi, che furono per la storia Giuseppe Fineschi, Antonio Raveggi, Valeriano Devitte e Angiolo Velasco. Costoro, per la caparbiet dei piemontesi, non figurarono mai nell'elenco dei Mille, e persino Desiderato Petri, che vidi io coi miei occhi cadere da prode a Calatafimi, primo morto della gloriosa spedizione, non entr mai in quel novero perch era giunto in Marsala come cameriere a bordo del Piemonte e non figurava fra i combattenti.
Inutile ch'io dica come crescesse in me il fastidio, che rasent i toni dell'ira quando una nuova lettera mi comand di segnare accanto a ciascun nome la nazionalit del volontario. Pareva giusto a me, ma non ai miei caporioni, che tutti si dovessero chiamare italiani, come quelli che per la causa italiana s'erano battuti e anche eran morti, e questo appunto cercai di far intendere in alto loco, ma senza risultati. Cos s'arriv al punto di scrivere non solamente ungherese accanto al nome di Stefano Tiirr, ma finanche austriaco accanto al nome di chi era nato nella Venezia o nel Tirolo italiano, e addirittura uruguaiano accanto al nome di Menotti Garibaldi.
Quando poi il comando volle che Giuseppe Garibaldi figurasse come francese, essendo Nizza citt oggi sita in territorio francese, e ci per le tresche del conte di Cavour, che avea fatto il nostro vecchio, nemicissimo di Luigi Napoleone e dei francesi codini, straniero in patria, la rabbia mia fu l l per traboccare, e non so come riescii a tenermi in cristi e a non mandare a quel paese l'elenco dei Mille, lo stanzone della caserma Cernaia coi miei quaranta grattacarte e il generale Fanti in persona, con il suo codazzo spocchioso di lustrissimi signori generali.
Tutte queste cose - il lettore se lo pu ben figurare - io non me le tenevo in corpo, perch altrimenti sarei scoppiato, e invece le dicevo nero su bianco nei rapporti al comando, e ne ragionavo ogni sera con quegli amici che ebbi modo di trovare in Torino, e fra gli altri rammenter come i pi cari Maurizio Quadrio, Andrea Liberatori e Adalberto Minucci. Costoro stavan l a sentire le mie doglianze, e mostravano di comprendere il mio cruccio, anche se talvolta si mettevano a ridere di buzzo buono, perch ben altri e pi gravi ragionamenti si facevano in que' tempi a Torino, ora che si doveva aprire da una settimana all'altra la nuova camera, per decidere tante novit per il nostro paese.
E siccome lo sciagurato elenco degli sbarcati a Marsala, una volta fattomi io convinto che sarebbe stato faccenda eterna, non mi portava via pi che tanto, di tempo e di fastidio, e potevo lasciarlo alle cure dei vecchi marescialli coi loro scritturali o scribi o scribacchini o graffiacarte che dir si voglia, lunghe ore mi restavan libere per andarmene a zonzo nelle strade e ricoverarmi nei caff quando il freddo era insostenibile, e sedervi in bella e faconda compagnia a ragionare delle future nostre sorti politiche.
Io non fui mai grande intenditore di queste faccende, eppure mi piaceva starmene ad ascoltare questi amici che pi assai di me la sapean lunga di costituzioni e di reggimenti civili e di strumenti pel buon governo. Neanche avrei creduto che si potesse discorrere e disputare sopra una legge composta da un unico articolo, come era quella che le teste sode di palazzo Carignano andavano preparando, e che dicea pressappoco come e qualmente Vittorio Emanuele II assumeva per s e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Dopodich ogni atto, ogni deliberazione, ogni carta di qualche conto, nel nuovo regno, ivi compresi gli appalti del sale e del tabacco, si sarebbe intestata con la dicitura: "Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e per volont della nazione, re d'Italia.
Parea a me che non ci potessero cascar dubbi, n insorgere differenze d'intendimento, e invece ecco l i miei amici, la sera per i caff o nei salotti delle gentili dame loro ospiti, discettare, sceverare e distinguere, misurando e pesando le parole come fa l'orafo con la bilancina pei suoi preziosi metalli. Se dovesse accattarsi quel "re d'Italia o se non fosse invece pi opportuno dirsi "re degli Italiani, secondo l'esempio dei monarchi francesi, che nel '30 e poi ancora nel '48 s'erano voluti appunto chiamare "re dei Francesi, e poi Luigi Napoleone "imperatore dei Francesi. Chi questo affermava, sentiasi subito replicare che i sovrani inglesi s'eran sempre chiamati "re di Brettagna, senza che ne patisse la libert e la democrazia di que' fieri isolani. Ed ecco un altro insorgere a dire che la grazia di Dio  concessa a tutti i buoni e a tutte le azioni assennate e giuste, e che perci non la si dovea invocare per l'Italia unita e per il suo re, quasi come dubitando che fosse cosa sennata e giusta, tale da doversi chiamare apposta a consacrarla il Padreterno, il quale del resto dovea essere fin troppo affaccendato negli affari suoi per doverlo scomodare ad ogni anche minima incombenza.
Voleva un altro che, ammessa la grazia di Dio, la si dovesse tuttavia posporre alla volont della nazione, prima e sicura e garentita fattrice del regno nuovo. E perch, incalzava ancora costui, dovea re Vittorio Emanuele, re galantuomo, assumere anzich accettare o ricevere, l'augusta corona? E perch, aggiungeva non pago, quel disegno di legge farlo proporre dal governo e non dal parlamento, quasi che l'iniziativa fosse oramai di gi passata dal popolo italiano tutto a un manipolo di governanti, preclaro quanto si vuole, ma tuttavia angusto e troppo ristretto al suo passato piemontese? E ancora: proclamandosi in Torino il nuovo regno dell'Italia unita, con ogni solennit e col concorso degli ambasciatori forestieri, non c'era il pericolo che si volesse in tal modo affermare l'Italia gi fatta, senza Roma e senza Venezia ancora libere? Torino capitale, e finanche Firenze capitale come da taluni si buccinava, poteano anche far insorgere il dubbio che Roma capitale non sarebbe stata mai.
Non satolli di disputare sulle parole, gli amici miei cui
Madrenatura aveva dato una testa fine e aguzza come il diamante, attaccavano a discettare anche sui numeri, e come tanti matematici si sbracciavano contro quel secondo che il re volea serbare apposto al suo nome. Non  egli, argomentavano, il primo re d'Italia? Lo si dica dunque a chiare lettere. Se egli rimane secondo, ci ha da intendersi come se continuasse, salendo sul trono, il nome e la tradizione del primo Vittorio Emanuele, il quale era stato re, ma di Sardegna, e anzi in Sardegna costretto vergognosamente dallo scoppiare dei moti e dall'arrivo di Napoleone, e poi era tornato in Torino a rimettervi l'antico giogo, fino a quando nuove sollevazioni l'avean finalmente costretto ad abdicare.
Io stavo appunto l a sentire tante e s belle discettazioni, senza osar mai di metterci bocca, e poi me le rimuginavo in mente durante le scellerate ore trascorse in quel maledetto stanzone alla caserma Cernaia a fare e disfare la maledettissima lista degli sbarcati a Marsala. Provai talvolta a farne parola coi miei quattro marescialli, ma costoro non avean testa che per gli stampati e le scartoffie, e restavano a guardarmi imbambolati, quasi che io favellassi loro d'algebra e d'astronomia. Peggio ancora fu il discorrerne al circolo ufficiali, dove mi accadeva di recarmi il sabato sera per incontrarci certi colleghi, o bere un ponce, o fare la partita al biliardo con la stecca.
I colleghi miei, piemontesi in buona parte, se s'adattavano a far parola su questioni diverse dalle solite - intendi i cavalli, le dame e le monture - era per discettare sulla riforma che dell'esercito andava preparando il ministro general Fanti, riforma a mio modo di vedere piccola e di poco conto, e fors'anche di qualche utilit. Sappia il lettore che col regolamento del '51 i battaglioni di fanteria si inquadravano su quattro compagnie di duecento e cinquanta uomini ciascheduna, annoverando cio in tutto un migliaio di baionette. Ora, formandosi l'esercito nazionale, e crescendo le divisioni - almeno nelle speranze di tutti - fino a venti, vale a dire una divisione per ogni milione di abitanti (ch questa era la norma in tutti gli eserciti europei), si avea un grande bisogno di ufficiali, che non potevano inventarsi dalla sera alla mattina, e principalmente di ufficiali superiori, dal grado di maggiore in pi avanti.
Ora, sosteneva il general Fanti, se s'inquadrassero i battaglioni non pi su quattro ma su sei compagnie, avremmo avuto minor necessit di maggiori e di tenenti colonnelli che di capitani. Non solo, ma riducendosi la compagnia a centocinquanta uomini, il battaglione sarebbe di novecento, e non di mille baionette, e ci appariva, a lume di ragione, pi adatto alla maggior mobilit d'un'armata moderna, e alla qualit rotta e frastagliata del terreno, nei futuri campi di battaglia, che di certo avean da essere quelli oltre il Mincio ed oltre il Po.
Argomenti che mi pareano sennati, anche se non ebbi mai grande affetto per il general Fanti, il quale anzi, comandando due anni prima l'esercito della Lega, non aveva tralasciato occasione per mostrare quanto poco bene volesse a Garibaldi, suo sottoposto al comando della divisione toscana, e ai garibaldini tutti. Per non ripetere quel che il lettore gi sa, e cio essere il Fanti il maggior artefice, e anzi il segnatario, del foglio che ci mandava tutti a casa, e lasciava gli ufficiali in camicia rossa nel limbo, o anzi meglio nel purgatorio. Eppure del Fanti stavolta riescivo a intendere le ragioni, seppur non l'animo che le muoveva. Non l'intendevano invece gli ufficiali piemontesi, ostili sempre a chiunque non fosse nato e cresciuto nelle lor militari trib, i quali tenevano in dispregio perfino questo Fanti, facendogli in cuor loro colpa d'essere nato a Carpi in quel di Modena, e di avere illo tempore militato con la rivoluzione.
Cos essi difendevano come anime perse il vecchio regolamento e il generale Lamarmora suo autore, prognosticando sciagure e malasorte ove ci si azzardasse a toccarne una virgola. Parea che scendere sul terreno coi battaglioni di novecento anzich di mille uomini, e divisi per sei anzich per quattro schiere, fosse poco meno che un atto proditorio, e ogni sera se ne disputava, in quei saloni pieni di specchi del circolo ufficiali. Disgrazia volle che un sabato, non ricordo pi per quale verso, anch'io fossi chiamato a manifestare un'opinione su questa ormai lunga e noiosa istoria del regolamento da cambiare, e naturalmente io dissi quello che pensavo, e cio che il Fanti proponeva una novit di poco conto, di nessun danno e forse di qualche utilit. E fu un coro di proteste interminabili, e di sorrisi schernevoli seppur nascosti sotto i baffi, contro questo tanghero d'un garibaldino che non era neanche escito dalle scuole militari e adesso s'impancava a giudice.
" Ma sentiamo, sentiamo allora,  fece un giovane capitano coi baffi incerinati, che avea per nome Bauducco, e se ne stava in coppia fissa con un suo collega, chiamato Rebaudengo, anche lui incerinato, e tutti e due di egual statura e complessione, come due fratelli, appoggiati col gomito a una specchiera, s che guardandoli non due ne vedevi ma quattro, e senza nemmeno aver comandato un altro ponce; "sentiamo cosa ha da proporre il nostro signor maggiore in questa circostanza, lui che viene fresco dalla guerra e conosce il fatto suo.
"Giusto intervenne il capitano Rebaudengo, che era stato ad ascoltare accennando di s col capo. "Il signor maggiore, se non vado errato, comandava appunto un battaglione nello scontro di Milazzo, e sappiamo che si condusse valorosamente, mentre ignoriamo se quel battaglione fosse su quattro oppur su sei compagnie, di novecento oppur di mille baionette. Com'era dunque il suo battaglione a Milazzo, signor maggiore?
"Vedano signori, replicai con pazienza "quel mio battaglione che a Milazzo si scontr con il fianco sinistro dei napoletani era stato raccolto alla bell'e meglio con quei volontari che si trovarono, vuoi fra i Mille, vuoi fra i toscani della spedizione Medici che comandava Vincenzo Malenchini. Non ebbe mai compagnie di esatto numero, e i forieri non v'erano, a segnare nomi e a contarli. Era un battaglione un po' arrisicato, un po' alla sanfasson, o se volete meglio, un po' alla garibaldina, ma nessuno se ne diede gran pensiero, perch in Sicilia badavamo pi al nemico che a noi stessi, e facevamo pochi conti, di noi stessi e di loro. Posso dirvi tuttavia che si portarono molto bene, ufficiali e volontari, per quanto si pot. "Capisco, replic il Rebaudengo "che in una campagna come fu quella di Sicilia, contro un esercito fiacco e pronto a fuggire, si potesse andare al fuoco senz'ordine n giudizio. Ma in una guerra vera, lei che cosa giudicherebbe migliore per l'assetto delle compagnie?
Confesso - e il lettore l'avr gi capito - che questi due ufficialetti cominciavano a venirmi a noia. Eppure non voltai loro le spalle, lasciandoli l allo specchio senza neanche la buonasera, come sarebbe stata mia voglia, e risposi cos:
"Capitano, guardi che i napoletani sparavano palle anche loro, e ne vidi pi d'una andare a segno, e vidi anche cavalieri alla carica con lance e pistoloni, e baionette che tagliavano come qualunque altra. Intendo dire che fu guerra sul serio, a Milazzo e altrove, e che se i napoletani fuggirono, segno  che qualcuno li pungeva nelle costole per stimolarli alla fuga.
"Il signor maggiore vorr scusarmi, intervenne allora il Bauducco "ma il capitano Rebaudengo intendeva dire che il fatto d'arme di Milazzo, valorosissimo del resto, non fu condotto secondo le buone regole della guerra moderna. Basti pensare, e mi scusi se lo rammento proprio a lei che c'era, all'intervento della cannoniera Veloce, con il comandante in capo su a bordo. Lei m'insegna che un buon comandante non deve mai distrarsi dalle sue linee, men che mai per imbarcarsi, men che meno per un'azione che non fu, e lei lo rammenta, risolutiva. Queste sono incombenze che un bravo ed accorto condottiero affiderebbe pi rettamente alla marina...
"La cannoniera Tukeri, l'interruppi con voce un poco pi alta "la cannoniera Tukeri, e non Veloce, perch cos, col nome del prode ungherese, la volle ribattezzata Garibaldi, anche se pei venti d'imbatto e per il guasto a un cilindro non pot far fuoco, con la sua stessa e sola presenza decise le sorti della giornata, tanto fu il timore che n'ebbero i napoletani, e dunque era giustissimo che il capo stesse l sopra. Io non ho molta pratica di manuali, ma parmi, cos a lume di naso, che il capintesta abbia sempre a trovarsi proprio l dove si decidono le sorti e dove si picchia pi sodo.
Ma i due capitani, che davanti a quello specchio dorato sembravano quattro, tutti uguali e incerinati, ebbero un sorrisetto mentre io questo dicevo, e nel dirlo sentivo la collera montarmi verso il capo, perci incalzai: "Vedano un paragone, signori. Se oggi il general Cialdini, che comanda la musica sotto le mura di Gaeta, pigliasse la risoluzione di abbandonare un momento la sua bella tenda davanti alla piazza, e tentasse magari di investirla proprio dal mare, dove meno  la difesa, con qualche vapore armato come quelli che generosamente gli regal in Napoli la prodigalit di Giuseppe Garibaldi, non credono lor signori che questo magno assedio lungo come la quaresima s'accorcierebbe alquanto?
"Gi, ribatt un di loro, e non ricordo pi, sia per la collera che a stento dominavo sia per la simiglianza fra i due, se fosse il Bauducco oppure il Rebaudengo "lei non riesce a calcolare i rischi, gi davanti a Gaeta, di un attacco dal mare. Lei non sa che davanti alla costa, sul confine con lo stato romano, incrociano le navi di Luigi Napoleone? Certo, lei  uso a non considerare le complicazioni politiche della guerra. Come tutti i garibaldini...
"Gi, l'interruppi io, ripigliando a mia volta il suo esordio, "come tutti i garibaldini io non ho e non ebbi mai l'abito di cercare le pulci nelle cuciture della camicia, perch era una camicia rossa e dunque pulita. Immagini lei che lo scorso maggio gi a Quarto, anzich risolverci a pigliare il mare, noi fossimo rimasti a strologare sulle intenzioni di questo o di quel potente della terra, a chiederci che cosa avrebbe fatto Napoleone e cosa l'Inghilterra e la Prussia e l'Austria e il califfo d'Istanbul, a calcolare e soppesare le incertezze del nostro destino. Giammai saremmo partiti, e giammai il meridione d'Italia si sarebbe riunito ai fratelli del settentrione, se non forse dopo decenni di maneggi diplomatici, e con ben pi grave dispendio di energie, di vite, di ricchezze, e finanche forse di provincie nostre, datosi che il vostro scaltrissimo conte di Cavour l'unit d'Italia vorrebbe farla coi baratti...
"Protesto! m'interruppe allora un dei due. "Protesto che in queste stanze si parli in tal modo dell'uomo che regge il timone del vascello nazionale. E aggiungo, per dirla tutta, che
io reputo la liberazione del mezzod faccenda affrettata e pericolosa, la quale coster assai cara a noialtri piemontesi, costretti dalla vostra precipitazione a dover governare quelle provincie barbare e riottose a ogni vera civilt.
Queste parole mi fecero perdere la tramontana, non ci vidi pi e afferrato il signor capitano pel colletto della tunica, lo strattonai alquanto, e gli dissi sul muso: "Giovanotto, ora basta. Vattene a casa e pigliati un purgante, che ti levi di corpo il tuo veleno piemontese. Quando tu ti sia ripulito per benino, ripiglieremo questo discorso.
Nonostante i miei strattoni, l'incerinato capitano teneva alto il capo, teso il collo e impassibile l'espressione del viso, come uno che impavido affronta la mitraglia. Poi si sfil il guanto bianco, me lo sbatt sulla guancia e disse: "Maggiore,  troppo. Si ritenga schiaffeggiato. Al che io lasciai il colletto della tunica, tirai indietro il braccio, e fu un tal manrovescio quello che tocc al capitano da mandarlo a sbattere contro la specchiera che precipit a terra infrangendosi, presagio per chi crede nelle superstizioni di non liete novit.
"Capitano Rebaudengo, dissi intanto "si ritenga schiaffeggiato anche lei e il conto  pari.
"Rebaudengo son io intervenne l'altro che tuttavia se n'era rimasto immobile a guardare.
"Davvero? gli risposi "e allora eccole la parte sua e affibbiai anche a questo altro la ceffata, considerato che la prima avea sbagliato recapito.
Questa scena, lunga a raccontarla, s'era svolta in pochissimi istanti, e nessuno pot subito interporsi. Ma ora eccomeli tutti l intorno a vociare, deprecando la maggior parte quel mio doppio ceffone, accusandomene come d'un grave delitto. Qualcuno mi teneva per le spalle, forse nel timore che dopo
lo specchio io mandassi in frantumi qualche altro bell'arredo,
o arrossassi qualche altra guancia di piemontese. Invece a me era gi sbollita l'ira, e quasi mi veniva da ridere nel vedere
i due capitani contemplare le loro facce moltiplicate dalle tante schegge sparse sul pavimento, e aprivano e chiudevano la bocca, come fanno i pesci quando avviene loro, in fondo ai pozzi, di beccare l'erba mora. Mi liberai dalla stretta di chi mi tratteneva a tergo, presi il chepp, ritirai la sciabola al guardaroba e infilato l'uscio senza neanche dare la buonasera, in breve tempo fui nel mio alloggio e mi misi a letto cos sollevato in cuor mio che dopo un po' di lettura gi me la dormivo della grossa.
Nemmeno stetti a pensare che l'indomani a darmi la sveglia sarebbero stati quattro che a me parvero becchini, lunghi lunghi, col tubino in testa, i panni neri e stretti addosso, e la faccia del d delle ceneri. Bussarono all'uscio, e siccome la buona signora Camasio, vedova, che mi teneva a dozzina, era escita di buonora per le spese, mi alzai io stesso ad aprire, tuttora in mutande, e restammo un bel po' a guardarci, in cos diverso e contrastante arnese. Accertatisi a occhio dell'esser mio, un di loro cav di tasca una gran busta lunga e gialla e fece l'atto di consegnarmela. Ma io non la prendevo.
"Cos' mai questo? chiesi invece "il conto di qualche funerale?
"No, signor maggiore rispose costui che sinora non avea aperto bocca." E la prego anzi di considerare la gravit della circostanza. Il signor capitano Bauducco si ritiene offeso e desidera soddisfazione sul terreno, lasciando a lei la scelta dell'arma e l'ora dello scontro che sar domattina.
"Davvero? feci io trattenendo non so come la voglia di mettermi a ridere. "Ma se mal non ricordo lo scontro gi c' stato, fra il suo signor capitano e chi le parla. Il terreno fu lo stesso circolo degli ufficiali, l'arma il rovescio di questa mano. Riferisca allora che per mia parte mi ritengo arcisoddisfatto, e che il signor capitano se ne stia calmo e in buona salute e mediti sui casi suoi.
"Lei non vuole battersi? domand il becchino, cui la faccia diventava sempre pi scura.
"Precisamente no risposi.
"E comprende la gravit del suo rifiuto?
"Caro signore gli risposi. "Caro signore, Jacopo Gelli  un mio concittadino, o pressappoco, e so quel che sta scritto nel suo codice cavalleresco. Il regolamento vieta i duelli fra gli ufficiali d'uno stesso esercito...
"Ma punisce anche m'interruppe il mio allampanato interlocutore "quell'ufficiale che rifiuti lo scontro.
"Per nostra disgrazia s. E sar io il punito, e accetto di buon grado l'assurdo castigo che mi si minaccia nella pagina sbagliata del regolamento, preferendo tenermi alla pagina giusta, quella appunto che serba l'uso delle armi alle zucche dei nemici d'Italia. Signori, se non hanno altro da dirmi, favoriscano lasciarmi un poco solo, giacch io vorrei, anche per il rispetto che debbo alle loro persone, gradite in questa casa pur se vi entrarono per non gradita incombenza, vorrei dicevo infilarmi le brache.
"Signor maggiore, intervenne un altro che sinora, come del resto i suoi colleghi, se n'era rimasto in silenzio "debbo consegnarle questa. E mi porse una busta identica alla prima.
"Cosa c' dentro? domandai, ma fu domanda retorica perch ci voleva poco a indovinare.
"Il cartello di sfida del signor capitano Rebaudengo, che si considera anch'egli offeso e chiede eguale soddisfazione. Debbo poter credere che ella rifiuter anche questo scontro? "Lo creda senz'altro, signor mio, e stia in buona salute insieme a tutti gli altri signori che qui l'accompagnarono.
I quattro corvi accennarono un segno di saluto, e senza stringermi la mano escirono dalla mia casa dritti e magri e inteccheriti da sembrare quattro cipressi in una notte senza stelle, infilarono le scale e dalla finestra li vidi, l'un dietro l'altro, raggiungere un legno l fermo ad aspettarli, e liberare infine la strada dalla loro presenza, che mi dava l'impressione della sperpetua. Io feci gli scongiuri che mi parvero opportuni, poi mi misi i calzoni e andai in cucina a prepararmi un bel caff.
Che in tutta questa vicenda io mi conducessi con poco giudizio, non mi sar difficile confessarlo, a me stesso e al lettore, salvo il principio, che mi rimane giusto, di non doversi mai impugnare un'arme in faccia all'amico, ancorch piemontese, e massimamente da chi ha scelto il mestiere del soldato per vincere i nemici, che nel caso mio e di tutti noialtri ufficiali italiani erano molti e agguerriti e vicini. Salvo il principio, confesser volentieri che fu da parte mia una ragazzata quel pigliarmi a parole, e poi a ceffoni, nelle stanze del circolo, e coi colleghi e peggio ancora coi famigli e coi tavoleggianti l a guardare, ci che di certo non formava un buon esempio offerto a chi domani dovesse obbedirci. Attendevo dunque di buon animo la punizione che mi sarebbe toccata, accettandola non per il verso che ad essa avrebbe dato il mio comandante, ma appunto per l'altro, come cio diretta a correggere la mia sventatezza e la mia maledetta ed eterna voglia di farmi giustizia con le mani mie, quella stessa che tanti bocconi amari mi fe' in appresso ingollare.
Vennero a trovarmi certi buoni amici, e mi raccomandarono di starmene cheto in casa, e di escire solo quando fosse indispensabile, insomma di non dare troppo nell'occhio mentre si decideva su quel caso. Tornarono a tenermi compagnia, ad accertarsi che non escivo, a portarmi le gazzette fresche di stampa, s ch'io fossi sempre ben informato su quanto di notevole accadeva in Torino, a discorrere d'infinite cose che non star qui a rammentare. Ma soprattutto quegli amici mi ammonivano della gravit del fatto, e come il rifiuto di battersi in duello, quand'anche fosse proibito dal regolamento, comportava pene asperrime, e finanche l'espulsione dall'esercito, e chi di loro avea certe buone entrature in alto loco promise che non avrebbe trascurato d'infilarcisi e poi soffiare qualche parola buona nell'orecchio pi opportuno.
Debbo dire grazie a tutti loro, e massimamente ad Andrea Liberatori e ad Adalberto Minucci, mio compaesano di Maremma, poi trasferito a Torino dove avea bens perso la parlata nostra, ma non gi l'animo schietto e l'abito di adoperarsi per gli amici quando accada loro di trovarsi, seppure per colpa, in difficolt. Non so con quali generaloni egli e il Liberatori riescissero a parlare; il fatto sta che l'espulsione non venne, e tutto si ridusse a una gran lavata di capo che mi fece il mio colonnello, pi trenta giorni di arresti in fortezza, tramutati poi nel trasferimento ad altra piazza, che fu appunto il sottocomando di Biella. Toltomi l'ufficio di compilare la lista degli sbarcati - di che non mi rammaricai punto perch gi ne ero arcistufo - in Biella trovai ad attendermi altri cinque o sei ufficiali gi garibaldini, l ridotti e trattenuti con la parola di non muoversi a nessun costo, come quelli che non si desiderava avere tra i piedi a far guai nella capitale.
"Bravo, mi dissero "hai ceffonato i piemontesi, e ora sei venuto a purgarti in questo paesaccio di tessitori e bottegai. Cerca dunque di star buono e di portare pazienza, perch c' il calabrone che va a rifischiare tutto quel che sente a chi lo comanda.  E mi spiegarono chi fosse questo calabrone: un certo capitano Pella piemontese, messo l fra noi per raccattare broccoli e portarli al signor colonnello.


Capitolo IV.

L'ozio vergognoso e stolto di quelle giornate biellesi, divise in parti uguali fra gli inutilissimi rapporti e le vane ciance alla mensa degli ufficiali, dove per timore del calabrone tutto d d'altro non si potea parlare che di donne e di cavalli e di monture (bellissime cose anche per chi scrive queste pagine, il quale non sogn mai di farsi certosino e fu sempre uom di ciccia, massimamente allora che gli anni erano soli ventisei e il sangue non era mai stato acqua; bellissime cose, purch le si prendessero con misura e se ne discorresse a tempo e luogo, scegliendo poi giusto tempo e giusto luogo per i discorsi pi seri, giacch sempre e per tutto il troppo stroppia) quell'ozio vergognoso dunque mi accresceva in corpo il rovello e mi metteva gran voglia di menar le mani e mi facea desiderare come la cosa pi grata una nuova lettera degli amici fiorentini.
Per mia fortuna ne ricevetti molte in quelle settimane: Beppe Dolfi - e gliene sono ancor grato perch fece cosa giustissima - and a Caprera dal generale a domandare consiglio, ed ebbe ottime accoglienze da Garibaldi, il quale tuttavia gli diede soltanto suggerimenti e norme molto generali, perch era suo costume tenersi sempre sulle larghe e non lasciarsi stringere i panni addosso, e se anche andava meditando qualche novit, non la palesava a persona, serbandola nel segreto fino alla vigilia d'eseguirla. Il Giannelli non ebbe invece del Dolfi il giudizio e la ponderatezza, e da lui ricevetti sempre lettere infiammate e azzardose, dove mi sembr di scorgere una eccessiva fiducia nella nostra buona stella e una soverchia stima di me, pover uomo destinato a far numero. Il peggio  che queste cose il Giannelli le scriveva anche a Mazzini, il quale, come e forse pi di lui, sbagli nel prendermi per chiss chi, e ne sia prova la lettera che qui trascrivo:
"Fratello,
"di tempo in tempo sento il bisogno di dire ai buoni davvero - con effetto o no - ci che credo necessario al paese. E lo fo con voi, buonissimo fra i buoni.
"Non perdiamo, per mancanza d'attivit concentrata, il pi bel momento possibile. Non lasciamo che il fermento diffuso da noi italiani in Ungheria, in Polonia, in Oriente, si perda, si svii nelle mani de' moderati di tutti i paesi.
"Inoltre, l'iniziativa duna guerra  inevitabile. La questione sta in chi l'avr. Se Cavour, le conseguenze saranno: discesa dei Francesi in Italia, la nostra politica serva della francese per mezzo secolo; la perdita della Sardegna; rinunzia a Trieste e al nostro Tirolo; l'alleanza vergognosissima nostra con L. N. sul Reno.
" dovere anche pi urgente di quello che vi condusse nel Sud, d'agire, e di continuare, con iniziativa indipendente dal Governo, l'impresa. Non pu esservi impresa sul V. che non trascini a forza il Governo. Ma l'iniziativa nostra toglie via l'intervento fatale bonapartista.
"Garib. non agir: nol pu, non sa come. Ma Ei dice, e dovete saperlo, che Egli sar 24 ore dopo ovunque s'inizier.
"Tocca ai suoi, a noi tutti iniziare: a lui di trasformare l'iniziativa in vittoria.
"Bisogner impadronirsi di 3.4. e dar moto a tutta la linea che vi si connette. Allora, da 31,32.33. ecc. caveremo un campo, un esercito. E daremo mano ai moti 22. e segnale all'Oriente.
"Per questo sono necessari quattro 14,15.
"La somma necessaria  500.000 fr.
"Aiutate in tutti i modi possibili e rapidamente il concetto,  dovere assoluto."
E i principali fra i compagni di Garib. dovrebbero essere prominenti nell'attivit per questo fine.
"Fratello, ricordatevi del Sud. Se un campo non s'apriva all'azione di Garib. in Sicilia, il Sud non sarebbe libero.
"Bisogna preparare e compiere quest'impresa. Appena iniziata, darne il comando a Garib.
"Questo  il dovere: pensateci. Siamo oggi ventuno e pi milioni. Perdio! Saremo meno arditi di quando non eravamo che dodici?
"Vogliate darmi cenno dell'opinione vostra e credetemi sempre di voi con affetto e stima,
"fratello GIUSEPPE
Il lettore non dee pensare che in questi righi il Maestro desse, come suol dirsi, i numeri. La lettera era in cifra, l'alleanza vergognosissima paventata era quella con Luigi Napoleone, e messe le cose in chiaro, egli mi volea brevemente persuadere a impadronirsi del Tiralo italiano, a cavare un esercito nel Bresciano e sulla sponda lombarda del Garda, a dare una mano, frattanto, ai moti d'Ungheria, radunando per ci fare appena quattromila volontari. Garibaldi avrebbe seguito, io avrei dovuto farmi promotore.
Ora, fu sempre grande la stima per il pensatore e l'affetto per l'esulo, che coi suoi scritti aveva acceso di bellissimi propositi i miei anni giovani di scolaro, e nutrito di tanta dottrina il mio sentimento; ma questa lettera, e i due incontri che con lui ebbi in Napoli, mi costringevano a credere che nella scelta degli uomini Mazzini fosse, pi che temerario, folle. Pensare che bastassi io a dirigere di queste musiche, e che Garibaldi si sarebbe acconciato ad arrivare secondo, era poco meno che pazzia bella e buona.
Il lettore ricorder come Mazzini, conoscendomi di persona a Napoli dopo i lunghi mesi di corrispondenza quando mi trovavo ad essere segretario fiorentino della Giovane Italia, mi raccomandasse di stare appresso al generale, e di convincerlo a non lasciarsi cogliere nel laccio da Cavour e da Napoleone. E io gli risposi che ei s'ingannava molto nel credere che io potessi avere qualche peso nei consigli del generale, giacch io non ero altro, vicino a lui, che un povero soldato pronto a obbedire.
Con Garibaldi, spiegai, noialtri ufficiali della sua famiglia militare non parlavamo che quand'egli c'interrogasse, massime quando si trattava di negozi che non avessero che fare colle nostre attribuzioni ordinarie, e perci non avrebbe di certo dimandato un nostro parere circa l'annessione. A Mazzini, ripeto, la mia risposta non and molto a fagiuolo, e tacque per un bel po', e quindi riprese a parlare dei romani impazienti d'insorgere, dei veneti apparecchiati alla riscossa, dei reggimenti ungheresi pronti a far causa comune con noi, e disse tante altre belle cose con quel suo linguaggio affascinatore, che
io rimasi a bocca aperta a udirlo e non gli seppi pi rispondere.
Tutte queste belle cose, ripetute ora per l'appunto sur un foglio di carta, non mi convincevano per niente, e mi facevano anzi dubitare della sua saggezza, anche perch mi tornava alla mente il nostro secondo colloquio, del quale non volli finora far parola a nessuno, e che fu nella casa della povera vedova Pisacane, in Napoli. Era una bella mattinata d'ottobre, e io mi apprestavo a escirmene per una bella passeggiata verso la marina, quando mi recapitarono un biglietto del Maestro, che mi pregava di recarmi da lui. Chiestone il permesso a Garibaldi, escii, raggiunsi il portone indicatomi, che se mal non rammento era vicino alla riviera di Chiaia, ma non affacciava sul mare, e bussai.
Venne ad aprirmi un giovane alto e biondo, di bell'aspetto e di modi assai cortesi, che parlava con accento lombardo, e saputo l'esser mio mi lasci entrare e mi guid nello studio. Il grande agitatore era seduto a un tavolino, l'eterno sigaro in bocca, la penna in mano nell'atto di vergare una lettera. Alz gli occhi nel sentire i nostri passi, accenn un sorriso breve, si lev in piedi, mi venne incontro, e presomi sottobraccio mi men alla finestra, dove sostammo in silenzio, posando egli le mani sulle mie spalle, e guardandomi fisso negli occhi. "Grazie d'essere venuto  disse alla fine, e subito ricominci a favoleggiare dell'insurrezione gi pronta attorno a Roma, e dell'urgenza di muoverci immediatamente, anche se Garibaldi volesse tirarsi indietro.
Io cercavo di far valere le mie ragioni: dissi che se ero stato pronto a lasciare il mio reggimento, quella primavera, a risico di farmi dichiarare disertore, non potevo ora piantare anche il mio vecchio; e come non mero sentito uom tale da suscitare novit verso Perugia e verso Citt della Pieve nell'aprile, quando ci mi chiedeva Garibaldi, cos adesso non potevo, contro l'istessa volont di Garibaldi, muovere il mio battaglione e buttarmi a occhi chiusi in bocca ai piemontesi, ai quali non saria parsa vera una simile dissennatezza, per buttare altra infamia sulle file garibaldine. Aggiunsi anche che le imprese avventate sempre finiscono luttuosamente. "Pensate quel che capit ai fratelli Bandiera, o al povero Pisacane, quando i preti gli scatenarono contro le plebi inferocite delle campagne...
Appena ebbe sentito il nome del Pisacane il giovane lombardo, che sin allora era restato in silenzio, si lev in piedi, strabuzz gli occhi, e a gran voce attacc a dire:
"e ora in mezzo al suono limpido e furioso delle campane, sentir le voci le urla mescolate e li vedr salire vicinissimi vibrando contro di lui le punte dei forconi e continuando a guardarli infiler la mano sotto la giacca all'altezza della cintura mentre i ragazzi si fermeranno...
"Emilio! interruppe secco Mazzini. "Emilio! ripet a voce pi forte. Il giovane lombardo finalmente tacque, e rest l col braccio levato a mezz'aria, gli occhi stralunati, la bocca tremante.
"Da bravo, Emilio continu il Maestro. "Andate di l a prendere quelle carte che sapete.
Dopo un attimo di esitazione Emilio obbed. Io ero restato come quello, tutto aspettandomi fuor che questa inverosimile mattata, per di pi da un bravo giovane che sin allora avea dimostrato compitezza di modi e senno nel parlare e nel gestire, e mero trattenuto dall'alzarmi in piedi e scuoterlo per le spalle, come di solito si fa coi lunatici, solo perch un'occhiata perentoria di Mazzini mi tenne attaccato alla seggiola.
Escito che fu il povero giovane, Mazzini mi spieg come e qualmente Emilio, giovane milanese di famiglia facoltosa, educato dal padre e dalla madre all'amore del bello e della patria, partisse col Pisacane per la sventurata spedizione di Sapri, e con lui liberasse i penitenti nell'isola di Ponza, e poi sbarcasse sulla costa campana, e insieme a Carlo fosse ferito da una forconata al petto, e svenuto lo trassero prigione i gendarmi borbonici, i quali lo strascinarono fino a Napoli e di l a Favignana, senza neanche il soccorso d'un bicchiere d'acqua, tormentato da una febbre altissima, e in queste condizioni gli misero i ferri e cos lo lasciarono a languire tre mesi fra la vita e la morte. La sua robusta fibra avea avuto ragione di tante tribolazioni, ma la mente gli si era sviata in tal guisa che, restando egli savio in ogni altra circostanza, non appena si facesse il caro nome del Pisacane, subito se ne esciva a parlare in quella bizzarra maniera, scambiando il passato con il futuro. La sventurata sorte del giovane Emilio m'indusse a versare una lacrima, e poi riprincipiammo a discorrere con il Maestro della sciaguratissima impresa.
"Voi vedete continuai ,"gli esiti di simili avventatezze. Che cosa sarebbe di noi se cercassimo di far l'uguale? E non dimenticate che non son io uomo da valere la met del grande Pisacane...
Disgrazia volle che proprio in quell'attimo rientrasse con le sue carte il giovane lombardo. Si ferm sulla soglia come se
fosse diventato di sasso, e ricominci a berciare:
"grider Vieni! gi troppo lontano e lui vedr le facce moltiplicarsi e le lame delle roncole e i bastoni e il cielo immobile luminoso e poi alzer la mano...
Ma a me non resse il cuore di assistere pi oltre a questa dolorosa scena, cos tolsi a pretesto le mie faccende di ufficiale e presi congedo, mentre il Maestro e i due famigli napoletani della povera vedova cercavano con ogni affettuosa persuasione di ridurre alla calma l'infelice giovane, che non avea alcuna colpa del suo male, e si poteva solamente commiserare per una sorte tanto ingrata, e lodare anzi per il grande coraggio mostrato ai tempi della sfortunata avventura e nei tre lunghi anni della prigionia.
E anche adesso, nel vergognoso ozio di Biella, paesaccio di tessitori e di bottegai, il pensiero mi tornava con schietta commozione ai casi dolorosi del giovane Emilio, del quale mi sera persa ogni traccia, e non avrei saputo dire se fosse vivo o morto, risanato o ancor sofferente nel cervello, e paragonando la mia condizione di pochi mesi prima all'odierna, sentivo crescere in me l'ira e la gran voglia di menar le mani per la giusta causa italiana.
Il lettore attento mi obbietter che gli amici toscani e Giuseppe Mazzini medesimo, con le loro lettere, m'invitavano appunto a menar le mani per la giusta causa, e prestando loro l'orecchio e traducendo in fatto l'intenzione avrei potuto, come dicono i nostri contadini, levarmi la sete col prosciutto. Perch insomma non mi risolvevo all'azione? Perch non eccitavo, io maggiore, un bel battaglione di granatieri col bianco delle lor mostrine alla goletta della tunica, e non me lo tiravo dietro oltre il Ticino, e raccolta gente nella patriottica Lombardia non marciavo fino al Mincio e al Garda, sollevandovi quelle animose popolazioni bresciane e mantovane, per poi marciare, fatto d'un battaglione un reggimento e d'un reggimento una brigata, oltre quelle acque, e quindi ficcarmi in mezzo alle fortezze del temuto e nefasto quadrilatero incurante dei loro cannoni, e infine marciare dritto dritto sull'amata Venezia ancor fremente sotto il giogo imperiale?
Ebbene, la ragione mi par semplice. Intanto io non avea battaglione alcuno da strascinarmi dietro, n di granatieri e n di fantaccini minori in altezza pur se uguali in virt. E poi, lo ripeto, non ero io uomo da dirigere musiche come quelle che mi proponeva il Maestro. N mi reggeva pi l'animo di rifare quel che feci l'anno prima, quando abbandonai il mio reggimento, e scrissi al re pregandolo di stimarmi non gi disertore ma soltanto dimissionario (e il re, da quel galantuomo che era, mi concesse la dimissione proprio nel giorno in cui caddi ferito a Calatafimi). Allora abbandonai gli ozi di Alessandria per correr dietro a Garibaldi nella sua bellissima fra tante belle imprese. Ora avrei dovuto abbandonare gli ozi di Biella per correr dietro soltanto a me stesso, e sarebbe stato ben arduo riottenere la dimissione dal re.
Le parole del Maestro a questo appunto m'incoraggiavano, ma eran parole dettate pi da un generoso sogno che da un sicuro pensamento dell'alea che avrei corso. Cos mi facevo sempre pi persuaso che, se si poteva e doveva seguire di Mazzini l'alto concetto e l'amore che l'ispirava, saria stato poco men che follia accoglierne le proposte d'azione immediata. Troppi esempi passati me ne convincevano, dalla disperata spedizione dei fratelli Bandiera, alla non meno tragica avventura di Carlo Pisacane, e ultima e infelicissima questa del giovane Emilio escito di senno nelle segrete di Favignana.
In quanto all'azione, il solo Garibaldi restava per me faro e guida, e una sua parola basterebbe a farmi accorrere, giacch del buon esito nessuno dubiterebbe, quando l'eroe si risolvesse a soffiare nelle trombe della riscossa. Ah, pensavo, se una ventura felice per quanto impossibile facesse di quei due grandi uomini un solo, e in questo noi avessimo l'alto pensiero del Mazzini e il sicuro, eroico ingegno di Garibaldi! Ah s, l'Italia avrebbe allora la sua buona sorte segnata e fatta, e non basterebbe barba di piemontese, n mustacchio segoso di croato, n baffo incerinato di Luigi Napoleone a trattenerci sulla via del riscatto universale. Ma siccome - e io lo intendevo anche allora, mentre che ci pensavo - questi eran bei sogni, e coi sogni non se mai smosso un grillo da un buco, neanche a Firenze il giorno dell'Ascensione, era mestieri tenersi alla realt, per dura e agra che fosse, e attendere la chiamata di Garibaldi, il quale avea promesso novit per il prossimo marzo che gi si sentiva vicino, coi primi fiati addolciti della primavera, finanche l a Biella.
Venne marzo e pass, senza chiamata del generale, e io me ne stavo a Biella, poco men che prigioniero dei comandanti piemontesi assieme ai tre o quattro compagni garibaldini l relegati, senza nulla da fare, se non ripararci dal funesto ronzio del calabrone Pella, che pareva godere di quella nostra accidia, e difatti diventava ogni giorno pi cicciuto e quasi rigonfio nel viso glabro dove gli tremolava un sorriso smorto e vile, quando muoveva le labbra per farci sentire la parlata blesa del suo paese natio, appunto questo stesso tessitore e bottegaio che contro ogni nostra voglia ci ospitava, senza cercar mai di nascondere, negli sguardi della popolazione e nelle poche parole che ci rivolgeva qualche padrone di bottega, lo scarso amore diretto a chi come noi non avea avuto altra colpa che quella di battersi portando indosso una camicia rossa.
Venne l'aprile, mese giustamente cantato dai poeti come portatore di felici aure primaverili, e corse la notizia che Garibaldi abbandonava finalmente il suo romitorio di Caprera per venirsene a Torino dove al parlamento si sarebbe disputato sulle prossime sorti dell'Italia unita, e particolarmente su quelle dell'esercito volontario, pel quale da tutti noi si sperava che la partita non fosse ormai chiusa con il decreto del general Fanti. Siccome un saggio di religione beduina, o mora che dir si voglia, ma non per questo men saggio, ha insegnato che se le montagne non si muovono, conviene cercar di raggiungerle noialtri poveri mortali, divisai di lasciare per qualche giorno Biella e di essere anch'io a Torino, dove la mia montagna stava per dare l'atteso oracolo. Ma per fare questo mi toccava tradire la parola data, di non muovermi cio da quel paese senza manifesto ordine dei miei superiori. Mi ci acconciai di buon grado, presi accordi con gli amici garibaldini perch mi coprissero la scappata, e procuratimi panni alla borghese - che per la storia ebbi da un notaio biellese amico di Andrea Liberatori, e onest'uomo ancorch di parte moderata - a mezzo aprile preciso, un'alba chiara e lucida, presi di soppiatto il treno della capitale.
Adalberto Minucci riesc a trovarmi non so dove un biglietto a falso nome che mi consentiva l'ingresso a palazzo Carignano, e anzi mi ci accompagn lui di persona, entrando insieme tutti e due dall'usciolino che per una scala menava al loggione destinato al pubblico. Per me che non avevo mai visto un'aula di parlamento, ogni cosa era nuova, e mi ci divertivo come se fossi a teatro, anche perch del teatro avea tutta l'apparenza, con gli scanni disposti in tanti mezzi cerchi sempre pi alti, e sul davanti il posto pei signori ministri del governo, come se fossero su un palcoscenico, e noialtri poveri mortali si stava lass appollaiati come quelli che hanno bens orecchio per la buona musica, ma anche men quattrini pel biglietto, e s'adattano a vedere lo spettacolo da lontano e storcendo un poco il collo.
Il buon Minucci amico mio mi indicava i diversi parlamentari a mano a mano che entravano dall'uscio grande con la sua bella tenda, tutti vestiti per le feste e in giacca a code, baffuti, barbuti, non raramente con gli occhiali e la zucca pelata. Sostavano in crocchio nel belmezzo dell'aula, a confabulare fra di loro dentro le barbe, e alle nostre orecchie giungeva un mormorio d'alveare, ci che a me parve di buon auspicio, potendosi in tal modo paragonare i nostri insigni legiferatori a un laborioso sciame d'api intento a raccogliere il nettare dei pi svariati e olezzanti fiori della penisola, e di trarne poi il miele delle buone leggi. Ma il ronzio scem quando il presidente Urbano Rattazzi, recatosi al suo scranno, impugn la campanella e le diede una bella scrollata, segno che lo spettacolo, come dicono i cerretani alle fiere, andava a incominciare.
Giuseppe Garibaldi entr soltanto allora, e lo salut l'applauso dei banchi di sinistra, mentre dall'altra parte, pur levandosi tutti in piedi, non ci furono battimani. Il generale non avea la sciabola, ma indossava ancora il suo poncio all'americana e in testa il suo cappelluccio ungherese, proprio come l'ultima volta che lo vidi sotto le mura di Capua. E dir subito che neanche questa foggia del vestire risparmiarono i suoi detrattori, a tal punto che il general Cialdini gliela rimprover acerbamente in una lettera stampata sui giornali di Torino, dove, come molti ricorderanno, lo chiamava dittatore e quasi nemico della libert, e velatamente gli prometteva, gi da allora, il piombo che poi gli fece dare nell'iniqua giornata di Aspromonte.
Mont Garibaldi al posto suo, che fu l'estremo della pi alta fila a mano manca, appoggiandosi in ci fare ai banchi, e questo era per me segno che pativa pi che mai dei suoi dolori vecchi e nuovi, sicuramente aggravati dalla guazza delle notti siciliane caparbiamente trascorse al sereno, e finalmente sedette, stringendo le mani che da ogni parte gli venivano allungate. Si ud un secondo squillar di campanella e fu data la parola al barone Ricasoli, al quale in cuor mio squadrai le corna in viso, rammentando quanto poco bene m'avesse voluto nel '59, e la durezza sua nel reprimere, l'anno dopo, ogni nostra novit al confine papalino, e lo scotto che fece pagare a quel brav'uomo del colonnello Giorgini, unicamente colpevole di averci consegnato sulla parola due vecchi cannoni e qualche libbra di polvere pei nostri fucilacci.
Proprio questo baron fottuto, adesso, con la faccia di chi arriva tardi e nulla sa, pigliava la parola per chiedere d'essere dal ministro partitamente informato sullo stato dell'esercito meridionale, non sembrandogli che il decreto dell'11 novembre offrisse gli schiarimenti necessari. Gli rispose il ministro general Fanti con le ragioni che tutti oramai sanno: non potersi introdurre tutti gli ufficiali garibaldini nell'esercito regio, giacch in tal modo sariansi lesi i diritti degli ufficiali vecchi; essere i volontari valorosi in guerra, ma difficilmente assoggettabili alla disciplina nei tempi di pace, e restii alla ferma coi regolari; avere il governo riconosciuto le benemerenze dei garibaldini, i quali ebbero per premio e senza spesa i posti nelle ferrovie e nei vapori dello stato per il viaggio fino alle lor case, e un ospizio per gli invalidi. Lo stesso trattamento, o pressappoco, toccava ai militi dell'esercito di Franceschiello, i quali tuttavia non sembravan paghi, e spingevano la loro tracotanza a tal segno da chiedere, avendo essi servito - cos affermavano - un governo nazionale e intrapreso una carriera regolare, di non perdere n il posto n la paga.
Ce nera da far perdere la pazienza a un santo, e io m'agitavo sulla panchetta con una gran voglia di gridare, ma il Minucci mi trattenne per le falde della giubba, perch ora s'alzava a rispondere Giuseppe Garibaldi, e io stetti buono e tesi le orecchie, per non perdere una sola delle sue parole, che ricordo tuttora come lui le disse, a quindici anni di lontananza:
"Ad onta degli ostacoli ed intrighi, l'Italia  fatta. La conciliazione mi fu proposta, ma solo in parole, ed io sono un uomo di fatti... Qualvolta il dualismo potr essere contrario agl'interessi della patria io ceder, ma non posso porgere la mano a chi mi rese straniero in patria.
E qui ricordo che Adalberto Minucci mi strinse forte il braccio, accennando con l'altra mano al banco del governo, dove il conte di Cavour non riesciva pi a nascondere l'improvvisa stizza che queste asciutte parole gli misero in corpo, ed infatti avea il viso paonazzo, e gli occhi gli scintillavano dietro le lenti, mentre un mormorio sordo e minaccioso correva per tutta una parte del consesso, e dall'opposta s'ud una voce levarsi alta per accusare quel turpe baratto. Il presidente Rattazzi si aggrapp di bel nuovo alla sua campanella e ce la rifece sentire, s che tutti tacquero e il generale riprese:
"Il ministro della guerra mi richiama al dualismo, e mi spiace. Disse avere sedato l'anarchia nell'Italia meridionale. Mi appello a' miei compagni, non c'era punto pericolo di anarchia...
" vero!  url dai banchi della sinistra un bel vecchione dalla barba bianca, che io riconobbi essere l'onorevole Ugdulena, gi ministro di Garibaldi in Sicilia. Di nuovo il Rattazzi scampan, ed a gran voce ingiunse all'interrompitore che finalmente tacesse.
"Dovrei narrare fatti gloriosi, che vennero offuscati solo quando questo ministero fece sentire i suoi malefici effetti, quando l'orrore di una guerra fratricida provocata da questo stesso ministero...
Garibaldi non pot procedere pi oltre, ma queste parole bastarono a chi ebbe buone orecchie, e ci fu nella camera la pi grande commozione. Io tenevo gli occhi fissi sul conte di Cavour, che stavolta perse la proverbiale sua calma, e s'era levato in piedi e alzando il pugno urlava non si seppe mai che cosa, per il grande clamore che si faceva da tutti i presenti. Poi ricadde sul suo seggio, il corpo scosso da un violento tremito, il viso sparso d'un pallore verdastro. Pochi vicini tentarono di soccorrerlo, i pi non badarono a lui. E da alcuni si disse poi che il gran fiele masticato in quel giorno gli causasse il disturbo che poche settimane dopo doveva levarlo da questo mondo. Ma bisogner aggiungere che della sua morte altri dettero una differente e pi maliziosa spiegazione, e io non star a ripeterla perch  oramai nota all'urbe e agli orbi, e non amo parlar male di uno che  morto, anche se in vita ci fu avversario.
Il Rattazzi rinunci a scampanare pi oltre, datosi che neanche i sacri bronzi di una cattedrale basterebbero a vincere
lo straordinario chiasso di quell'aula. Io stesso m'ero levato in piedi, ma mi tolse di bocca le parole che stavo per urlare l'amico Minucci, sussurrandomi all'orecchio, mentre mi tirava forte per la giubba, che non era il caso di farmi sentire, vedere, riconoscere per quello che ero, cio un ufficiale in panni di notaio, l entrato di soppiatto, sotto falso nome e senza permesso, violando addirittura la parola data di non muovermi da Biella. Per miglior garenzia, e mentre durava il diavoleto dei nostri legiferatori, i quali, perduta a un tratto l'onest delle lor barbe venerabili e delle lor zucche pelate, si scalmanavano come tanti sensali a un mercato di paese, mi tir seco per un braccio, e mi fece escire di li, guidandomi fin dentro un caff dove ci mettemmo a sedere, e comandammo di che bagnare
il becco.
E fu suo saggio consiglio ch'io non entrassi pi l dentro, dove poco manc che si dessero le pugna l'uno in faccia all'altro, e il presidente fece entrare gli sbirri e inquisire fra il pubblico chi avesse alzato troppo, e senza diritto, la voce, scrutando degli intemperanti le carte, e accompagnando subito alla questura chi non fosse nelle regole. Quello che in appresso fu detto io lo seppi dalla gazzetta, rientrato che fui in Biella quella sera stessa, con il grave rammarico di non aver potuto riabbracciare il generale, com'era mio desiderio, e di non avergli chiesto se vi fosse per noi tutti qualche novit di buon auspicio.
Altri s'interposero a mettere il ben per la pace, e principalmente quello che avrei stimato il meno adatto a far da paciere, e cio Nino Bixio, cui la vituperata commissione di spurgo avea resa giustizia, conservandogli il grado suo di generale di divisione acquistato col valore sul campo, e adesso parlava alla camera come deputato della sua Genova, fatto forse pi moderato dai panni alla borghese e dalla cresciuta responsabilit. Disse il Bixio di voler parlare a nome della concordia, e di credere vuoi alla santit dei pensieri che guidarono Garibaldi, vuoi al patriottismo del conte di Cavour. Addusse il parere di polacchi, ungheresi e prussiani, da lui visti durante un viaggio da quelle parti, tutti addolorati ogniqualvolta vedessero insorgere discrepanze fra i due grand'uomini. Disse ancora di ammirare il Cavour, e di obbedire al Garibaldi, ma insinu che il primo potea commettere sbagli, e il secondo parlare oltre le sue stesse intenzioni, tirato pei capelli dall'ira e dalla passione patria. Invoc la pacificazione degli animi, die' la colpa del dissenso agli uomini meno insigni e meno nobili, che si mettono fra i grandi ad aizzare, afferm d'essere pronto a dare la vita non solamente sua, ma anche quella dei suoi familiari, e concluse pregando la generosit del conte, che dimenticasse la prima parte della giornata.
Riprincipiarono a discutere con animo pi pacato, e come tutti ricordano i moderati la ebbero vinta, il disegno di legge garibaldino cadde, pur salvandosi la faccia in quello del Ricasoli che lo sostitu, e di esercito volontario si smise di parlare, salvo a ricordarsene quando ce ne fu gran bisogno e pochissimo tempo, e a fatica si radunarono dieci reggimenti male equipaggiati e dispersi per tutta la penisola, dei quali solamente quattro andarono al fuoco, con molto valore ma con assai minor fortuna nelle gole del nostro Titolo, sprovveduti delle batterie da montagna che pure c'erano, ma restarono in mano al Cialdini sulle rive del Po, e l fecero la ruggine .
Unico effetto immediato di quella storica disputa, fu che un certo novero di ufficiali garibaldini si confermavano nei regolari, e si tenne di loro maggior conto, preponendoli talvolta ai comandi che comportava il grado loro. Fu appunto questa la mia sorte: dimenticata l'intemperanza di Torino, mi levarono dall'esilio di Biella, e dovendo il primo reggimento granatieri rinfoltirsi nei ranghi e nei quadri, e trasferirsi a Firenze, un bel giorno ebbi la chiamata del colonnello Dall'Aglio, uomo di proverbiale rigore, ma anche di grande schiettezza e bravura, il quale mi conferm in due parole quanto gi m'era arrivato all'orecchio per vie traverse, e cio che davano a me il comando d'un battaglione.


Capitolo V.

Neanche voglio provarmi a ridire la contentezza ch'io avevo in corpo, trovandomi di bel nuovo sulle rive dell'Arno baciate a gloria dal sole gi caldo dell'estate incombente, e a scaldarci
il cuore bastava lo spettacolo di tante bellezze profuse a piene mani dalla natura e dall'arte, e dopo le favelle non certo diverse perch erano tutte egualmente lamentose, ma di sicuro orribili, che mi aveano aduggiato nel vergognoso ozio di Biella, era davvero un balsamo la parlata dei fiorentini, nobili borghesi ed artigiani, i quali per secoli tennero a scuola i grandissimi nostri scrittori di prose e di versi, ma il balsamo pi profumato e il calore pi dolce ce lo davano gli occhi di quelle donne che padre Dante chiam sfacciate perch le rammentava dall'esilio, mentre a me, che dall'esilio ero alla fine sfuggito, parvero solamente belle e gentili, e tali furono soprattutto con noialtri granatieri, che sarebbe come a dire i pi grossi fra i soldati del re.
Non c'era tuttavia donna che pi cara mi fosse della mia Pilucca, la sorella Sestilia, che, d'accordo coi nostri genitori, e ritrovandosi non ancora accasata, torn ad abitare con me, avendo tolto casa a pigione in Borgo d'Ognissanti, proprio come il diavolone Belfagor, e mi teneva le robe in ordine, mi preparava ogni sera il mangiare, che era sempre squisito, e quand'io fossi libero dalle mie faccende volentieri la servivo di braccio e me la portavo a zonzo come un'innamorata.
"Che bella cosa aver per damo una guardia del re! mi diceva Pilucca e le ridevano gli occhi, e io rispondevo al suo sorriso pagandole il sorbetto nel pi bel caff che a quei tempi si apriva in riva all'Arno. Insomma io mi sentivo pi ricco e pi felice d'un sultano, e non avrei barattato la mia tunica turchina con tutti i damaschi dell'Oriente, n il lettuccio di ferro che a fatica mi conteneva intero con le sete e le piume frequentissime di que' lontani paesi, dove ai potenti toccano tante mogli che non riescono a rammentarsene neanche la met.
Sorpresa graditissima fu quella di ritrovare al battaglione, a rinfoltire il quale giungevano ogni giorno i complementi, ed erano spesso ragazzottoni di Romagna e di Toscana, chianini lenti e con le orecchie a sventola come i vitelli della lor vallata, livornesi lesti di lingua e di mano ma dal cuor d'oro, maremmani parsimoniosi nel discorrere e dal largo gestire, il mio sergente Ghezzi di Cesenatico. Fu una bella sorpresa anche perch aveva indosso la tunica da ufficiale e le spalline di sottotenente meritate dopo sei mesi di scuola a Ivrea, dove per manco di quadri si dovea largheggiare nelle promozioni, ma questa era pi che meritata. L'abbracciai come un fratello, gli manifestai quanto mi era grato riaverlo con me, alla testa di un bel pelottone, e vidi una lacrima di gioia spuntargli negli occhi scuri e pensierosi.
La fortuna volle altres che recandomi al distretto per non so pi quali fogli, scorgessi dietro un tavolo, mezzo nascosto dal mucchio delle carte, a testa china intento com'era a dar di penna, Oreste Mazzei. Il lettore forse non avr scordato chi fosse costui: la mia ordinanza sin dal '59 e fino al giorno in cui da Alessandria feci fagotto e partii con Garibaldi, ed egli
mi avea supplicato con infinite preghiere di toglierlo meco fino in Sicilia, ma io non volli perch reputavo ingiusto che un ufficiale associasse alla propria dimissione quella d'un suo soldato, giacch quest'ultima diverrebbe subito diserzione e cio un delitto. Piccolo della statura, col viso chiaro e arguto sotto i capelli biondi e, ahim, scarsi, nel sentirsi chiamare per nome alz gli occhi, e scortomi rimase l a bocca aperta senza saper che cosa dire.
"Hai perso la lingua, Oreste? gli chiesi.
"Oh, sor maggiore, fece "sor maggiore, lei?
"In persona e gli tesi la mano.
Oreste fece l'atto di volermela baciare, ma io gli misurai un ceffone e ridendo continuai:
"O dove hai imparato a baciare la mano?
Ma Oreste non rispose: "Son contento, sor maggiore. Oh sor maggiore, come sono contento ripeteva.
Gli chiesi sue novit ed egli mi rispose che era rimasto fino alla settimana scorsa su nel settentrione, fra Alessandria, Vercelli e Milano, e che finalmente gli era riescito di farsi rimandare in Toscana, e dopo una licenza all'isola d'Elba dove abitavano i suoi e dove egli stesso era nato, eccolo qui a Firenze a fare lo scritturale al distretto.
"L'avevano dato per morto, sor maggiore, concluse "ma poi si seppe che era soltanto ferito. Capisce sor maggiore, per morto l'avevano dato, e io fui contento quando si seppe che invece era ferito. Ma se lo ricorda, sor maggiore, quando in Alessandria mi lasci per andarsene con Garibaldi? Fu proprio un birbone, quella volta, scusi sa, signor maggiore.
Gli promisi che non avrei mai pi fatto certi scherzi. "Ci torneresti con me, Oreste? aggiunsi.
"Sor maggiore, non stia a dirlo due volte, che sarei proprio contento di ritornare con lei a farle l'ordinanza. Ma ho proprio paura che non si possa, per via della statura mia, che  sempre stata pochina.
"Eh s risposi io. "E neanche c' da sperare che aumenti, avendo tu passata da un pezzo l'et dello sviluppo. Nei granatieri non ci puoi entrare, ma io sentir al comando se per le ordinanze si possa fare qualche eccezione.
"Provi, provi, sor maggiore, che sarei tanto contento di tornare con lei. Dio quanto piansi quando la dettero per morto, e invece era ferito!
Salutai il mio buon Oreste, col giuramento che avrei fatto l'impossibile, e sbrigate quelle mie faccende, che adesso neanche ricordo, me ne ritornai al comando, dove si doveva tenere
il gran rapporto. E qui ebbi un altro incontro, che si dimostr anch'esso fortunato. Fra gli ufficiali che affollavano l'anticamera del signor colonnello scorsi un giovane viso baffuto che non mi parea nuovo. E anche lui dovette riconoscermi, perch rest un pezzo a guardarmi fisso, e poi distolse gli occhi e arross violentemente. Con la celerit del lampo mi frugai nei ricordi, e finalmente ecco: era costui il Collobiano piemontese in persona, adesso con le spalline di luogotenente, proprio quello che - il lettore dovrebbe rammentarsene - m'aveva provocato a ira davanti alla porta delle mura di Capua. Sta' a vedere, pensai subito, che questo bel tanghero viene a cascare proprio nel battaglione mio.
E cos fu, ma il Collobiano cerc di disfare il gi fatto, e chiese che lo mettessero in un altro battaglione, ci che non piacque al nostro colonnello, il quale ci mand a chiamare tutti e due in una volta sola, e congedati gli altri ufficiali che per caso erano presenti, cos a quattro, e anzi a sei occhi, domand ragione di quell'istanza.
Io raccontai per filo e per segno come era passata la cosa, e cos conclusi: "Vede, signor colonnello, adesso il luogotenente Collobiano non ama ritrovarsi fra i miei ufficiali perch teme le vendette.
"E lei, maggiore, avrebbe in animo di vendicarsi? domand il colonnello fulminandomi con un'occhiataccia.
"Nemmeno per sogno risposi subito. "Le vendette serbiamole agli austriaci, che ce n' di gran bisogno.
"Bene tagli corto il colonnello. "Lei maggiore, dunque, ricordi che non  lecito pi far neanche le mosse di estrarre il revolver in faccia a un amico. E lei, tenente, impari a obbedire.
"Sissignore risposi, e anche il Collobiano diede il suo sissignore e ritir l'istanza.
"Bene riprese il colonnello. "A quale incarico, maggiore, lei vuol destinare il signor Collobiano?
Ci pensai un momento, poi dissi:
"Alla compagnia del capitano Dossena, che il Collobiano, essendo luogotenente, comander in sua vece quando occorra. La mansione sua ordinaria sar alla testa del primo pelottone.
"Giustissimo. Signori, se altro non c', stiano liberi di tornare alle loro faccende.
Veramente... feci io, ed esitavo.
"Dica, dica pure m'invit il colonnello.
"Ecco, signor colonnello, ripresi "si d il caso che io mi trovi senza l'ordinanza. E si d anche il caso che stamane al distretto abbia incontrato il soldato Mazzei Oreste, il quale fu gi mia ordinanza nel '59, e che gradirei molto fosse rimesso nella sua vecchia attribuzione. Si d tuttavia un terzo e non lieto caso, e cio che questo soldato Mazzei, non per sua colpa ma certo per sua disgrazia, non abbia la statura del granatiere. Qualora si potesse chiudere un occhio sul regolamento... "Signor maggiore m'interruppe secco il comandante. "Signor maggiore, si rammenti sempre che nelle nostre file gli occhi vanno tenuti aperti, bene, e tutti e due.
"Mi scusi dissi subito. Egli annu e riprese:
"Per sua fortuna, tuttavia, le ricordo che il regolamento fa esplicita eccezione, in quanto alla statura, per le ordinanze. Chieder al distretto che ci diano questo soldato Mazzei. "Grazie, signor colonnello dissi portando la mano alla visiera.
Il colonnello rispose al saluto. "Buongiorno, signor maggiore, e stia giulivo.
Vidi poi che quel giorno era stato per me davvero fortunato, perch del Collobiano non ebbi mai da ridire, e fu forse il migliore dei miei ufficiali, e anzi mi addolor molto il non averlo con me a Valeggio. Il distretto fiorentino, dal canto suo, non interpose difficolt, e poche mattine dopo sentii bussare all'uscio di casa mia, and ad aprire mia sorella Sestilia, e rientr di corsa con un gran sorriso annunciandomi:
"C' qui Oreste, il tuo Oreste!
La mia ritrovata ordinanza entr, con un gran sorriso pasquale, rinunci per una volta a spiegarmi quanto fosse contento d'avere abbandonato le scartoffie distrettuali, e volle darmi in regalo una bella scatola di sigari svizzeri, biondi, grassi, morbidi e vergini di gabella, spiegandomi di averli acquistati per poche palanche da un contrabbandiere, gli ultimi giorni della sua dimora a Milano.
"Sora Sestilia, continu poi rivolgendosi a mia sorella "son proprio contento che il maggiore m'abbia ripreso con s. Quella volta che scapp con Garibaldi non mi volle, ma ora giuro a Dio che non lo lascio andare pi via solo. Pensi, lo dettero per morto, e invece era ferito, povero sor maggiore. Pilucca sorrise, e intanto ci versava il caff nelle tazzine: "Bravo Orestino, disse "non lasciarmelo mai solo, ch lui va a ficcarsi nei guai. Ma ora piglia il caff, che ti far bene.
"Grazie, sora Sestilia, son proprio contento. E lei, sor maggiore, se lo ricorda di quando rimase ferito, e noialtri lass si credeva che fosse morto. Io ci piansi, lo sa?
"Oreste,  l'interruppi ridendo "tu m'hai preso per sordo? Non me l'hai gi detto ieri? Oramai l'ho capito.
Oreste s'abbui un poco, ma poi vide che celiavo, e sorridendo a sua volta, fece: "Vede, sor maggiore,  colpa di questi tre anni che ho passato lass. Perch vede, lass la gente non  tanto lesta a capire le cose, e bisogna ripetergliele due
o tre volte. Cos m' venuta questa brutta abitudine di fare il pappagallo, ma le prometto che mi corregger.
E rise. Risi anch'io, e poi Sestilia volle stabilire a puntino quali fossero i servizi che toccavano a Oreste, risparmiandogli la nettezza della casa, la lavatura e la stiratura delle camicie, come faccende che vanno serbate alle donne, lasciando a lui la cura di far la spesa ogni mattina, di lustrarmi la sciabola e il cintolone, e siccome Oreste avea chiara e bella scrittura, di provvedere a qualche lavoretto di penna per cui non bastasse la mano mia. Cos la nostra famigliola cresceva di numero, e fu sempre, da allora, come avere in casa un altro parente, perch io sono convinto che se un ufficiale vuole essere benvoluto dalla sua ordinanza, dee concedergli la propria stima e fiducia, essergli prodigo di lodi quando le meriti e consentire qualche dimestichezza.
Tuttavia, major a premebant. Il colonnello mio, che non a caso la sorte volle si chiamasse Dall'Aglio, e dell'aglio infatti ebbe sia l'afrore che la schiettezza, intendeva che il suo reggimento fosse primo non solamente nel numero ma anche nella bravura, e non lesinava quelle giuste severit che a tal fine si convenissero, soprattutto nell'addestramento delle reclute che ogni giorno giungevano a noi per rinfoltire i ranghi nella misura occorrente, e non era un gioco scozzonare questi giovanottoni grandi e grossi ma non ancora avvezzi alle armi, e in pari tempo tenere a freno gli altri, che di cose militari aveano esperienza fin troppo, specie i veterani delle campagne lombarde, i quali oltre tutto si divertivano un mondo a fare il chiasso coi novellini e a canzonarli della lor goffaggine.
A questi ultimi ci accadeva di dover insegnare quale fosse la mano manca e quale la dritta, e come stare al passo nei ranghi, e come fermarsi tutti a un tempo al comando dell'alto, e come volgersi senza troppi danni al frontindietro, tutte cose queste che ben sa chi abbia servito nell'esercito, sia pure in tempo di pace. E terminato questo primo dirozzamento della recluta, principiava la scuola di puntamento, per la quale io raccomandai ai capitani di scegliere bene gli istruttori, sia fra i graduati, sia fra quei comuni che ne avessero qualche esperienza e un miglior garbo.
Il colonnello ripeteva che ci tenessimo alle pagine del regolamento, e difatti eran pagine chiare e ragionate, ma sempre pagine, e anche qui come in ogni fatto della vita una cosa  la grammatica, altra cosa la pratica, e la prima senza la seconda non serve a niente. Nei cameroni avean messo i cavalletti di legno a tre zampe, con sopra un bel sacchetto gonfio di rena, per poggiarvi il fucile, e ciascun soldato, sceltosi un punto sul muro, s'industriava di puntarvi contro il fucile, senza peraltro togliere il coperchio dal luminello. Parr una celia, ma c'eran di quelli che non riescivano a chiudere l'occhio mancino, per traguardare col destro dalla tacca al mirino, e bisognava che se lo chiudessero con la mano, fra le risate matte dei veterani, tanto pi che quando poi le mani servivan tutte e due per puntare a braccio sciolto, quelli che non aveano ancora imparato a fare l'occhiolino, bisognava che si ficasse loro una pezzuola nel chepp, lasciando pendere un lembo dalla parte sinistra fin sopra l'occhio, e cos sembravano tanti orbi, e orbi vogliosi di accecare il prossimo, perch li si faceva mirare dritto nell'occhio dell'istruttore, il quale potea cos controllare se la mira era quella giusta e correggere gli sbagli.
La parte maggiore fu tuttavia lesta a capire e a eseguire, e passammo presto all'esercizio con la cassula, esercizio che, a detta del regolamento, "si eseguisce in sito non troppo ventilato e con ragione, giacch il puntamento avviene contro una candela accesa posta a un metro o poco pi dalla bocca dell'arme, e cos il vento l'avrebbe spenta lui al posto della poca aria smossa dallo scoppiar della cassula sul focone.
Si davano poi due cartucce e due palle a testa e s'insegnava come far la carica: strappare la carta bene accosto alla polvere, e per far questo giovano i denti, perch la mano sinistra regge
il fucile e la destra la cartuccia, e una terza mano per strappare nessuno l'ha mai vista attaccata al corpo di un cristiano. E facessero attenzione a non buttare via la carta vuota, perch una volta versata la polvere in bocca al fucile e lasciatavi cadere la palla, bisogna stoppare, e la carta  l apposta per questo, e battere infine la carica con la bacchetta, vibrando se possibile un sol colpo di giusta forza.
Dir volentieri che una volta messo il freno all'umore balzano dei pi vecchi, l'istruzione procedeva speditamente, e vi si prodigavano i caporali, i sergenti e gli ufficiali giovani, fra
i quali voglio rammentare il sottotenente Annichiarico, che fu tra i pochissimi meridionali del nostro battaglione, ed era nato infatti in Andria della Puglia. Giovane di facile ingegno e di bella parlantina, si fece amare da tutti, e le reclute lo stavano a sentire a bocca aperta perch sapeva condire l'agro del regolamento con lo zucchero di certe sue improvvisate facezie, e non per questo perdea il rispetto necessario per ottenere l'obbedienza.
"Giovanotti, lo sentii un giorno spiegare alle reclute, che per non si reputavano gi pi tali, e rispondevano pulitamente al chiasso degli anziani, suggellando loro la bocca con parole acconce quando essi l'aprivano per cianciare oltre il lecito, "giovanotti, si sappia che la canna del fucile, ha una sua anima, e che quest'anima per volont del signor Cavalli non  liscia, bens rigata. Bene giovanotti, si sappia altres che nelle righe della canna la polvere bruciata fa la feccia, che sarebbe come a dire lo sporco, e questo sporco a lungo andare intasa. Sar quindi opportuno che ogni quindici spari si facciano le pulizie, giacch con l'anima sporca non si ha l'ingresso in paradiso, e col fucile intasato si corre il risico di andare non in paradiso, ma all'inferno, con addosso il bollo di qualche pallottola austriaca. Perci giovanotti, ogni quindici colpi forza con la bacchetta. E siccome sul campo non v'accadr d'avere l'olio, a parte quello santo del padre cappellano nostro reverendo monsignor Del Bo, olio che serve ad altra destinazione, per le suddette pulizie noi useremo i liquidi che Madrenatura ci mise doviziosamente in corpo. E mostrava loro come convenga sputare in bocca al fucile, dopo fatta la carica, per riavere la canna pulita a forza di bacchetta in su e in gi.
Ma siccome la scuola di puntamento altro non  che un prolegomeno alla bell'arte di mandare il prossimo al Creatore, bisognava che ai nostri giovani s'insegnasse il modo spiccio e netto di ci fare, e quindi eccoci l a dire che a
duecentocinquanta passi si mira alla cintola del nemico, essendo il buzzo d'un uomo bersaglio grosso e pernicioso, mentre quando
i passi di lontananza son trecencinquanta convien meglio puntare al chepp, e anzi allo sciacc, che  appunto il berretto degli imperiali. Ove la giubba bianca ti compaia ai quattrocento e cinquanta passi, si torna a mirare contro la cintola, ma la linea della mira non passa pi dal traguardo, bens dalla base del cane. E dalla sommit di quest'ultimo, se il nemico sta oltre i cinquecento passi, pregando tuttavia di coglierlo, cosa di molto difficile anche ai tiratori pi periti. Oltre i cinquecento passi non convien neanche sprecar polvere e palla, perch il bersaglio a quella distanza lo si coglier solamente per caso.
Ora, misurandosi a detta del regolamento la distanza in passi, conveniva mettersi subito d'accordo su quel che per passo doveasi intendere. Raccomanda un famoso proverbio antico di non fare mai il passo pi lungo della gamba, ma le gambe degli uomini, come ognun sa, non furono fatte tutte d'una misura, e si danno gambe lunghe e gambe corte come quelle delle bugie. Nel caso nostro le gambe erano di granatiere, e perci lunghe, e quindi i passi avean da essere corti, nella fattispecie di settantacinque centimetri. Il battaglione fra gli altri suoi amminnicoli conservava certe funicelle di uguale lunghezza, e con quelle si tracciava sul terreno una lunga linea di settantacinque metri, e su detta linea si avvezzavano i soldati a camminare contando i passi, come tanti agrimensori, e quando il numero contato era cento, si dovean fermare, controllando poi quanto fossero discosti dal capo della linea, e tutto questo ripeteano all'infinito, o almeno finch i cento passi non differivano troppo dai settantacinque metri misurati per le terre. La linea pi tardi s'allungava fino ai due e ai trecento passi, e ricominciava la camminata col conto sottovoce, un soldato dietro all'altro come i frati di trappa al passeggio quando dicono le loro orazioni, e percorsi cento passi ciascheduno dovea discostare il pollice dal pugno chiuso, e ai duecento l'indice, e, ai trecento anche il medio, per non risicare che il conto andasse perso.
Bisognava poi - e questo a me parea esercizio men pedante - porre tre uomini in piedi a distanza dagli allievi rispettivamente di tre, due, e cento passi, e fare a tutti quanti osservare come diverso appaia l'uomo visto di lontano, e come raddoppiandosi la lontananza l'occhio la giudichi pi che doppia, ci che pu ingannare quando trattasi di scegliere la mira. Del pi vicino tu distingui netta la cintola e la giberna e il chepp, e finanche se hai buoni occhi il fregio di che s'adorna, ma degli altri puoi anche non vedere altro che una macchia colorata.
A giugno si fecero i primi tiri di reggimento, e infatti dal deposito mandarono i bersagli, che furono telai di ferro con su stesa la carta, dove avean pitturato la sagoma d'un uomo all'impiedi, con sopra la pancia due cerchi d'uno stesso centro ma di diverso diametro, e nel bel mezzo un tondino nero, che andava dato in premio a chi lo cogliesse, insieme a quattro belle palanche di rame da dieci centesimi. Si sparava anche in ginocchio e distesi con la pancia per terra, e quest'ultimo esercizio io raccomandavo di pi ai capitani, convinto com'ero che si debba in guerra per quanto  possibile tenersi in quella positura, che ti salva meglio dalle palle nemiche. Nella fossa scavata sotto il bersaglio stavano i segnatori con la padellina bianca e nera a marcare i punti, e il tamburino con il suo strumento a dare tanti colpi di bacchetta per quante eran le palle andate nel segno, e inoltre un soldato col pentolino della pasta e gli involti delle cariche per rattoppare i buchi. Il sole in que' giorni era glorioso e si sudava tutti, specialmente quando dal tiro individuale si pass ai fuochi di fila e di pelottone, contro tre bersagli accostati come a fingere un intero riparto nemico, e da quella fitta massa di omaccioni non veniva certo l'odor delle rose.
Spar ciascheduno quarantacinque palle e vinse i tiri il caporale Ballerini milanese, che ebbe perci quattro scudi di premio e tre giorni di licenza. Era intanto venuto il solleone e il signor colonnello Dall'Aglio stim bene di rimandare alla rinfrescata il principio della scuola da cacciatori. Fu poi un bel settembre e io ricordo come ogni mattina di buon'ora il reggimento, bandiera in testa, si recava dalla caserma fino a Campo di Marte a passo cadenzato, e il popolo s'affacciava alle finestre per ammirare e darci l'evviva, e allora i miei uomini nella loro bella uniforme - tunica turchina e chepp dello stesso colore, col fregio della granata e la goletta d'alamaro bianco, pantaloni turchini con pustagne scarlatte, la daga al fianco e il fucile a bracciarmi - s'ergevano pi fieramente levando la testa con negli occhi una luce d'orgoglio.
Bel battaglione, sentivo ripetere da quei popolani "bel battaglione davvero. E anche sodo. Confesser che mi sentivo fiero di questa lode che ci veniva dal popolo, insegnando il latino che la voce del popolo  voce di Dio. Lamentavo semmai questa necessit di far la scuola da cacciatori in Campo di Marte, che sarebbe come a dire su uno spiazzale liscio  pelato pi duna tavola, che in niente dunque potea rappresentare la verit di un campo di battaglia, dove sono alberi e siepi e fossi e fronde e ogni genere di accidenti. Non mancavo di rammentare ai capitani e ai luogotenenti che almeno spiegassero il proposito di questa scuola da cacciatori.
Dite agli uomini che per quanto si pu non tirino mai a braccio sciolto, perch il fucile a lungo andare pesa, che scelgano l'appoggio pi acconcio, sia esso un muretto, un parapetto, un sasso, lo stesso zaino posato per terra, e in mancanza una siepe, una frasca, che non difende ma per lo meno nasconde. Insegnategli a far la carica marciando, e che si fermino soltanto per stracciare la cartuccia e imboccare la bacchetta in canna. La palla si pu mettere anche mentre si cammina. Ma soprattutto spiegategli che si marcia in fila di quattro non per capriccio bens per necessit. Insegnategli che la quadriglia rimane tutt'una anche sul campo, e che la numerazione a voce alta serve a ficcare bene nella zucca ai soldati chi  pari e chi  dispari, e che i dispari sparino quando i pari hanno gi fatto la carica, cos che non succeda mai di trovarsi senza due fucili su quattro pronti a trarre.
Cercavo io di sceverare nel regolamento quelle cose che importavano di pi. Non stavo certo a ripetere quel che il regolamento dicea al capitolo della ritirata, e cio che quando si va all'indietro - e meglio sarebbe stato non andarci mai - e si vuole di nuovo marciare incontro al nemico, occorre prima comandare l'alto e poi l'avanti, perch questo mi parea di per s chiarissimo. Meglio semmai insistere sulla necessit di fare nuovamente la carica al "cessate il fuoco, ed avere cos
il fucile sempre apparecchiato per un fuoco nuovo.
La distanza fra uomo e uomo, quando si va in catena di cacciatori, volea il regolamento che fosse di quindici passi, ma questa norma, spiegavo io, andava presa cui grano salis, e nulla vietava un sedicesimo passo, ad esempio, se tanto bastasse a mettersi dietro a un buon riparo del terreno. Conveniva altres che la squadra di sostegno e il pelottone di riserva tenessero bene gli occhi aperti per seguire la squadra distesa in catena, tutti pronti a rafforzarla appena ce ne fosse bisogno, e a ci dovean provvedere non i capisquadra e gli ufficiali soltanto, ma tutti gli uomini. Ai quali non era mai fiato sprecato ripetere le mille volte quel che pi giova sapere dinanzi al nemico. E cio:
L'attacco con la baionetta si fa soltanto dopo che si  sparato e se non c' tempo per ricaricare. Certo, noialtri garibaldini lavoravamo parecchio di baionetta, ma non per vana ostentazione di coraggio, bens per lo stato meschino dei fucilacci che ci diede quel boia del La Farina.
Chi si trovi solo contro un soldato nemico, cerchi d'aver sempre su di lui il vantaggio dell'altezza, ci che accrescer l'impeto della sua puntata.
Contro un cavaliere, meglio aver dinanzi un fosso o una siepe che ti difenda e che tu possa agevolmente saltare.
Se i nemici son pi d'uno, e tu solo, non lasciarti mai avviluppare o sei morto. Assalisci allora il pi vicino, e non obbedire all'istinto, che consiglierebbe la difesa, ma invece sii tu che attacchi.
Lo stesso istinto consiglia - e malamente - di disperdersi quando arrivino caricando in foraggieri i cavalli nemici; e invece la squadra si mantenga unita, e si formi su due file circolari, s che l'interna faccia la fucilata, e .l'esterna punti e pari di baionetta. Dopo una puntata di baionetta, il fucile va ritirato accosto al petto.
Un soldato solo, e col fucile scarico, che si veda assalire da due cavalli, raccomandi l'anima al suo santo, se n' buon fedele, e rammenti il vecchio proverbio dei nostri contadini, che fucile scarico fa paura a due. Lo punti cio contr'uno dei cavalli e faccia le viste di voler sparare, e speri che il nemico n'abbia timore, mentre di sicuro timore avr lui che finge.
Un cavaliere armato di sciabola lo si attacca dalla di lui sinistra, ma se  la lancia che ti minaccia, tu attaccherai dalla destra, cio dalla parte dove l'arme non .
Meglio del cavallo, colpisci il cavaliere, e sappi infine che se t'assalisce un lanciere al galoppo, ti conviene schivarlo sempre, giacch se anche t'avvenisse di infilzarlo con la baionetta, l'impeto suo ti travolgerebbe lo stesso.
Abbi timore delle armi nemiche, ma pi ancora delle tue, e specialmente di quelle scariche.
Sta' dietro a' cannoni, davanti a' cavalli e lontano da' generali piemontesi. Quest'ultimo non era consiglio che dessi io, perch i miei uomini se lo davano da s, ammaestrati dall'esperienza, e lo ripetevano alle reclute appena arrivate al riparto.
Ma il rovello mio maiuscolo era per quest'usanza di far la scuola in piazza d'arme, per la quale non sempre potea soccorrere la nostra fantasia, immaginando un muro, un fosso, un albero, una siepe, una pietra, l dove non era altro che terra liscia e spelacchiata.
Se ne discorreva la sera al circolo degli ufficiali, e nella sala del convegno, con appiccata al muro la bandiera del reggimento adorna della medaglia d'oro meritata per i fatti di Mola, e vicino ad essa il ritratto del nobile capitano Carlo Ripa di Meana, caduto nel sessanta a Perugia per mano, se vuol credersi alla leggenda, di un fratacchione domenicano il quale avea spinto il suo zelo di cane del Signore fino al punto d'appiattarsi dietro una finestra con un suo archibugio e di trarre una palla in testa al prode ufficiale, che adesso ci guardava severo dal ritratto col suo viso aperto sotto la chioma bionda.
Tutti gli ufficiali convenivano che bisognasse un bel giorno abbandonare quel polveroso spiazzale e menare gli uomini su per i poggi a impratichirsi della manovra fra i vari accidenti duna campagna vera, anche perch i soldati della grifagna non faceano certo l'esercizio loro in piazza Bra davanti all'arena romana di Verona, ma invece escivano in comode marce fino alle fortezze del quadrilatero, e l trovavan l'agio di riconoscere a dovere ogni parte del terreno ch'era per essere quello delle future battaglie. Per noi all'opposto era come quel cacciatore che nel poligono di tiro volesse imparare a cacciar le quaglie.
O quand', mi disse un giorno il sottotenente Annichiarico,
sempre pronto alla celia, "o quand' che si va un po' verso San Domenico, o verso Fiesole, a stendere la catena fra gli ulivi e i cipressi? Se non si pu fingere l'assedio di Peschiera, si finga per lo meno di mettere l'oste a Brozzi, paese di cui favoleggiano i villani come abitato dai micchi, ma che io non ebbi mai il bene di vedere con gli occhi miei. Signor maggiore, provi lei a dirlo al colonnello, che metta un po' del suo aglio in questa minestra scipita.
"Annichiarico questa volta lei dice giusto e parla da senno, gli risposi "e anzi appena mi si presenter il destro, far in modo che il signor colonnello conosca questa sua giusta lagnanza, che  poi anche di lor signori tutti, e la mia. Non  forse vero? E girai in tondo lo sguardo per cogliere l'assenso dei miei ufficiali, e l'ebbi.
"Giusto convenne il Collobiano. "Giustissimo rincar
il Dossena. "Non a caso si dice campagna quando si vuole intendere tutte le operazioni guerresche. E allora campagna sia, e non piazza d'arme, campagna d'alberi e di fronde, di acque e d'erbe, di sassi e di nuvole, come del resto vogliono anche i poeti maiuscoli del nostro Parnaso.
Cos parlava il capitan Dossena cremonese, perch bisogna sapere che se anche avea scelto il mestiere delle armi, sotto sotto era restato uom di buone lettere, e sempre teneva in saccoccia un tometto di poesie, che leggeva durante le fermate, a voce alta e ben modulata, con grande soddisfazione di me che continuavo ad amare i bei versi de' nostri maggiori, e non mi contentavo di certo, per lettura, del regolamento di disciplina e del manuale della manovra, libri utilissimi e scritti in chiaro italiano, ma dove non spirava di certo l'ambrosia indizio del divin nume delle Muse invano pi cercate dal Foscolo sotto il grande tiglio di Porta Ticinese a Milano.
Insomma un bel giorno mi feci coraggio, e creduto di trovare il mio colonnello nella giusta disposizione di spirito, gli domandai acconciamente quel che da tutti si desiderava sapere, e cio quando il reggimento l'avrebbe smessa di impolverarsi al Campo di Marte, e avrebbe cominciato ad andarsene su per i poggi a respirare quell'aria buona, ma il colonnello mi diede un'occhiataccia e con poche secche parole mi chet, n credette suo obbligo darmi una spiegazione del diniego. Qualche giorno dopo tuttavia, capitando io nel suo ufficio per certe mie faccende, sbrigate che furono mi fe' cenno che non la era finita, e che potevo sedermi a mio agio e ascoltare il seguito.
"Maggiore principi. "Giorni or sono lei mi fece una domanda, ed io non ritenni di doverle per allora dare una risposta, l al circolo con troppe orecchie a sentire. Le dir invece adesso che capisco meglio di lei la necessit di fare l'esercizio in cacciatori su ben altro terreno che non la piazza d'arme. E perci ho chiesto pi volte, direttamente al ministero, licenza d'abbandonare le strade, e di far muovere la truppa pei campi e le vigne e i sodi. Ma non venne mai licenza, e non vedo il modo d'ottenerla altrimenti.
E continu spiegandomi come al ministero temessero i guasti che la bassa forza potea causare a' villani, scosciando i rami degli ulivi, piluccando l'uva non ancor matura, calpestando i seminati, guasti che saria costato troppo ripagare all'economia del reggimento. Ci tenessimo perci al Campo di Marte e alle strade battute, rimediando con le opportune spiegazioni e parecchia fantasia a quest'ammanco di verit, in attesa delle grandi manovre. Ma le grandi manovre si rimandavano di mese in mese, e comunque non sarebbero bastate a far l'istruzione alla quadriglia, al pelottone e alla compagnia, e io non riescivo a indovinare come l'avremmo potute fare, le manovre, se prima non si dava al soldato quest'altra scuola, allo stesso modo che non si fa un medico, un avvocato, un cerusico, un notaro, senza avergli prima insegnato l'abbaco e l'unviuno.
E di tutto questo vedemmo i mali frutti di l a un lustro, quando il risparmio di qualche vite, di qualche ulivo, di pochi raccolti, e mettiamoci pure di qualche gallina scampata col collo intatto alle mani pese dei nostri granatieri, ci venne a costare una campagna persa, mille uomini periti invano, traini militari e civili infranti precipitando gi per le balze di Val Jeggio e di Monzambano, milioni di franchi andati in fumo, e infine e principalmente la vergogna d'una sconfitta che non si ancora cancellata, a dispetto del valore e dell'audacia che non mancaron di dimostrare fantaccini e artiglieri, cavalleggeri e zappatori del genio, in quell'infausta giornata che giustamente i nostri nemici vollero chiamare di Custoza, a ricordo d'un'altra sconfitta, il ventiquattro giugno del mille e ottocento sessantasei.


Capitolo VI.

Le prime piogge raffrescarono l'aria, e l'autunno fu lungo, mite e dolcissimo, da compensarci a usura di quei non grati esercizi e della rabbia che ce ne veniva dal saperli impari alla nostra vera necessit. Cos appena ero libero dalle mie attribuzioni, me ne andavo a spasso pei lungarni offrendo il braccio a mia sorella Sestilia e ragionando con lei di tante vaghissime fanfaluche. Accadeva talvolta che ci accompagnasse Oreste, senza fare parola che non gli fosse due volte chiesta, e ben attento a salutare tutti gli ufficiali che incontravamo per via, ed erano numerosi, perch neanche a loro dispiaceva per nulla il frescolino che portavan le brezze gi dagli ameni colli che inghirlandano Firenze.
"Sei contento, Orestino? gli domandai ridendo una sera, dopo che s'era preso tutti insieme il caff con l'anice, perch oramai non era pi stagione da sorbetti. Egli mi guard un poco impermalito, ma poi cap che la mia era una burla innocente e benevola, sorrise a sua volta e rispose:
"Son contento, sor maggiore, son contento. Con la sora Sestilia e con lei mi par d'avere un'altra famiglia, e diciamo pure una gran bella famiglia, che non baratterei con tutto l'oro del mondo, e neanche con il giardino dei Boboli, dove non cresce l'erba voglio, ma tutte l'altre s.
"Bravo Oreste, e sappi che anch'io ti considero oramai come un parente. Per mi capita di domandarmi tra me e me se non ti piacerebbe, come di solito piace a tutti i soldati, di andartene a spasso con qualche bella signorina, e qui a Firenze le belle signorine non mancano.
" vero, sor maggiore, mi rispose la mia fedele ordinanza "magari un giorno ci penser. Ma per ora  pi bello venirmene a spasso con loro due, sempre che il signor maggiore sia contento e non ne abbia incomodo, nel qual caso dovrebbe dirmelo e io sparirei.
"Non lo dire neanche per scherzo, Orestino, fece allora mia sorella "ch la tua compagnia ci far sempre piacere, ricordatelo. E poi tu non devi mica dare tanto retta al tuo signor maggiore. Lui  come certi preti cattivi, che predicano bene ma razzolano male. Guardalo l: ti dice di cercarti una bella signorina per andarci a spasso, e lui che fa? Eccolo l, grande e grosso, non mi si stacca mai dalla gonnella, e le guarda dalla platea dei teatri, le signorine, e anzi le signore. E rise.
Risi anch'io, sapendo a che cosa volea accennare mia sorella Pilucca, e cio alla mia grande passione per la musica, e principalmente per l'opera. S'era appunto aperta la stagione alla Pergola e si pu dire che io non persi uno spettacolo, e anzi ritornai pi volte a sentire La sonnambula di Bellini che davano con una compagnia di canto davvero maiuscola, essendo nei panni di lei che va in giro addormentata la famosa Pistilli Zoboli. Avea costei una gran bella voce; e teneva la scena con somma maestria, evitando le troppe affettazioni che sono il maggior peccato di parecchie cantanti. Quando intonava, stringendo le mani sul petto, il celebre adagio che fa:
Ah non credea mirarti S presto estinto, o fiore...
confesser che andavo in visibilio, tanta era la dolcezza con cui sapeva esprimere il concetto di quell'aria, che fra le bellissime del Bellini  sempre stata per me la prediletta.
Molti a que' tempi amavano di pi il Verdi, che  un gran bel musicista, e io sono pronto a levarmi tanto di cappello, anche per tutto ci che egli pot dare alla nostra buona causa, e pei tanti petti che seppe scuotere e inebriare, se vogliam dirla col giocoso poeta di Monsummano, ma per mia parte preferii, e tuttora preferisco, il Bellini e specialmente, di lui, questa Sonnambula che appunto in quell'autunno non mi stancavo di riascoltare.
Ma Pilucca con quelle sue parole volea accennare, dicevo, la supposizione che oltre alla musica e al canto e al soprano, a me piacesse un po' troppo anche la donna, e per la verit a chi non fosse cieco la Pistilli Zoboli non potea non piacere, con quella sua lunga chioma color del miele, e gli occhi cilestrini, e la figura cos prestante e insieme aggraziata, flessuosa nell'incedere come un giunco, salda nel sostare come una sottil colonna, di statura ben maggiore della mediocre, eppure cos ben proporzionata nelle membra da non parere soverchia. Alla sua entrata in scena ogni altra figura scompariva, ogni altra luce cedeva al fulgore degli occhi suoi, ogni altra melodia taceva appetto al nettare forte e dolcissimo del suo canto. Dir che fui pi volte tentato di mandarle fiori con un mio biglietto d'ammirazione, ma mi trattenne infine il pensiero che un soldato non deve mai troppo concedere alle lusinghe e farsi cicisbeo. Cos potevo ripetere tranquillamente alla mia adorata Sestilia che la prediletta fra le donne universe restava pur sempre lei. Ed ella ne parve lietissima, mi si strinse pi forte al braccio, sfiorandomi la spalla con la folta treccia nerissima dei suoi capelli, e domand: "Tu dici davvero, signor granatiere del re?
"Dico davvero, Pilucca, risposi "e giuro a Dio che se tu non fossi di gi mia sorella t'avrei sposata da un pezzo.
"Ma cosa dici matto? si scherm arrossendo Sestilia. "Ma
non lo vedi che resto ragazza? Ci fosse davvero questa gran virt che a te pare, a quest'ora un marito lo avrei trovato, no?
" perch gli uomini non capiscono niente, oggi. E poi  meglio cos, perch io non ti voglio perdere, e sei tu la mia famiglia.
Ma anche Orestino parea godersi tanta sororale dolcezza, e ci guardava con il suo sorriso di pasqua nella faccia arguta. Continuammo la passeggiata fino gi al forno di Beppe Dolfi, il quale stava per chiudere bottega, ma vedendoci volle ritardare e a tutti i costi ci volle far assaggiare una sua prelibata focaccia, e ce ne regal poi una per ciascheduno, da mangiare la mattina dopo a colazione. Io mi opponevo, perch troppo spesso il mio carissimo Beppe ci era largo di questi doni, e non  bello fare la parte dello scroccone. Ma non ci fu verso.
La bottega del Dolfi era sempre stata cos: e non mi pare inutile rammentare come a' tempi della cospirazione in quel forno lievitassero le nostre speranze pi care, e frequenti vi giungevano le lettere del Maestro a infiammarci gli animi, e tanti bravi giovani ci si raccolsero a spezzare insieme il pane della giusta dottrina. Anche adesso io mi rendevo sovente laggi dal Dolfi, che m'accoglieva con il suo gran sorriso
d'onest'uomo nel volto acceso dal riverbero delle fascine, sotto la chioma candida, e subito ripulitesi le mani bianche di pasta in un lembo del grembiale, data una voce ai lavoranti che non scemasse nei forni l'occorrente calore, mi cingeva d'un fraterno abbraccio e principiavamo a discorrere delle novit, della sua visita a Caprera dove il vecchio, come di consueto, non s'era lasciato stringere i panni addosso, giacch Garibaldi, a dispetto dei critici suoi pi malevoli, non fu mai uomo da lasciarsi menare col capo nel sacco in imprese sconsiderate, e mai volle rivelare altrui quel che gli premeva dentro, rimandando il tempo di farne parte a' suoi fidi a stagione pi propizia, quando fosse l'ora di passare dai progetti al fatto.
Alla rinfrescata, avea promesso il generale, e ora che il fresco era venuto non mancarono quelli che scalpitavano come barberi alle mosse, e sembrava difficile tenerli a freno.
Specialmente il Giannelli, che pi del Dolfi, impaziente e 
acceso, non trascurava occasione per rammentarmi quella promessa, e andava ripetendo ci che gli scriveva il Mazzini: essere cio Garibaldi uomo incerto e tentennone, doversi perci noialtri pi giovani dare l'attacco, che poi lui sarebbe venuto dietro a rimorchio. "Non vedi tu mi chiedeva appunto il Giannelli "che i piemontesi pigliano sempre pi piede, e presto non ci sar pi modo di ribaltarli? Che cosa credi mai tu, che basti pigliarne a ceffoni un paio al circolo degli uffiziali? Ma che aspetti? Non hai tu un battaglione di quasi mille giovanotti grandi e grossi e buoni a menare le mani?
La tentazione mia era di rispondergli con mal garbo, ma intendevo che a cos parlare egli era mosso dall'animo suo generoso, e allora mi tenevo sulle mie, anche perch interveniva il Dolfi a difendere le mie bravi ragioni:
"Vuoi tu diceva "che proprio lui si faccia promotore di disordini dentro l'esercito? E dare cos a' piemontesi il destro di gettare altra infamia sulla rivoluzione? Se ha accettato quella tunica e messo quelle spalline, ci che tutti noi, e te compreso, gli consigliammo, non pu ora guastarsele per avventatezza e imprudenza. Stia in quelle file, istruisca le sue reclute, si faccia amare da tutti, dimostri che un garibaldino non  capace solamente di ardore in battaglia, ma anche di disciplina nella pace. Se poi il nostro vecchio diviser qualcosa di nuovo, allora correr alla chiamata, magari menandosi dietro que' suoi giovanotti armati. Non ti pare questo un ragionar da senno?
E a me veramente pareva che il mio caro Beppe Dolfi dicesse vangelo, ora come in passato, quando per noi fu sempre un fratello maggiore. E lo dimostr nel fatto, perch quando la chiamata del generale venne, nel sessantasei, lui che per l'et non potea certo impugnare il fucile, s'adoper in tutti i'modi perch al generale venissero i volontari, li anim con le sue belle parole, li vitt del suo pane fragrante, li accompagn finanche alla stazione della ferrovia come un babbo premuroso. Per molti di costoro, come ebbe poi a raccontarmi
- e lo scrisse - il volontario Checchi fiorentino, l'ultima faccia ricordata di Firenze dalla vettura del treno diretto a Brescia, fu proprio la faccia onesta e pulita di Beppe Dolfi, e non se la scordarono pi mai, allo stesso modo che non ci si scorda mai la faccia del nostro padre, e tu sempre la rivedi quando pi ti preme l'angustia e la tribolazione della lontananza.
Di queste conversazioni, di queste mie numerose e lunghe visite al forno di Beppe Dolfi, non manc chi s'avvedesse, e qualche anima di sbirro l'and a rifischiare a chi di dovere, s che anche di questo cominci a farmisi carico in alto loco. Dir subito che il mio colonnello non se ne fece pi che tanto, come uomo uso a badare al sodo, e pi ai fatti che alle ciance, specialmente a quelle anonime. Ma poi ci mise lo zampino un di quei gazzettieri fiorentini bigotti e tartufi, anime nere avvezze alla sagrestia e all'anticamera dei bargelli. Vile nelle midolla com'era, costui non ebbe neanche il coraggio di sottoscriversi col nome e col casato, e difatti prefer mettere in coda alle sue farneticazioni un nomignolo inventato dalla sua malriposta fantasia, il Mago Merlino. N  da credersi che facesse chiaro e tondo il nome mio, accusandomi a tutte lettere della pretesa mia colpa. Scriveva solamente questo Mago Merlino, che in un tal forno della citt troppo pi spesso del necessario facea mostra di s la tunica con la goletta d'alamaro bianco d'un ufficiale superiore, e che l dentro si congiurava a scapito dell'interesse comune e dell'onor del reggimento, amato peraltro a tutte viscere dall'intera cittadinanza fiorentina, la quale non potea dunque restare all'oscuro del pericolo che questi segreti abboccamenti comportavano.
Contro queste frecciate che mi si lanciavano all'usanza dei Parti non c'era modo di difesa, e se anche mi pareva di capire quale grinta di spia pretina si celasse dietro il falso nome, non avrei mai potuto farmi giustizia, n con le mie mani, n con le carte bollate dei tribunali, dalle quali prego sempre Iddio che siano salvi i galantuomini, e cos finivo per patire due volte il danno e due volte la beffa. Manifestavo il mio rovello anche in casa, dove Sestilia e Orestino s'adoperavano per tenermi buono e in pace, ma l'intenzion loro, seppur bene intesa, serviva a poco o a nulla.
"Non se la pigli, sor maggiore, badava a ripetere Oreste "ch tanto questi manigoldi finiranno male, e si strozzeranno nel loro veleno di serpenti.
" vero, rincarava Sestilia "vedrai che a questo mondo ci ha da essere giustizia e i cattivi avranno il castigo che si meritano. " Che vieni tu a farmi il discorso del prete? scoppiavo a dire io, ma poi subito le domandavo perdono d'aver perso proprio con lei che tanto bene mi voleva i modi che si convengono con una brava sorella affezionata. E le carezzavo la treccia nera fino a che non le ricompariva in faccia il lume del suo bel sorriso: "Ma s, hai ragione tu, Pilucca, ci ha da essere giustizia a questo mondo.
Ma ci fu chi la giustizia non volea aspettarla n da Dio n dal prossimo, e farsela invece con le mani sue. Appena il Giannelli ebbe letto quelle infamie, venne trafelato a cercarmi in Borgo d'Ognissanti, e disse che io dovevo correre alla gazzetta, appurare chi fosse il maledetto corbaccio, dargli delle pugna sul muso, insegnandogli come non fosse lecito offendere i galantuomini. Io fui sul punto di dargli ascolto, ma per mia fortuna parl anche Beppe Dolfi e s'adoper a calmare le nostre ire.
" Tu non ci guadagneresti nulla. Quel manigoldo negher, negher anche il direttore del giornale, diranno che la stolta accusa non era rivolta a te, e poi magari scriveranno che un ufficiale gi garibaldino ha alzato le mani a torto sopra un rappresentante della pubblica opinione. No, no, semmai fai una bella cosa. Va' subito dal tuo colonnello, e metti le carte bene in tavola, prima che sia qualcun altro a scozzarle a modo suo. Dammi retta, va' dal tuo colonnello, che mi dicono uomo severo ma giusto.
Aveva ragione Beppe Dolfi. Chiesi di mettermi a rapporto e subito il colonnello mi ricevette. Stava seduto al suo scrittoio fumando il sigaro, e alz gli occhi con uno sguardo interrogativo.
"Cosa c', maggiore? chiese.
"Ecco, signor colonnello, cominciai "accade che un certo gazzettiere mi faccia carico di frequentare il forno del mio antico compagno Beppe Dolfi. Cos tristo  costui che non si azzarda a far nomi, ma scrive in maniera che chi vuol intendere intenda. Dice che un ufficiale superiore non dovrebbe avere dimestichezza con questi miei amici che furono e sono repubblicani, e io...
"E lei, m'interruppe con un gesto severo e solenne il mio comandante "lei mi crede dunque tale uomo da porgere orecchio alle delazioni?
"No davvero risposi, e non riescivo a trovare altro da dire, per la confusione, e forse diventai anche rosso.
Il colonnello Dall'Aglio era uomo fatto cos, e l'anno dopo potei toccare con mano che sapea confermare le parole col fatto, quando si seppe di Garibaldi fuggiasco e ferito in Pisa. La brutta notizia di Aspromonte percorse l'Italia con la celerit della folgore, tanto pi perch la gita del generale al Meridione era principiata sotto i pi lieti auspici, e sembrava fatta apposta perch si scordassero i dolorosi eventi di Sarnico, quando era intervenuto l'esercito a sciogliere la radunata dei volontari, e aveano acciuffato il prode Francesco Nullo bergamasco, uomo mai pago di battersi per la libert dei popoli, e pronto a dar la vita per essa, come infatti poi la diede l'anno seguente sui campi insanguinati della sventurata Polonia, e lasci scritto il suo nome nel marmo dell'ideale monumento che ognuno di noi porta nel cuore.
Si dubit allora, o si finse di dubitare, che in quella radunata ci fosse lo zampino del Mazzini, e che il Nullo intendesse fare quel che il Maestro - il lettore lo rammenter - avea chiesto a me mesi avanti, e cio levare un esercito dalla sponda lombarda del lago di Garda, e con quello invadere il Titolo, sopravanzando Garibaldi per costringerlo a seguire le sue mosse. Per mia parte, non lo credetti allora e non lo credo neanche adesso: a Sarnico la radunata fu per le ragioni che si dissero da chi l'ordin, per animare i giovani e insegnargli il tiro a segno, nella societ di cui era messo a capo Garibaldi. E invece si volle credere il contrario da chi la fede non ebbe mai buona, e s'ordin l'arresto del Nullo, e quando poi la folla bresciana tumultu perch lo liberassero, i soldati spararono, e nessuno avr mai lacrime bastanti per piangere quel sangue fraterno atrocemente versato.
Ora appunto Garibaldi dava, primo, l'esempio della sua disposizione a metterci una pietra sopra e a menare il buon per la pace. Giungeva egli in Palermo a inaugurarvi il tiro a segno, e l s'era incontrato solennemente con il principe Umberto, non trascurando occasione per far palese come quel convegno volea simboleggiare la ritrovata concordia degli animi. Lasci egli a Sua Altezza Reale l'onore del primo colpo, consent che fosse anche il migliore di quanti se ne fecero, mentre tutti sanno che Garibaldi ebbe infallibile la mira e che nessuno lo superava nel trarre a braccio sciolto, e ogni qualvolta prese pubblicamente la parola, bad bene e sempre a ribadire che la sua divisa restava quella d'Italia e Vittorio Emanuele, due nomi che Garibaldi volle non mai disgiunti, e anzi adesso li arricchiva ponendovi accosto il suo fatale "O Roma o morte, proclamato la prima volta al bosco della Ficuzza, solitamente rifugio di bestie cornute e teatro d'indicibili ruberie, ma ora scelto come luogo della radunata dei volontari.
Quelle due parole aggiunte non poteano certo piacere ai lumaconi della politica piemontese, i quali allora come sempre vollero che l'Italia si facesse per i loro tortuosi intrighi. E se a Palermo comandava la guardia nazionale quel fior di galantuomo di Giacomo Medici, non ancora per sua perdurante fortuna marchese del Vascello, da Torino mandarono a reggere la prefettura il general Efisio Cugia, che per governare l'isola non avea altra qualificazione che d'essere nato in un'isola anch'egli, voglio dire in Sardegna. Per il resto era generale e piemontesista da capo a piedi, e s'intendeva anche dai sordi che avrebbe fatto il mestier suo, quello cio di tenere a freno le popolazioni annesse, e anzi soggette a Torino. A tenere Napoli stava un altro generale, il Ferrer della Marmora, e al comando della divisione siciliana stava il Cialdini, e fra questo e quello erano di gi come due galletti tronfi e pettoruti, vogliosi di soverchiarsi e di spennacchiarsi anche a scapito dell'interesse nazionale, e questa loro maledetta disposizione doveva poi essere la cagione prima della nostra disfatta.
In agosto Garibaldi pass lo stretto, e sin allora non si seppe dal governo contenersi con lui in un modo solo e chiaro:
mandarono le truppe a Catania, poi le ritrassero. Gli precludevano due porte della citt, ma lasciandogli aperta la terza, e cos non era fantasticheria credere, come da non pochi si credette, in un accordo segreto fra il re e l'eroe, tanto pi che quei tre o quattrocento uomini i quali disertarono le file dei regolari per unirsi a Garibaldi, nessuno fece niente per trattenerli.
Con Garibaldi in Calabria, si mosse il novello duca di Gaeta a guadagnarsi la facile gloria di Aspromonte, ma prima discett come un notaio bizantino contro il Lamarmora, distinguendo fra Calabria Citeriore e Calabria Ulteriore, la prima da collegarsi al Napoletano e la seconda alla Sicilia. Ma neanche quell'iniquo vanto pot menare in appresso, giacch arriv prima di lui il colonnello Pallavicini, che dopo l'infelice marcia per que' monti e lo sbandamento delle forze garibaldine, attacc i resti al campo di Aspromonte, e dopo brevissima scaramuccia, nella quale si spararono pochissimi colpi dalla parte dei volontari, e contro gli ordini del generale che continuava a ripetere d'abbassare le armi, la palla d'un bersagliere colse il nostro vecchio al piede, cess il fuoco, lo dichiararono prigioniero e lo portarono via ferito e doloroso.
Una tragica beffa della sorte volle che quel colpo partisse da un fucile del 25 battaglione dei bersaglieri, che comandava il maggiore Pinelli. Il lettore ricorder come costui, nel sessanta a Orbetello, comandasse una compagnia di piumetti, e fu lui che mi consegn una cassa di fulminanti, accompagnandola con un biglietto per il generale, che diceva testualmente cos:
"Non una di queste cassule possa essere sparata invano. Siano esse la scintilla delle future battaglie che compiranno la nostra redenzione. Gliele invio di tutto cuore, sperando vicino il giorno di farne bruciare la mia parte anch'io!
Ed ecco appunto venuta l'occasione di bruciar la cassula, che si sognava il Pinelli, il quale non se la fece scappare. Cos va il mondo, ma gli uomini dovrebbero pensare due volte a quel che stanno per dire, e non aprire la bocca tanto per dare fiato, a rischio di sbugiardarsi subito nel fatto.
Il resto  noto quanto basta perch non mi ci dilunghi: Garibaldi prigioniero e strascinato come un malfattore al
Varignano, perdonati i volontari ma non quelli che disertarono, la palla rimasta nell'astragalo, le cure scarse e insufficienti, il tardivo consulto dei medici di vaglia, quali il Rizzoli, il Porta,
lo Zannetti e il De Negri, e poi gli inglesi Pirigoff e Partridge. Quando si seppe, e fu il giorno 8 di novembre, di Garibaldi in Pisa, la palla era sempre inchiavata nell'osso, e si continuava ad aspettare, tanto  vero che trascorsero altre due settimane prima che l'insigne Zannetti la cavasse. A Pisa Garibaldi era arrivato in barca, sull'Arno, e scese allo scalo del carbone, proprio dinanzi al palazzo che l'ebbe ospite, e che non era lontano dalla Sapienza. Le feste che gli fece la patriottica popolazione pisana furono indescrivibili, e numerosi andarono gli scolari di quell'antica universit per rendergli omaggio con gli occhi pieni di lacrime, come ebbe
poi a raccontarmi il mio caro amico Tolaini, giovane e valente
maestro, innamorato delle arti belle e della nostra buona causa.
Volli correre a Pisa, ma non senza prima chiederne il permesso al mio colonnello. Temevo un suo rabbuffo, e peggio ancora un suo diniego, e perci feci la domanda con molta trepidazione:
"Lei sa, signor colonnello, esordii "quanto amore e ammirazione mi leghino al generale Garibaldi. Ai suoi ordini combattei, ai suoi fianchi fui ferito, e a lui debbo il grado che rivesto e le decorazioni che porto. Oggi, mentre lo so ferito, prigioniero, vilipeso, mi sento il dovere di andare a vederlo e portargli una parola di conforto e di affetto. Mi ripugna far ci di sotterfugio e quindi chiedo a lei licenza di assentarmi dal reggimento per questo scopo.
E vidi subito che la mia trepidazione era mal riposta, giacch il comandante si limit a chiedermi se per l'indomani ero trattenuto da speciali incombenze di servizio, e rassicuratolo
io del contrario, cos mi rispose:
"Bene, maggiore, vada e sia di ritorno non oltre la mezzanotte di domani.
Tutto contento salutai e stavo per escire, ma egli mi richiam e aggiunse queste precise parole: "Riverisca il generale Garibaldi e gli auguri d parte mia una pronta guarigione.
Ma il diavolo ci mise lo zampino, perch infatti non potei fare ci che il mio colonnello chiedeva al modo che avrei desiderato, voglio dire a voce e stringendogli la mano. Nel palazzo che ospitava il generale la calca dei visitatori, degli amici, dei vecchi compagni d'arme, fra i quali si mescolava qualche brutto ceffo di sbirro, era tale che non mi riesc di giungere fino al suo letto. Attesi l'intera giornata discorrendo con Basso, Cenni, Menotti anche lui ferito, e Tolaini, seppi da loro per filo e per segno come eran passate le cose gi in Calabria, e quando ci fu un momento di respiro e la folla scem, i medici ci informarono che Garibaldi s'era assopito, e che non era il caso di svegliarlo. Dovetti perci, col rammarico che lascio immaginare al lettore, vergare un biglietto con gli auguri miei e del colonnello, raccomandandomi come un'anima persa al Tolaini che il generale lo vedesse non appena ridesto. E ripresi mogio mogio il treno per Firenze.
Ma il solito infame gazzettiere, l'iniquo corbaccio che si firmava il Mago Merlino, neanche questa volle lasciarmela passare, e scrisse roba da chiodi, inviperito e quasi incredulo che un ufficiale superiore s'azzardasse a far visita a Garibaldi, descritto poco meno che come traditore della patria. Neanche stavolta il manigoldo osava far nomi: nascondeva il suo, sottaceva il mio, ma anche un cieco avrebbe letto fra le righe che di me appunto narravasi la favola. Lo lesse anche il mio colonnello che non pose tempo in mezzo, fece chiamare il gran rapporto, e quando tutti gli ufficiali del reggimento furono in sala vestiti come al d della festa, ordinato l'attenti e fatto cenno di voler parlare, mi chiam per nome, e sortito che fui dal mucchietto, si rivolse a tutta l'assemblea con queste parole:
"Una gazzetta che vorrei destinare a men nobile uso, ma che purtroppo la gente compera e legge, parla di un nostro ufficiale superiore ito a far visita al generale Garibaldi, e gliene fa colpa grave. Tace il nome. Scansiamo subito gli equivoci; e si sappia subito che quell'ufficiale  appunto il nostro maggiore. Io stesso lo incaricai di riverire il generale Garibaldi, facendogli gradire i nostri auguri di pronta guarigione.  tutto. Signori, il rapporto  sciolto.
Fu davvero questa una bella passata d'aglio sulla bruschetta del nostro quotidiano vivere da soldati, e io ne conservo la gratitudine al mio signor colonnello, oggi generale di divisione, ma rimasto com'era ai tempi fiorentini. Ma non bast. Quell'infame articolo ebbe i suoi venefici effetti, perch ci fu qualcuno che seppe raccoglierlo, e tenerselo a mente. Ma qui facciamo una bella pausa, per dar tempo a chi scrive di sgranchirsi la mano, e a chi legge le gambe.


Capitolo VII.

Il lettore non mi vorr male - e temo anzi che me ne sar grato, avendogli io risparmiato di noiarsi troppo ancora - se quasi senza accorgermene io ho fatto un salto d'un anno preciso, e infatti dall'autunno del '61 sono passato, e non ne domandai licenza a nessuno, all'infausto novembre del '62, quando andai a trovare Garibaldi ferito in Pisa. In quei mesi non mi capit gran che d'importante: il battaglione seguitava a far la scuola da cacciatori in piazza d'arme, e tutti ne erano da un pezzo arcistufi; ci furono nuovamente i tiri di reggimento, e li vinse il sergente Ravenna che col caporale Ballerini fu sempre fra i migliori nella mira; i sottotenenti Ghezzi e Annichiarico diventarono amici indivisibili, come quelli che aveano umore differentissimo, e spesso accade appunto cos nell'amicizia, dove si cerca un completamento di s e non una rassomiglianza; del tenente Collobiano non ebbi mai da lagnarmi, anche se da bravo piemontese se ne restava sempre sulle sue; leggeva i suoi poeti il capitan Dossena e ce li commentava con molta sapienza; la mia fedele ordinanza Oreste
Mazzei traversava impavido le stagioni, s che con caldo e con il gelo, con l'acqua e con il solleone, era sempre contento come una Pasqua; Pilucca teneva la casa in buon ordine, preparava il mangiare, e con orgoglio mi accompagnava ogni sera alla passeggiata
Nessuna grande novit, dunque: al forno di Beppe Dolfi andavo sempre, e il Giannelli ci eccitava all'azione, ma non fu possibile dargli ascolto, perch anche Garibaldi fece sapere che mi tenessi buono nel reggimento levandomi di capo l'idea di una nuova diserzione. L'esercito dei volontari, spiegava l'eroe, non doveva in nessun modo togliere forze ai regolari, e io credo che ci fosse un'intesa precisa fra lui e il re, intesa non bene accetta dai lumaconi di Torino, i quali riescirono poi, come da tutti si vide, a mettere la malerba della zizzagna nel paese, e tramutarono in malfattore vilipeso il pi grand'uomo dei tempi nostri, colui che alla buona causa tutto diede senza mai nulla chiedere.
Le novit me le andava preparando, e io nulla ne sapevo, chi mi volle male, al quale io ancora auguro di non trovar pace n in questo mondo n in quell'altro, se ci crede davvero come dice di credervi, ma io ne dubito perch neanche un turco infedele sarebbe capace di tanta cattiveria. E siccome bricconi, spie, delatori e ruffiani si riconoscono a naso come le gatte di febbraio e fanno comunella, ci fu chi si adoper a mettere assieme tanti pezzi della mia storia, dai ceffoni torinesi gi gi fino alla corsa a Pisa per vedere Garibaldi ferito, di cui m'accusava quel boia del Mago Merlino, e per farla corta un brutto giorno io mi vidi assegnato a presiedere una commissione d'inchiesta per conto del Regio Tribunale Militare di Livorno.
L per l caddi dalle nuvole, e mi chiesi la cagione di quest'incarico n richiesto n ambito, e anzi lontano le mille miglia dai miei desideri, che furono sempre quelli del soldato, e non gi del maneggiatore di codici. Dopo averci parecchio almanaccato su, ne venni finalmente a capo. Sappia dunque il lettore che nel cinquantanove, quando ero sottotenente nella divisione toscana, e ci fu bisogno fra tante cose anche dei tribunali militari, non perch si volesse mettere i ferri a qualcuno, ma perch questo esigevano i regolamenti, risultai essere
io fra i pochi che aveano compiuto per loro disgrazia gli studi di legge, e cos mi scelsero, assicurandomi che quella era una semplice formalit, e che mai e poi mai avrei dovuto giudicare i malfattori, ci di cui veramente io non mi sentivo n capace n voglioso, giacch di tutto il vangelo la massima che pi mi piace  quella che raccomanda agli uomini di non giudicare troppo il loro prossimo.
E ora anche questo nodo mi veniva al proverbiale pettine, la formalit si mutava repentinamente in necessit ferrea, e non ci fu verso di farmi revocare il triste incarico. Tanto pi triste perch la commissione da me presieduta in Livorno dovea
fare l'istruttoria sopra il delitto di un prete, certo Strolli nativo di Grosseto, e reo di avere indotto due carabinieri alla diserzione. Il fattaccio era accaduto nel cinquantanove, ai tempi dell'annessione, quando i preti non furono di certo lieti della novit, e molti di loro s'industriarono a disfare quel che dai patrioti veri si cercava di fare, e prima di tutto l'esercito nuovo. Non dubitai un momento che quel prete meritasse il suo castigo, e a darglielo non poteva essere sicuramente il tribunale ecclesiastico, che anzi lo avrebbe volentieri beatificato. Ma non potevasi mandarlo davanti ai giudici militari, giacch la legge che assegnava questi crimini a' tribunali nostri era del sessantuno, fra le prime dopo la fondazione del regno nuovo, e giustizia, logica e buon senso insegnano che una legge non pu mai applicarsi a fatti che siano accaduti prima che essa legge fosse, altrimenti un pover uomo non ci si raccapezza pi, e si rischia di mettere i ferri agli innocenti e di sferrare i bricconi.
Questo appunto io rammentai ai superiori al principio dell'istruttoria, che per il resto fu svelta e spiccia: andai a trovare in carcere il mio tonacone, che era alto della persona, grosso e rubicondo meglio d'un frate di cerca, e non sembrava aver patito gran che nello stare al chiuso; andai egualmente dai due carabinieri maremmani, e capii subito che non per cattiveria, ma per ignoranza s'eran dati disertori, prestando fede a quel che disse loro il prete Strolli, e cio che essendosene ito via il granduca, non vi eran pi n governi n eserciti, e che ciascheduno poteva andarsene per le sue faccende, col gradimento addirittura di monsignor vescovo, il quale era amante della pace, nemico della guerra, preoccupato della salute del suo gregge, e cos via discorrendo.
Pei due carabinieri si poteva sperare in una qualche amnistia, ora che una principessa di sangue reale stava per mettere al mondo un bambino, o forse una bambina, ma per ora nessuno l'avrebbe saputo dire, a parte le comari che credono di indovinarlo guardando se il buzzo della prossima madre  gonfio in tutto tondo oppure se ha la forma dell'uovo. In quanto al prete Strolli, io che presiedevo la commissione istruttoria feci il rapporto che mi parve giusto: doversi rinviare a giudizio il reverendo presso un tribunale civile, giacch la nuova legge non s'applicava in nulla al fatto suo.
Il lettore avr gi capito che a me i tribunali portarono sempre disgrazia. A Milazzo Garibaldi mi volle fra i giudici del Liparachi capitan di mare, accusato di disubbidienza dinanzi al nemico, un delitto che si paga con la morte, e se mal non rammento fu pubblico ministero Pier Coccoluto Ferrigni detto Yorick, e presidente il mio carissimo Vincenzo
Malenchini, tutti cio uomini che avrebbero dovuto intendersi di leggi, e invece ne avean s scarsa voglia che ci dichiarammo incompetenti, e al generale questo dispiacque, anche se mi pag con un'occhiataccia appena, e dopo non mi volle meno bene, da quell'uomo giusto che sempre fu.
Non altrettanto bene mi volle il superiore mio di adesso, presidente del Regio Tribunale Militare di Livorno: mi fece carico d'aver inceppato la macchina dell'italica giustizia, sottraendo carne di prete dalle ferree fauci di Temi loricata, e inutilmente io cercai di far valere la mia opinione, che la giustizia non sopporta aggettivi, o altrimenti va a farsi benedire. Poco manc anzi che mi dipingessero come un codino amico delle tonache, e sarebbe stato davvero un bello scherzo, fare un tal essere di me, che fui, sono e sar fra i pi zelanti odiatori di quella mala genia che sempre si prodig perch le nostre pi care speranze finissero deluse, augurandoci il malanno e gongolando ogni qual volta noialtri si finisse per le buche, come capit a chi scrive quando, ferito a Calatafimi da tre palle, ebbe a leggere sui giornali di que' corbacci che si dovea lodare lo zampino del Padreterno nel punirmi a quel modo degli insulti da me fatti in Marsala ai reverendi padri della compagnia di Ges, ghiotti, taccagni e avari nel non darmi le coperte richieste.
Liberatomi da quella maledetta commissione, non vedevo l'ora di tornarmene al reggimento, e intanto rividi gli amici Sgarallino livornesi col nipote loro giovinetto Ormanno Foraboschi, e tutti insieme sur un legnetto ci recammo in gita a Pisa, con la speranza di salutare Garibaldi e stringergli la mano, ma neanche stavolta fu possibile, perch era proprio il giorno in cui l'insigne medico Zannetti, assistito dal cerusico Melanton, gli cav la palla inchiavata nell'osso del piede, e non si doveva a nessun costo infastidirlo. Ma fu egualmente una bella gita, nella compagnia accresciuta dagli scolari dell'universit pisana, con il caro maestro Tolaini a farci da cicerone, mostrando e spiegando tutte le belle cose che in quella citt si possono vedere e godere sotto l'aria dolce e pigra e mite che infatti piacque tanto al maggior poeta del nostro secolo, da scriverne come sapeva lui in una bella lettera alla sua amata sorella Paolina.
Andammo a vedere la dimora, poco pi in l del sito ove sorgea la Torre della Fame, teatro dell'infamia del povero Ugolino, traditore fin che si vuole, ma immeritevole d'essere costretto a cenare con la ciccia dei figli e dei nipoti suoi, la dimora dicevo ove fu scritta la bella canzone indirizzata alla leggiadra Silvia, e poi ancora la graziosa chiesetta della Spina, cos ben appollaiata in ripa d'Arno, che trae armonia indicibile dal contrapporre che ci si fece di tanti pezzi differenti; vedemmo la torre che pende e favellammo dei gravi che di lass facea cadere il grande Galilei; sostammo dinanzi alle tombe degli scolari caduti nel quarantotto a Curtatone e a Montanara, col capo scoperto e una lacrima nel ciglio, e il Tolaini, che era stato fra que' prodi, ce li rievoc uno per uno con molta commozione; ci rendemmo alla Sapienza, dove s'ascolt una lezione intera sulle Vite di Plutarco, e tutti i giovani scolari si voltavano di tratto in tratto a riguardare quest'ufficiale dei granatieri seduto sur un banco come un ragazzo, e saputo l'esser mio mi fecero un mucchio di feste offrendomi anche da bagnare il becco nel vicino e celebrato caff dell'Ussero.
Fra tante cose belle da vedere, fra tanti cari ragionamenti addottrinati sulle sorti delle nostre patrie lettere, quasi m'ero scordato il cruccio di quell'infausta commissione istruttoria, e a un tratto provai una gran voglia d'abbandonare il mestier delle armi, di smettere la spada per impugnare la penna, arnese tanto pi dilettevole e grato, e non meno efficace se adoprato per il verso giusto e con la punta bene inzuppata e aguzza. Per farla breve, la compagnia degli amici pisani m'avea innamorato tanto, e carezzevole era la lor parlata, ma fu un momento solo, credo, perch rientrato in Livorno e ritrovatomi tutto solo nella stanzuccia dell'albergo, riandai col pensiero a quelle mie fantasie, e conclusi che per smettere la spada si dovea prima compiere la bella opera, e anzi bisognava affrettarsi, che poi quando fossi stato vecchio avrei avuto gli sgoccioli della mia vita per aprire i libri, inforcare gli occhiali, bagnare la penna nel calamaio, imbrattare qualche carta meglio che mi venisse fatto, con la rima o senza.
A Firenze tuttavia non feci ritorno pi mai, se non per prendere le mie robe, giacch la mattina dopo la gita a Pisa mi diede il buon d un telegramma secco secco, che parea l'avesse scritto il Davanzati, e m'informava essere io per superiore disposizione stato trasferito dal primo al terzo reggimento granatieri, e pi precisamente nel quarto battaglione. Il lettore ricorder come in quei tempi non pochi reggimenti avessero il loro quarto battaglione distaccato nella Bassa Italia, al fine non mai ben dichiarato, ma palese a tutti, di tenere a freno quelle popolazioni di nuovo assoggettamento, e di combattere i briganti, dei quali cresceva ognora l'insolenza e l'odio contro la dominazione piemontese.
Non star qui a ripetere quello che altrove scrissi e ripetei le mille volte, e che mi tir addosso altre ire da parte dei lumaconi torinesi, sulla grossa e cattiva corbelleria che fu quella di sciogliere l'esercito meridionale, al posto di tenerlo dov'era per compiere nel modo giusto l'unit d'Italia, giacch napoletani e calabresi e siciliani non avrebbero mostrato per noialtri garibaldini lo stesso astio che nutrirono contro i piemontesi. E non mi era del tutto ingrata l'idea di ritornarmene laggi, dove avevo lasciato tanti bei ricordi e non pochi schietti amici. Il fatto si  che quel quarto battaglione io non andavo per niente a comandarlo. A Napoli mi mandavano in soprannumero, che sarebbe come a dire al governo di una scrivania, e cos ci si pu figurare con che animo partivo: tale da rimpiangere il Campo di Marte e la scuola da cacciatori su quello spiazzale nudo e polveroso, che per era sempre meglio delle scartoffie che laggi a Napoli facevan la muffa aspettandomi.
Cos bisogn striderci, fare fagotto, pigliare il vapore da Livorno, e stavolta non fu neanche l'Elettrico, tirandomi dietro il mio bravo Orestino, che stavolta a dir la verit non fu molto contento. E lasciare la mia adorata Sestilia, con la solenne promessa che non appena visto come sistemarci tutti laggi a Napoli, l'avrei chiamata e lei sarebbe di corsa tornata con noi, perch oramai questa era la mia famiglia, o almeno cos pensavo, ignorando che la sorte mi stava preparando, proprio a Napoli, i principi di una famiglia nuova.
Fu una sera nella casa dei carissimi signori Montella, che tenevano un salotto aperto e ci invitavano ufficiali, borghesi di buon sentimento, distinti professionisti d'animo liberale, un paio di sacerdoti che per esser tali non furono malaccio, e qualche bella dama. La signora Montella faceva il giro col bricco del caff, famoso in tutt'Italia, la di lei figlia giovinetta sedeva al pianoforte e intonava con voce aggraziata qualche bell'aria partenopea, e dopo gli applausi e i complimenti s'attaccava la conversazione, che per essere fatta tra fior di galantuomini co' guanti e col sale nella zucca, sempre m'affascinava, anche quando il discorso cadeva sui tristissimi aneddoti della guerra contro i briganti, e allora non riescivo a trattenere una lacrima di dolore e un fremito di sdegno.
Di quei fatti luttuosi ci parlava sovente il capitano
Guzzetti, che militava nel quarto battaglione del 43 fanteria, reggimento gemello dell'altro che dovea diventare poi il mio, e insieme formavano la gloriosa brigata Forl. Giovane di famiglia agiata milanese, il capitano Guzzetti aveva scelto la vita delle armi principalmente per girare l'Italia e conoscere da vicino luoghi e persone, e siccome era uomo fino e capace di tenere gli occhi bene aperti e di sceverare il grano dal loglio, si poteva star sicuri che quanto egli diceva era giusto, anche perch, soffrendo egli d'un lieve difetto per cui balbettava un pochino, d'una disgrazia sera fatta una virt, e prima di dar fiato al pensiero trovava naturalmente il tempo per considerare bene ci che gli passava per il capo.
Ci andava egli narrando come nella Capitanata, per la colpevole cautela del generale Smith Doda, il nerbo del nostro presidio se ne restasse neghittoso in Foggia, e a battere la campagna, dove sempre pi insolenti e numerosi i briganti taglieggiavano le popolazioni, si mandassero sparuti manipoli di fantaccini, senza alcun sostegno della cavalleria, necessarissima a far la guerra contro le bande, e in questo modo per barbaramente il capitano Richard, restato solo con diciotto soldati alle prese con duecento malfattori del famigerato caporione Crocco Donatelli, e di questo sacrificio eroico quanto vano fa memoria un monumento al camposanto di Lucera, che il Guzzetti aveva visitato.
N meglio andavan le cose in altre parti del Mezzod: in Terra di Lavoro lo stesso general Lamarmora, ito a far le sue meditazioni sopra le rovine di Pompei, citt distrutta dal Vesuvio per una vendetta, se vuol credersi a' preti, contro le dissolutezze di quegli antichi abitatori, scamp per un pelo alla cattura, e chiss quale vanto ne avrebbe menato il capobanda
Pilone, terrore del paese, se gli fosse capitato fra le ugne un generale piemontese carico d'argento e di medaglie, e nato di nobilissimo casato. A' guasti della guerriglia s'aggiungevano le malattie, e soprattutto la terzana, si vociferava da taluni che persino il vaiolo fosse qua e l comparso, le truppe marciavano mezze scalze e non aveano da mutare panni, e il rancio era scarso e cattivo, si che tanta bella giovent si spergeva vanamente, senza neanche recar soccorso a' poveri villani, esposti alla nefasta ingordigia dei briganti.
Si sarebbe dovuto fare la guerriglia coi mezzi acconci, e farla presto, ma neanche questo poteva bastare, giacch il chirurgo non guarisce il male, e sega all'opposto il braccio o la gamba malata, e quindi lo si chiama soltanto se non c' altro da fare. Ci voleva un buon medico con buoni farmachi. Anche di questo discorrevamo l nel salotto dei signori Montella, e spesso si proponevano i rimedi. Come sempre, io andavo ripetendo che era stata una grossa corbelleria disciogliere l'esercito meridionale. Quelle stesse popolazioni che non vedevano di buon occhio il nuovo governo dei piemontesi, e perci preferivano il terrore del brigantaggio al sostegno di cui quel governo necessitava, assai pi volentieri avrebbero accettato Garibaldi e i suoi, non abbandonandolo di certo mai, come s'era visto l'anno prima nella tristissima giornata di Aspromonte.
"Quei di Torino non avrebbero mai gradito di veder Garibaldi vicer a Napoli, perch a loro piace comandare senza interposta persona, e specialmente se la persona  quel grand'uomo di Garibaldi dissi una sera.
"Sicuro replic il capitano Guzzetti. "E invece proprio voialtri garibaldini avreste saputo placare quelle popolazioni, dopo averle infiammate con il vostro bell'esempio. Se poi ai volontari si fosse aggiunta la guardia nazionale, ecco il nostro Mezzod risanato e tranquillo, ridotti i briganti a poche schiere di malandrini, contro i quali basterebbe una buona polizia.
"Ma neanche questo sarebbe tutto s'interpose il padron di casa signor Montella. "Occorre risalire alle grandi cause.
Voi sapete come il brigantaggio si alimenti nei territori della chiesa, di cui il confine s'apre larghissimo a chi voglia trovarvi soccorso, rifugio e foraggiamento...
"S, l'interruppi "e alla frontiera non si vigila come si dovrebbe, a parte il fatto che il corpo d'occupazione francese fa malignamente il gioco di que' malfattori, e nonostante la promessa di star sul chi vive, all'atto si vede poi che, com' o come non , quando i briganti arrivano, di francesi pi non si ritrova neanche l'ombra.
"Giusto replic il signor Montella. "Ma i nostri contadini erano da tre secoli usi a passare quel confine e recarsi
nell'Agro Romano a zappare la terra fino a tutto settembre e financo alla met d'ottobre, dal che traevano i mezzi per sopravvivere l'intero inverno. Ancor oggi continuano nel loro trapasso, con la differenza che quando poi rientrano alle lor case, oggi trovano sulla frontiera, opportunamente avvisati, i briganti, i quali li mettono alla scelta: unirsi a loro e militare con Chiavone per il re Franceschiello e contro i piemontesi, oppure il carcere e la perdita del lavoro. Molti hanno accettato, sia per terrore del castigo, sia per le lusinghe de' preti, che da noi furono sempre e tutti per la reazione, e allora veniva il peggio, perch non appena fossero sulla terra napoletana, i quattro carlini di soldo non venivano mai dati. Chi vuol mangiare, vada l e se lo procacci, dicevan loro i conduttori, tra i quali si distinsero per malvagit il Piccirillo antico gendarme borbonico, il Capuccio, il De Antonii e il caporal Peppino. Cos essi, combattuti fra la fame e le due opposte paure dei briganti e dei piemontesi, parecchi si davano al saccheggio, alle ruberie, agli incendi e alle violenze.
"Infami! esclamai.
"Infami quanto lei vuole, signor maggiore mi rispose il signor Montella. "Ma sono anche povera gente, mantenuta di proposito nella miseria e nell'ignoranza. A queste due piaghe va trovato il rimedio. Si dia a questi uomini il modo di non dover trasmigrare oltre il confine pontificio, si aprano le strade, si dissodino que' boschi sterminati che ad altro non servono che ad albergare le belve e a ricettare i furfanti, s'incoraggino l'agricoltura, la pastorizia, il commercio, si fondino le scuole, togliendole tuttavia alla pestifera prepotenza dei preti, e lei vedr che molti mali scemeranno.
" giusto m'interposi ancora. "E aggiungerei che bisogna subito abbattere quell'infame confine. Quando la bandiera italiana sventoler in Campidoglio, e i preti saranno astretti a badare alle lor faccende di chiesa, e il confine non ci sar pi, quelle migrazioni di cui mi dite avverranno con ordine e senza taglieggiamenti e anzi tutti i villani che lo vorranno, potranno stabilirsi sui campi che zappano.
"Come lei vede, signor maggiore, riprese il signor Montella "la questione politica s'aggarbuglia con la sociale, e il nodo lo si resecher con un sol colpo. Poi bisogner che la gente impari a governarsi da sola. Giungendo i piemontesi, che non hanno mai mostrato di volerci troppo bene, e che poco si curano di sapere i fatti nostri - e intendo quelli veri - accadde che dessero autorit proprio a coloro che con pi alti strepiti s'affermavano liberali e nemicissimi del Borbone, anzich ai galantuomini sul serio, ai liberali sul serio, che difficilmente sentiremo strepitare. Voi avete sentito il caso dei sindaci che adopravano la guardia nazionale per le loro soperchierie private, e bastonavano i cittadini buoni quando dessero loro un poco di ombra. In parecchi casi la guardia nazionale divent una sorta di milizia privata al servizio dei nuovi potenti. Eppure, quando fu ben comandata, la vedemmo distinguersi per coraggio e rettitudine, come per esempio in Capitanata, dove seppe fare quel che dal poltrone Smith Doda non fu fatto. 
"E tutto questo assieme concluse il bravo capitano Guzzetti "forma l'unit d'Italia. Dice il marchese d'Azeglio che fatta l'Italia bisogna fare gli italiani, e cos d per sottinteso che tocca a' piemontesi di foggiare gli italiani a loro immagine e simiglianza. E cos sbaglia, perch gli italiani han da farsi da soli, portando ciascuno la sua pietra all'edificio. Unit deve significare non gi il prevalere di una parte sull'altra, ma invece il concorrere delle due al proposito comune. Vi dir che purtroppo questo non sta succedendo, e la guerra dei briganti ne  una prova: i piemontesi ne esciranno di certo vittoriosi, ma allora noi avremo che il Settentrione trionfer sul Mezzod, che le due parti non si saranno unite, ma la seconda soggetta alla prima. Avremo scacciato i tiranni solo per diventare noialtri tiranni a noi stessi, e i soverchiati non se ne dimenticheranno, farneticando tuttavia della rivincita, e io mi vorrei sbagliare, ma temo proprio che non baster un secolo di travagli per sortire da questo viluppo che chiamammo miracoloso, senza badare punto alle vipere che ci si nascondevano nel mezzo.  sempre stata questa la brutta sorte delle guerre civili.
"Vero, vero intervenne allora una gentil signorina che per adesso se n'era restata ad ascoltare, guardando fisso coi suoi occhi scuri sotto la chioma bionda or questo or quell'interlocutore, man mano che ciascheduno apriva la bocca. Era venuta quella sera al braccio di un gentiluomo napoletano, certo signor Ajello, di et tarda e coi capelli bianchi, ed io immaginai esser egli un suo parente, per la confidenza dimostratagli. Me la presentarono, ma come spesso succede in questi casi, non capii bene il suo nome, n ebbi poi modo di sentirmelo ripetere, e anzi provai qualche curiosit di sapere chi fosse, ma poi avean prevalso i nostri gravi ragionamenti sulle sorti del Mezzod, e cos non ci pensai pi. La guardavo per ogni tanto, mentre ci stava ad ascoltare annuendo, con quegli occhi scuri, molto belli, dove brillava una luce d'insoddisfatta voglia di saperne ancora.
Costei dev'essere timida, avevo pensato a un tratto, forse per la sua giovane et e per modestia, trovandosi la prima volta in una casa di estranei, e fra gente d'et ragguardevole o vestita in uniforme con tanto di spalline. Ma ora che faceva sentire la sua voce, capii che quel suo perdurante silenzio dipendeva soprattutto dal non essere ella italiana.
"Vero, vero intervenne dunque, e tutti ci voltammo un po' sorpresi a guardarla, s che un lieve rossore le si sparse in viso, e poi tacque.
"Anche la signorina  dunque del nostro avviso disse sorridendo il capitano Guzzetti. "E se ce ne d conferma una giovane forestiera, dobbiamo credere d'essere nel vero. Ma dica ancora, gentile signorina. Ci conforti d'un suo parere, che noi siamo tutti ansiosi d'ascoltare.
La ragazza esitava, ma poi tutti la incoraggiarono, e cos prese a discorrere, con l'impaccio della lingua che non molto ben conosceva, e tuttavia le riesc di farsi intendere benissimo.
"Anche nel mio paese disse, ma qui io rifar il suo discorso in lingua filata e tutta italiana, tralasciando le parole che disse in francese, e le interruzioni per chiedere conferma se questo o quel modo era il giusto, e i gesti a cui s'affidava con molto garbo dove non bastassero le parole. "Anche nel mio paese si combatte una guerra civile, assai pi grande e dolorosa della vostra, e proprio fra genti del Settentrione e genti del Mezzogiorno, e non  difficile prognosticare che anche da noi i primi soverchieranno i secondi. E anche da noi quest'unit raggiunta traverso la sopraffazione di una met sul tutto non potr non dare mali frutti, e ne sentiremo le conseguenze per parecchio tempo.
La signorina era dunque un'americana, e aveva avuto modo di vedere con gli occhi suoi quanto distruttiva ed atroce fosse quella guerra di cui noialtri s'era sentito alla lontana e letto negli scarni dispacci che ne davano le gazzette. Ora ascoltavamo la sua narrazione, non rattenendo un fremito d'orrore al pensiero che un popolo tanto fiero e nobile e da tutti ammirato come campione della libert, potesse esprimere nel furor d'una guerra fratricida tanta cattiveria. Distrutta dai federati (che sarebbe come dire da noi i settentrionali) la fattoria del padre, caduto combattendo un suo fratello luogotenente dei cavalleggeri, costretta la famiglia intera ad abbandonare con pochi averi e qualche spaventatissimo servo moro il paese natio e a rifugiarsi sempre pi a' meridione per l'incalzare dell'avanzata nemica, s'era alla fine deciso d'imbarcarla al golfo del Messico, e che raggiungesse il suolo italiano, dove vivevano certi parenti alla lontana, i quali furono appunto i signori Ajello, s che il bel vecchio che qui l'avea accompagnata era della giovane un prozio.
Trovandosi oramai da qualche mese in Napoli, e frequentando ancora la casa dei signori Montella, ebbe modo di dimostrare quali buoni progressi andava facendo nell'esprimersi in italiano, e quanto bene conoscesse le bellezze dell'incantevole citt di Napoli. Accadde una sera che s'entrasse a discorrere dell'isola d'Ischia, sita a qualche miglio dalla punta che chiude a settentrione il grande golfo, e tutti gi a decantarne il verde maraviglioso, e la natura intatta e selvaggia delle alture, e il fiorirvi odoroso degli aranceti l dove bellamente aveva operato la zappa di quei solleciti villani, e le sorgenti di acque caldissime medicamentose, le cui virt non ignorarono mai gli uomini, sin dai tempi degli antichi romani, i quali difatti ci hanno lasciato i resti delle loro famose terme.
"Davvero amerei vedere quest'isola dissi a un tratto "che dev'essere le sette meraviglie, se me ne parlate cos.
"Nulla di pi facile rispose il signor Ajello "che accontentare il signor maggiore. "Vuole il caso che dopodomani si vada tutti col barcone da pesca in gita proprio all'isola d'Ischia, e se lei non ha altro da fare, pu benissimo unirsi alla compagnia.
Riflettei un momento, vidi che per quel giorno potevo azzardarmi a chiedere un permesso al mio comandante, anche perch, essendo io in soprannumero, le scartoffie potevano benissimo star l a muffire un giorno di pi, e per una volta benedissi quella mia condizione, per altro verso da me esecrata, a tal punto che gi avevo scritto al mio caro Malenchini perch s'adoprasse a farmene esentare, restituendomi a un battaglione, anche solo di fantaccini, anche da piazza d'arme, ma pur sempre un riparto di soldati veri, e dissi:
"Va benissimo, signori. Sar della partita, e molto volentieri.
"Bravo fecero tutti. "Dopodomani mattina di buon'ora sar pronto il legno al porticciolo, e di l andremo a Pozzuoli dove ci attender il barcone.
Tutto contento salutai questi miei nuovi amici, strinsi loro la mano, e la signorina americana mi regal un gran sorriso che bast a tenermi allegro fino a buio.


Capitolo VIII.

Il giorno dopo mi scorse adagio adagio: al mattino vennero come al solito i forieri perch controfirmassi le bollette della spesa viveri, ricevetti un paio di subalterni che chiedevano non ricordo bene cosa, e ci basti a dire di quanto poco momento fosse, il signor colonnello mi diede i due giorni di permesso senza battere ciglio per la gita all'isola d'Ischia. Nel rincasare, diedi la novit ad Oreste, il quale avea appoggiato l'alabarda in una stanzuccia che faceva da ingresso alla camera mia, e si annoiava mortalmente. Lo trovai che leggiucchiava la storia di Genoveffa di Brabante, e appena seppe che domattina di buon'ora si partiva per un'isola, tutto contento si alz da sedere e poco mancava che si mettesse a battere le mani.
"Bene, sor maggiore, bene, io sono nato in un'isola, e si figuri se non ci vengo volentieri. Chi mi dice isola mi dice casa, lo sa?
"Lo so, Oreste, risposi "e allora fai un salto gi dal vinaio e compera qualche buona bottiglia da offrire domani, che dobbiamo
fare la nostra figura con gli ospiti e non passare da scrocconi. Svelto Oreste, vai per il vino. E gli diedi venti lire.
Torn su dopo mezz'ora con una cesta colma di bottiglie di sua scelta, perch di vini se ne intendeva pi assai di me. "Va bene cos, signor maggiore? mi domand.
Diedi la mia approvazione dopo un rapido esame. "Oreste, ripresi "tu domani darai una mano alle fantesche di quei signori, nel portare le provviste, e in quanto altro occorra. Cerca di non sfigurare, mi raccomando.
"Non dubiti, sor maggiore mi assicur. "Sono nato in un'isola e so stare al mondo, non dubiti. A che ora  la sveglia?
"Sar bene levarsi alle cinque, appena canta il gallo. Tu stanotte dunque dormi con un occhio solo, e alla prima luce destati, e desta anche me.
"Bene, sor maggiore. Se non comanda altro, andrei a dormire.
"Va' pure, Orestino, e buonanotte.
Mi diede a sua volta la buonanotte, si ritir nella sua
stanzuccia, andai a letto anch'io, spensi subito il lume a petrolio e m'addormentai.
L'alba fu gloriosa, e prometteva una giornata coi fiocchi, degnissima della bella gita che ci ripromettevamo con quella gentile compagnia. Al porticciolo era il legnetto ad attenderci, e accanto il carrozzino del capitano Guzzetti gi pronto, anche lui con l'ordinanza, che era un certo Tassinari anche lui di Milano. Ci salutammo amichevolmente, e via verso Pozzuoli, mentre il sole saliva, per la strada tutta svolte lungo il mare che diventava d'un turchino sempre pi intenso. Alla nostra destra gi cominciavano a fumare i camini delle tante fabbriche, e ci salutavano levandosi la berretta i lavoranti in gabbano, scalzi, col tascapane del desinare a tracolla, diretti all'opera.
"Lo sa, sor maggiore, fece a un tratto Orestino, che a testa ritta si guardava intorno voltando gli occhi di continuo come per non perdersi nulla, "lo sa che mi sembra d'essere proprio a Piombino, dove si piglia l'imbarco per andare a casa mia? Anche l  tutto fabbriche e operai.
"La sua ordinanza ha ragione fece il capitano Guzzetti dal suo carrozzino, con un cenno che voleva essere d'apprezzamento per la giustezza delle parole di Oreste, mentre l'altra ordinanza, il Tassinari, non apriva mai bocca e aveva una faccia da babbeo come a volte se ne vedono in Lombardia. "Ma forse qui  anche pi bello. Quest'armonia di natura e d'industria esalta il cuore. E le genti sono cos industriose, oltrech liete. Ah, se il Borbone non avesse ciurlato nel manico, al momento buono! Ah se fosse stato lui alla testa della rivoluzione, nel quarantotto. Tutto avea egli quel che bisognava per fare l'Italia! Per fare l'Italia, voglio dire, bella e ricca. Gli ingegni, le braccia, la natura benigna, una corona antica, il sostegno degli intelletti pi illuminati, una capitale grande e bella. Eccovi qua un piccolo esempio, e c'indicava l'abitato di Pozzuoli con un ampio gesto della mano guantata, mentre il carrozzino correva sulla strada, "eccovi un piccolo esempio di ci che l'Italia potrebb'essere. Bellissima e industre. Tacque, gli scorsi nel volto un'ombra di apprensione, poi ricominci: "E non sar. Voglia il cielo ch'io sia cattivo profeta, ma anche in questo i piemontesi prevarranno, lasciando ai napoletani solamente i maccheroni e i mandolini, e pigliandosi il resto.
Nel silenzio che segu meditai su queste parole, ma a un tratto i due legnetti s'arrestarono davanti al porticciolo, dove gi altra gente era adunata ad aspettarci, signori e dame vestiti per la gita, e molti pi di quanto io ne prevedessi. I bravi Montella, gli Ajello con certi loro parenti e amici, le fantesche coi corbelli del mangiare e dei vini, e la signorina americana che fra tutte spiccava per la sua bella chioma bionda e il vestito all'amazzone. Scendemmo, salutai, e il signor Ajello m'indic la nostra imbarcazione. Oh, magnifica, pi che un peschereccio, com'io m'aspettavo, potea chiamarsi una scuna, coi suoi due alberi, la prora bella alta, i marinai gi all'opera per sbrigliare le vele ansiose di vento.
"Benvenuto, signor maggiore mi disse il bravo Ajello con un gran sorriso. "Mancano solo i musicanti, e si far subito vela.
Arriv infatti dall'abitato una compagnia di suonatori con le chitarre e i mandolini, a cui s'accompagnava un ragazzetto che zoppicava un poco. Lo riconobbi subito: era appunto, come il lettore avr forse indovinato, il mio amatissimo Gennarino, che lasciai alla fine del sessanta ancora infermo in un lettuccio d'ospedale. In quei tre anni aveva avuto il tempo di crescere, ma non molto, e la ferita alla gamba gli lasciava il segno. Lo abbracciai con infinita tenerezza, e non trattenni una lacrima di gioia. Mi disse che dopo la guarigione s'era ritrovato senza lavoro, ma scoprendosi in gola poco meno che un tesoro di voce, adesso si guadagnava di che campare accompagnandosi alle comitive dei gitanti italiani e forestieri, che rallegrava con le sue canzoni. Anche lui fu lietissimo di rivedermi, e per tutta la gita cerc di non discostarsi mai dal mio fianco. Salimmo tutti a bordo e finalmente la nostra navicella part.
Dopo breve tratto di mare comparve alla vista l'isola di Procida, e il signor Ajello ce l'additava, insegnandoci il tetro castelluccio dove si purgano i penitenti che hanno commesso qualche furfanteria. "Strana sorte davvero osserv allora sorridendo il capitano Guzzetti "che ai bricconi tocchi questo paradiso, e non si destini invece agli uomini di buona volont, i quali dovrebbero dopo una faticosa giornata di lavoro poter godersi sole e mare.
"Lei ha ragione risposi. "Ma per intanto godiamocelo noi, questo sole e questo mare. Me ne stavo in panciolle a prora, con accanto Gennarino, e tutti gli altri ci facevano corona, discorrendo amabilmente, la signorina americana al fianco dello zio Ajello, col viso gi acceso e fatto pi raggiante da tanto splendore di Madrenatura. Poi al nostro cortese ospite parve tempo di far musica e diede parola ai suonatori, che da poppa, dove se ne stavano con le chitarre e i mandolini insieme alle fantesche e a Orestino, vennero tutti davanti a noi, accordarono i loro strumenti, il capobanda batt la solfa e attaccarono una tarantella. Il mio caro ragazzino, gi trombetta al battaglione e adesso diventato tenorino veramente buono, dopo due o tre pezzi di musica sola, annunzi che avrebbe intonato qualcosa, e tutti tacquero per meglio ascoltarlo.
Era una canzone napoletana, naturalmente, e me la ricordo ancora, un'antica canzone che continuano a ripetere le lavandaie di questi felici paesi: tu m'hai promesso quattro fazzoletti, dicono le parole, se le voltiamo in lingua italiana, e io sono venuta, se vuoi darmeli; e se non quattro, ebbene, dammene due, di fazzoletti. Parole come si vede semplici e schiette, e che tali restano anche se voltate dalla lingua in cui nacquero, cio il dialetto napoletano, e anche se staccate dalla melanconica melodia che le accompagna, perch io sono sempre stato dell'avviso che una canzone  fatta per essere cantata, e perde molto a farsi solamente leggere, e per di pi traslata. Quell'amabile coretto  per voci di donna, eppure Gennarino, con la sua ugola ancor acerba, seppe renderlo assai bene, e fu premiato da un bell'applauso, e dalla general richiesta che cantasse ancora. Egli non si fece pregare due volte, e cos ci regal la canzone della scarpetta, e poi quella della pulce, e poi ancora quella biricchina sui difetti delle donne, che fra tutte ha la melodia pi coltivata, giacch non a caso la scrisse quel fior di musicista che fu Giovanni Battista Pergolesi.
Mentre ascoltavamo questa delizia di musica, non si cessava di guardare il mare, e l'isola profilata nella lontananza, turchina e verde che era un incanto, e quando i musicanti si chetarono per ripigliare lena, discorremmo a lungo sul gran cuore del popolo cos manifesto nei suoi canti, e sulla gentilezza del suo sentire, che sempre traspare e non ha bisogno di scuola perch tu l'intenda, fermo restando, si capisce, che le scuole non guastano mai, ma anzi aggiungono alla natura la ricchezza del sapere e della coltivazione.
" veramente un tesoro che non deve andare perso, intervenne il capitano Guzzetti "e invece io vedo il risico che nell'unit si abbia l'annacquamento delle parti. Gi lo vediamo nelle fogge del vestire, che appena due o tre anni or sono tanto eran diverse, e oggi gi s'avvicinano a somigliarsi tutte, s che non succede spesso di distinguere a colpo d'occhio un lombardo da un napoletano. Ho paura che sar la stessa cosa per le canzoni, ho paura che presto gli italiani canteranno tutti la stessa zuppa, e Dio voglia che non sia una zuppa scipita e senza sugo. Sentite quant' bella questa musica napoletana! Bella appunto perch unica e schietta. E cos sono belle le mie canzoni brianzole, che dicono un'altra anima, e anch'essa di popoli, e sono belle le serenate veneziane, e le furlane che ballano nel contado di Treviso, e sono belli i vostri arguti stornelli toscani...
"Il signor maggiore  toscano, intervenne allora il signor Montella come spiegandolo a chi della compagnia non se n'era ancora accorto "e ci farebbe un gran regalo intonando qualcuno degli stornelli del paese suo.
L'idea di mettermi a cantare era la pi lontana dalle mie intenzioni.  vero che la musica mi piacque sempre e che posso ancor dire d'avere una voce discreta, ma per mia disgrazia, come ho gi spiegato altra volta, non andai mai a scuola di solfa, e l'arte dei capperi non la studiai. E poi mettermi a cantare proprio l, in quella distinta compagnia di signori gravi e barbuti, di belle dame che non avevo in dimestichezza, e per giunta a digiuno, e senza il sostegno d'un bicchier di vino, come quello che dispone l'animo a certe stravaganze, non me la sentivo. E invece l'idea piacque a molti, che attaccarono a battere le mani e ad esclamare che il signor maggiore doveva farsi canterino. Io mi schermivo come meglio potei, ma a un certo punto ci si mise di mezzo anche la signorina americana: Je vous en prie, monsieur le major, une petite chanson disse nel suo francese.
"E sia risposi. "L'avete voluto e tanto peggio per voi. Canter. Ma a una condizione.
"Quale condizione? risposero tutti in coro. "Avanti, avanti. Sentiamo che cosa vuole per premio il signor maggiore. "Ecco dissi. "Io canter qualcosa, ma a condizione che dopo di me la signorina americana e la indicai col dito "canti anch'essa. Il premio, come lor signori vedranno, non viene a me ma a voi stessi, che avrete modo di rifarvi le orecchie straziate dalle mie stonazioni, con la voce della signorina, che di sicuro sar pi gradevole della mia.
Con molto bello spirito la signorina americana acconsent subito, io diedi la nota meglio che sapevo ai bravi musicanti, quelli attaccarono un bell'accordo, e io intonai uno stornello livornese che mi era sempre tanto piaciuto, e difatti l'ho ancora in mente. Diceva:
E quando ci venivi, a casa mia,
La meglio seggiolina era la tua,
La meglio seggiolina era la tua,
Ora 'un ci vieni pi e l'ho data via.
Il signor Montella traduceva in inglese le parole perch la signorina intendesse bene, e quando ebbi terminato tutti applaudirono, il capitano Guzzetti disquis sulla freschezza di quei versi e sull'arguzia della chiusa, di cui peraltro io non mi ero mai avveduto, e la scoprivo solamente adesso, tutti vollero che ne cantassi ancora, e io, come il cieco del proverbio, che vuol due soldi per attaccare, e non gli basta mezza lira per chetarsi, ci presi gusto, e non star qui a riportare tutti gli stornelli che cantai, e cio tutti quelli che sapevo. Vuotato il mio sacco canoro, mi feci forte della promessa, e invitai la signorina americana a occupare ben pi degnamente di me la scena in quel teatro natante e improvvisato.
"Bene ella disse nel suo italiano malcerto eppur delizioso.
"Vorrei cantarvi una canzone del mio paese. La sua voce era ben educata: attacc sola, ma i musicanti fecero presto a seguirla. Tutti ascoltavano in silenzio, a parte il signor Montella che stavolta tradusse per me le parole dalla lingua d'Albione. Dicevano:
Riportami nella vecchia Virginia Dove crescono il cotone e il granturco Dove cantano dolce gli uccelli a primavera Dove brama di andare questo vecchio cuore negro.
Ora, se  difficile rendere giustizia a una canzone napoletana voltandola in lingua, poco meno che impossibile sar il ridire la dolcezza di quei versi, cos come essi suonavano in inglese, e accompagnati dalla dolcissima melodia delle note. Confesser che mi sentivo andare in visibilio, e che non
rattenni una lacrima, ma seppi subito ricompormi, perch non  bello che un soldato pianga. Quando la signorina ebbe terminato, ci fu un breve silenzio, poi scoppiarono gli applausi, il mio caro Gennarino volle abbracciare la bella cantatrice, che gli regal un gran bacio sulla guancia. Ma intanto l'imbarcazione accostava al molo, senza che ce ne fossimo avveduti, e cominci lo sbarco, noi per primi, poi le fantesche, i marinai, i musicanti, e finalmente Orestino con i corbelli del mangiare e le bottiglie del vino.
Chi faccia il giro dell'isola d'Ischia seguendone il contorno frastagliato, vedr sempre dominante e minacciosa- la vetta di monte Epomeo, un antico vulcano, dove il verde cupo degli aranceti, delle vigne e de' boschi fa luogo alla nuda asperit grigia della roccia, che mi spiegarono essersi formata per via delle antiche eruzioni, oggi non pi temibili, anche se questo gigante Epomeo  pur sempre disposto a riaccendersi di tanto in tanto nelle sue viscere per dare qualche robusto scrollone alla terra. Le stesse sorgenti di acqua caldissima sono l a provare che sotto sotto l'isola non ha ancora trovato requie e brontola a tratti come una pancia vuota. Eppure la feracit di quella terra non sarebbe mai stata senza il fuoco che le sta acceso dentro, e persino l'operosa vivacit dei villani - ma di questo non saprei dire con molta sicurezza, pur garantendomelo chi se ne intende - si riallaccia al timore continuo del tremuoto e allo scotimento del terreno,
che par metta l'argento vivo in corpo a chi ci cammina sopra.
Non pochi di questi bravi villani, insieme ai pescatori allora allora rientrati con le loro reti fortunatamente pese, erano l sul molo a guardarci sbarcare, e subito si prodigarono a darci un aiuto, regalandoci intanto i pi larghi sorrisi e le pi festose espressioni del benvenuto. Erano l pronti tre o quattro somarelli, sul groppone paziente dei quali le fantesche e Orestino caricarono i nostri corbelli, mentre la compagnia entrava in una taverna davanti al porto per bagnarsi l'ugola, e io lo feci molto di buon grado, per via del gran sole e della cantata e delle chiacchiere. In quella stessa taverna lasciammo i musicanti, che erano appunto comandati l per solennizzare rallegrandolo non so pi quale pranzo, ma Gennarino non volle saperne di restare con gli altri, mi s'appiccic ai fianchi e l'ebbi sempre con me.
Cos ci formammo in lunga fila indiana, e seppi dal signor Ajello che eravamo sulla strada carrareccia per Casamicciola, donde si dovea imboccare un sentiero diretto verso l'interno dell'isola, per visitarvi i resti delle terme romane e di l goderci il bel panorama, prima del desinare che sarebbe stato all'aperto. Apriva la marcia un giovinetto nipote dei signori Ajello, che conosceva l'isola palmo per palmo e sapeva arrampicarsi alla maniera delle capre; seguivano dame e gentiluomini alternati fin che si pot, al fine di dare al debol sesso l'aiuto del forte, e il caso o anzi meglio la fortuna volle che
io fossi ultimo con Gennarino, pronto a porgere se necessario la mano alla signorina americana, ma non ce ne fu bisogno, perch di aiuto necessitava semmai Gennarino, il quale con la sua gambetta impedita si trovava a disagio nell'arrampicarsi.
Ultimo veniva il treno delle nostre vettovaglie, se vogliam dirlo in lingua di soldato, composto per dai soli quattro asini, e avendo per scorta le fantesche e la mia ordinanza Oreste Mazzei. Quelle argute popolane si divertivano un mondo a pungolare con certi stecchi i pazienti somari, e con le parole il men paziente Orestino. "Lu surdate piccirille! ripetevano a tratti ridendo, e lui, pur sempre camminando, si voltava a rispondere: Chetatevi, scimunite! Ridevo anch'io, e a un certo punto, indicando la gustosa scenetta alla signorina americana, esclamai:
"Oreste, tu cammini come l'indovino. Guarda avanti, se non vuoi finire per le terre!
Fui profeta perch di l a poco Oreste, che non volle darmi retta, e continuava a salire disputando con quelle lingue lunghe, inciamp nella radice di un albero che sporgeva mezza nascosta dall'erba e cadde fra le rinnovate risa delle femmine.
"Accidenti a voi e alle vostre terre ballerine proruppe rialzandosi, e si puliva il fondo dei calzoni. Ma presto ritorn il sorriso a dipingergli in faccia, anche perch le fantesche gli furono attorno consolandolo come fanno le balie coi bambini quando imparano a camminare. Avevamo da un pezzo sorpassato il villaggio di Casamicciola, e continuava la marcia su per quel ripido sentiero, mentre il sole cominciava a cuocere sul serio e le dame s'erano accaldate. Gennarino aveva
il fiato grosso e stentava un poco, s che dovetti sostenerlo sotto il braccio. La signorina americana saliva invece svelta e sicura, e io capii che al suo paese, nella fattoria del padre tristemente abbandonata per l'arrivo dei settentrionali, doveva essersi molto ben impratichita del sano vivere all'aria aperta. Non cos invece le altre signore, e a un certo punto bisogn comandare l'alto, e tutti si sederono sull'erba folta di un breve pianoro che interrompeva la salita.
Sedemmo anche noi, e adesso ammiravamo la distesa turchina del mare, il sole smagliante e l'aria tersa che consentiva allo sguardo di scorgere largo tratto della costa napoletana. '
"C'est merveilleux mormor estatica la signorina americana, e io non seppi che darle ragione con un cenno del capo, giacch era una vista da togliere il fiato, e non ci bisognavano altre parole.
"Che fortuna per voi continu ella nel suo francese "essere nato in un paese tanto bello e tanto felice!
Ma anche il paese vostro  molto bello, seppi replicare soltanto, col francese mio che fu sempre piuttosto striminzito, "se devo credere a quel che ne dicono in molti.
Tacque un poco, poi rispose: "Non mai come il vostro. Qui  il paradiso in terra. Ci si vorrebbe vivere sempre, e non andarsene mai.
"Ma che davvero replicai animandomi un poco "vorreste farvi italiana, voi signorina?... M'interruppi, e soltanto allora m'avvidi di non sapere il suo nome. " Scusatemi, signorina, ma ancora non so il vostro nome.
"E io invece so il vostro mi rispose lieta. "Lo chiesi ieri sera al signor Ajello mio zio. Ebbene, i miei genitori vollero mettermi il nome della terra che mi vide nascere, l in America. Volete cercar d'indovinarlo, signor maggiore? aggiunse con un grazioso sorriso.
Ci pensai, incuriosito, poi dissi: "Non vi chiamereste per caso Carolina?
"Oh no replic con una bella risata. "Non mi chiamo Carolina, no. Provate ancora. Provate, provate a ricordare la canzone di stamattina, mentre traversavamo questo bel mare.  Mi diedi dell'asino le mille volte, perch avrei dovuto capirlo a volo. Battendomi una mano sulla fronte esclamai: "Ma sicuro, sciocco che non sono altro. Virginia dev'essere
il vostro nome. E mi piace credere che quella bella canzone l'abbiano musicata apposta per voi. Ho indovinato anche questo?
"Indovinato il nome, s, bravo il signor maggiore. E grazie del bel pensiero, che la canzone sia stata fatta apposta per me. Purtroppo cos non , e senza modestia non mi sembra di meritare tanto. Mi chiamo appunto Virginia, e nacqui vicino alla citt di Richmond, che della Virginia  la capitale. "Posso io chiamarvi per nome? azzardai.
"Ne sarei felicissima, e volentieri, se me lo permettete, user il nome vostro, anche perch dire sempre signor maggiore mi sembra lungo e troppo solenne, e poco adatto alla simpatia che voi inspirate subito in chi vi conosca.
Dovetti arrossire, perch la signorina Virginia scoppi a ridere e poi esclam: "Aveva ragione lo zio Ajello, quando diceva che il signor maggiore  proprio un ragazzo. Quanti anni avete?
"Quasi trenta risposi "e sono parecchi, specialmente se li raffrontate agli anni vostri.
E qui capii d'aver commesso uno sbaglio, perch con le signore non s'accenna mai, nemmeno di passata, all'et, ma poi mi convinsi che, essendo Virginia giovanissima, non potea aversene a male. Cos fu, perch non le si cancell pi dal volto quel suo sorriso incantatore, e avremmo continuato volentieri a discorrere pacatamente, godendoci la bella vista e lo splendido sole, ma il giovane Ajello fece segno che ormai bisognava riprendere il cammino, per raggiungere la nostra meta prima dell'ora del desinare.
Quest'ultima tappa non fu molto lunga, ma alquanto disagiata, perch se il sole era gradito a goderselo standosene in panciolle all'ombra, picchiava invece ferocemente sulle zucche durante l'ascesa che a tratti mozzava il fiato. Cos le signore ebbero bisogno di qualche robusto e sollecito braccio che le sostenesse un poco, ma non Virginia che andava su dinanzi a me dritta e svelta che era un piacere guardarla.
Io davo la mano a Gennarino, che dovea patire non poco con la sua gambetta impedita, pur senza mandare un gemito, e intanto udivo Oreste imprecare contro i somari caparbi, contro le fantesche linguacciute, contro le balze impervie di quest'isola, che si pentiva adesso d'aver paragonato, partendo, alla sua Elba. Ma come Dio volle scorsa un'ora fummo in vista delle antiche terme, salutate da tutti con gioia. Si scaricarono i corbelli e ognuno volle stendersi un poco, prima di visitare quegli imponenti ruderi.
Ma se ho detto ruderi forse ho sbagliato, perch le terme d'Ischia, scavate nella viva roccia, si potrebbero ancor oggi usare per i bagni, che si dice siano rimedio sovrano a quasi tutti i mali, dalla gotta all'artrite, alla sterilit delle spose, e quei ghiottoni dei romani antichi tiranni del mondo non si lasciarono di certo scappare questa bella comodit. Con l'occhio della mente io vedevo le torme affamate degli schiavi intenti sotto la sferza a dar di piccone nel sasso per intagliarvi gli ambulacri, i tepidari, le camere per le sudorazioni, gli atri per riposare conversando solennemente paludati nelle lor toghe, e cos attaccammo a discorrere col capitano Guzzetti, il quale mi si rivelava uomo coltissimo e facondo, anche se parlando incheccava un pochino.
"Agi e mollezze piacquero sempre ai tiranni, disse a un tratto "che non se le negarono. Donde la loro rovina, perch chi ha le ugne aguzze nell'arraffare l'altrui, per una vendetta del destino vorr sempre il di pi, e non sapr sceverare il necessario dal superfluo, e siccome il superfluo corrompe e infiacchisce, verr il giorno in cui il rigore usato contro gli antichi servi si ritorcer contr'essi, e saranno persi, ci che appunto avvenne ai romani. Invece le genti austere e da senno rifuggono sempre i troppi e inutili comodi, e sanno essere giuste con se medesime e con il prossimo.
"Lei raccomanda dunque l'austerit dei costumi? gli chiesi.
"Sicuramente mi rispose. "Raccomando che tutti abbiano il necessario al viver sano, il pane schietto per sostentare
il corpo, e che poi si provveda a sostenere e arricchire l'animo, e non gi a blandire i sensi ingannevoli e traviatori. Il pane per tutti, e assieme al pane la libert, l'istruzione, gli equi ordinamenti sociali.
Ma poi si ud la voce argentina del giovane Ajello, oramai riconosciuto capitano della nostra spedizione, che convocava tutti al lavoro per approntare il pranzo: ci fu chi and per legna, e proprio a me tocc di guidare il drappello degli improvvisati boscaioli, e chi, pi pratico di cucina, scelse di sorvegliare il gran paiolo di rame dove misero a cuocere i maccheroni, e la pignatta dove s'insaporiva il sugo di pomodoro, e gli stecchi che a mo' di spiedo sostennero i polli da arrostire, mentre le dame s'occupavano di stendere sull'erba la tovaglia e d'apparecchiarla con quelle poche stoviglie che cerano. Le fantesche napoletane vollero mettere il grembiale bianco anche a Orestino e all'ordinanza Tassinari nominato suo aiutante di cucina. Impugnato il ramaiolo, Oreste badava bene che l'acqua bollisse a puntino, prima di buttarci i maccheroni, e ora li sorvegliava perch non passassero di cottura. Vistolo in quella tenuta, mi venne fatto di ridere, e gli dissi:
"Ma non me l'avevi detto che sei anche cuoco!
"Aspetti che siano pronti i maccheroni, sor maggiore, e poi giudicher lei se sono bravo mi rispose con orgoglio, e poi aggiunse, rivolto al collega suo Tassinari: "E tu bada a mettere altra legna sotto il paiolo, babbeo. Non te li meriteresti i maccheroni, tu che sei sempre stato mangiatore di polenta.
E veramente dir che Orestino sapeva il fatto suo, perch i maccheroni furono squisiti, e tutti li lodarono, insieme ai polli, che cincischiammo alla brava, agguantandoli con le mani senza paura di untarsi, perch sapevamo che c'era pronta l'acqua calda delle antiche terme per risciacquarsele. Il pranzo termin con le arance comprate a Casamicciola da un villano, e fu innaffiato dalle bottiglie altrui e mie, che la cortese compagnia ebbe la bont di elogiare fors'oltre il loro merito.
Poi ci stendemmo tutti sull'erba a digerire. Ci venne per ci in aiuto una brezzolina gentile gentile, e sembrava d'essere proprio in paradiso, e tutti ne godevano senza badare ad altro, e cos restammo cheti per un'oretta, poi lentamente ricominciarono le conversazioni, e tiratici su a sedere il signor Ajello c'invit a indovinare certe sue bellissime sciarade, sia in lingua francese che in nostrana, e poi facemmo il gioco dei perch e tanti altri bizzarri che non star a ripetere, sempre accolti con applausi di premio a chi si dimostrava pi lesto a indovinare.
Gennarino mi stava sempre accanto, ascoltando a bocca aperta tutte queste belle parole, e qualche volta io gli accarezzava sorridendo i capelli ricciuti. "Ti diverti? gli chiesi a un tratto.
"Sicuro, signor maggiore.
"E ci stai volentieri con me?
"Me lo domanda?
"Ricordi quando venni a trovarti all'ospedale? Mi pativa
il cuore all'idea di lasciartici, e quasi volevo chiederti di venire a casa mia. T'avrei tenuto come un figliolo, lo sai? Gennarino sorrise senza nulla rispondere.
"Guarda continuai. "Siamo ancora in tempo. Qui a Napoli non rester in eterno. Appena mi rimandano su in Toscana, tu fai fagotto e vieni con me. Un letto e un piatto in casa mia ci saranno sempre, per Gennarino.
Vidi nei suoi occhi una gran tentazione di dir di s, ma fu come una nuvola passata a volo in un cielo pulito. Scosse il capo:
"A ogni uccello il nido suo, signor maggiore rispose alla fine. "E il nido mio  oramai questo, la mia famiglia sono i musicanti, laggi e indicava verso Casamicciola. "Non  un gran campare, ma si campa, si va in gita coi signori, si busca qualche quattrino, e poi cantare mi piace pi di tutto. Per vi voglio bene, e ve ne vorr sempre, anche quando avrete figlioli veri, dalla sposa vostra.
"Ma io non ho ancora preso moglie, Gennarino caro, e nemmeno ho l'amorosa, e anzi neppure la sto cercando. "Per la troverete presto, signor maggiore. Un bel giovanotto come voi non pu restare parecchio tempo senza che una signorina gli metta gli occhi addosso e alla fine se lo pigli. Mentre cos diceva volse lo sguardo su Virginia, che rispose col suo sorriso, mentre io nuovamente arrossivo d'imbarazzo. Ma presto me ne tolse la voce del giovane solerte Ajello che c'invitava sulla via del ritorno perch se a lui e a chi scrive sarebbe piaciuto tanto serenare in quell'isola bellissima, lo stesso non potea esser vero per le gentili dame e pei signori d'et avanzata, tutti bisognosi del letto e dei comodi di casa loro.
La discesa su Casamicciola fu pi veloce ma fors'anche pi ardua dell'ascesa, a causa del sentiero ripido che fiaccava le ginocchia men giovani e men salde, e tuttavia non ebbimo da lamentare inconvenienti, a parte qualche gomito sbucciato e qualche ammaccatura; poi la marcia riprese spedita sulla strada carrareccia fino al porticciolo, dove la scuna era l ad attenderci, e in un baleno ci trasport a Pozzuoli, mentre il sole tramontava rossiccio. Avevamo imbarcato i musicanti, ma la stanchezza nostra e loro imped che si suonasse e si cantasse ancora. Ciascheduno prefer restarsene silenzioso con la compagnia preferita, e cos io sedevo a poppa con Gennarino e Virginia, e i pensieri vaghissimi che mi frullavano per il capo non star qui a ridirli perch tanto non mi verrebbe fatto.
La comitiva si scompagn a Pozzuoli dopo ripetute strette di mano e promesse di rivederci tutti presto, e ringraziamenti per la meravigliosa giornata. Gennarino se ne and coi musicanti, Virginia con gli Ajello, s che restammo soli, il capitan Guzzetti, io, Orestino e quel bietolone del Tassinari, e non restava da fare altro che rimontare sui nostri legni, i quali fecero alto in Napoli a buio, perch i vetturini non s'azzardavano a frustare i cavalli con quella poca luce e quella strada tutta svolte. Dal suo calessino il capitano avea ripreso a discorrere, e io l'ascoltavo senza interromperlo. Questi americani mi disse fra le altre cose. "Si lacerano in una guerra ferocissima e fratricida, dalla quale esciranno dissanguati. Eppure quel popolo ha fibre infinite ed energie ciclopiche. Risorgeranno di sicuro, e io le dico che un giorno li vedremo alla testa del mondo intero. Ha visto lei che fierezza schietta, che naturale nobilt, che misurata facondia in quella giovine?
Accennai di s col capo, e quella sera me ne andai a letto augurandomi di rivedere al pi presto Virginia, la quale mi appar nel sogno, a cavallo, sorridente, con al suo fianco Gennarino che suonava la trombetta.


Capitolo IX.

E invece pass un par d'anni prima che mi toccasse il bene di rivedere Virginia. Vincenzo Malenchini non dorm i sonni del pigro, e anzi si diede da fare come sapeva lui, e credo che scrivesse al primo ministro Pasolini in persona, appena ebbe ricevuto la mia lettera dove lamentavo che mi si tenesse neghittoso in soprannumero gi nel Meridione, invece che alla testa di un bel riparto, magari solo di fantaccini, ma calzato e armato. Non pass una settimana dopo la gita a Ischia, ed ecco che fui trasferito a comandare un battaglione di fanteria, il secondo del 44 fanteria, brigata Forl, proprio la stessa del bravo e saggio capitan Guzzetti, mio mentore per le faccende del Mezzogiorno e conversatore squisito ancorch un poco tartaglione.
Cos  fatto l'uomo, che alle volte agogna una cosa, la chiede, l'ottiene, ma nel tempo di mezzo fra il chiedere e l'avere si scorda il suo desiderio, o anche lo rinnega. Avevo
io lasciato la Toscana per Napoli di malanimo, e m'incresceva
il ritrovarmi in soprannumero al 3 granatieri, a tal punto
che scrissi quella famosa lettera al Malenchini. Ma poi c'era stata la conoscenza dei signori Montella, il loro salotto cos ben frequentato, e soprattutto la gita a Ischia che per qualche giorno mi lasci giubilante e col dolce in bocca, si che adesso dovendo rifare fagotto e tornarmene in Altitalia, non negher che mi crucciavo.
Ma poi rimisi il capo al partito giusto, e pensai che un buon soldato non s'abbandona mai a troppe smancerie e va dove lo si comanda, e anzi dovrebbe rallegrarsi quando s'accorge che lo destinano dove pi egli sar utile, e cio a Pavia, antica e bella citt che ospitava il mio reggimento, comandato, per la storia, dal signor colonnello cavalier Isidoro Zerega, mentre la brigata Forl avea alla testa il signor generale a un sol filetto Luca Dho, uomo spiccio e breve al parlare come il suo nome.
Riprendemmo il vapore col fido Oreste, tutto contento, e fu una bella traversata, ma prima volli andare in ultima visita agli amici napoletani, e bussai dunque all'uscio dei Montella, e poi anche dai bravi signori Ajello, in casa dei quali  inutile dire come io sperassi di rivedere Virginia e di salutarla. La mia sfortuna volle che non ci fosse e cos dovetti congedarmi lasciandole solo i miei ossequi per imbasciata, non avendo io ancora i biglietti di visita.
Ma se la fortuna mi fu nemica allora, amicissima mi fu un par d'annetti dopo. Ricordo quel giorno come se fosse oggi. Sappia il lettore che mi toccarono finalmente quindici giorni di licenza da godere a mio agio, e subito lasciai la fertile e laboriosa Lombardia che m'aveva tenuto per parecchi mesi, e me ne ritornai a Firenze, dove smessa la tunica rivestii panni alla borghese e me ne andavo in giro vispo come un fringuello a pigliare il sole, a rivedere per la millesima volta le bellezze della citt, a discorrere coi cari amici miei mazziniani. Il secondo giorno di questi ozii beati, tornando a casa trovai Pilucca in grande agitazione.
"C' visite per te disse col fiatone.
"Orestino? domandai, perch sapevo che anche lui era andato in licenza, e prima di me, e mi avea promesso che, rientrando dall'isola d'Elba, sarebbe passato a trovarmi in Firenze.
"No,  una signorina fece mia sorella. "E dev'essere forestiera, da come l'ho sentita parlare.
"Virginia! Virginia! esclamai precipitandomi oltre la soglia. E difatti era lei tutta vestita di celeste, pi bionda che mai, con un gran sorriso che le illuminava il volto. Mi raccont subito che i signori Ajello suoi zii avevano pensato bene che vedesse anche un po' il resto di questa magna Italia che non finiva di certo a Napoli, e adunava in s tante bellezze svariate e spartite, e siccome stava per trasportarsi la capitale da Torino a Firenze, dove per le grandi cerimonie sarebbero convenuti cittadini illustri da ogni parte della penisola, e i signori Ajello degnissimamente erano stati scelti per rappresentare Napoli, s'erano imbarcati tutti quanti, e con loro Virginia che adesso non si stancava di decantarmi le meraviglie da lei viste strada facendo: Genova dove erano sbarcati dal vapore, la Riviera percorsa sui legni postali, le nostre belle spiagge toscane e le pinete, gi gi fino a Livorno, donde il treno li aveva portati nella nostra Firenze che si preparava a ricevere il re e la regina.
"Appena scesa dal treno ho voluto correre da voi concluse con quella sua sorridente schiettezza, tanto rara nelle donne nostre, che sempre parlano con l'aria di celarti qualcosa e di non voler dire pi che tanto, quasi temessero d'osare troppo, s che anche le pi buone ti palesano l'animo loro a goccioline, come si fa quando nello ziro c' l'olio buono ma poco.
"Siate la benvenuta in casa nostra. E tu Sestilia, continuai rivolto a mia sorella "vedi di apparecchiarci il desinare come sai tu.
"Gi ci ho pensato mi rispose mia sorella sorridendo. "Anzi ci abbiamo pensato tutte due insieme, perch difatti la signorina ha voluto a tutti i costi darmi una mano. Io non volevo, sai, ma non c' stato verso...
"Oh, no, interruppe Virginia " stato un piacere. M'ero gi accorto che il suo italiano era di molto migliorato, e quel po' di calata napoletana che le veniva da un anno di permanenza laggi ci aggiungeva grazia. Continuammo volentieri a discorrere, io seduto in poltrona, loro due che sfaccendavano intorno al tavolo coi piatti, le posate e le zuppiere, ed era una bellezza starsene a guardare in panciolle queste due donne servirmi meglio d'un re. In un baleno - o cos a me parve - la mensa fu imbandita, e decise mia sorella che il posto d'onore toccasse a Virginia.
Ella sfior con la mano la spalliera della sedia, rest un momento ferma cos, volse appena la testa bionda, mi sorrise, poi disse:
"E quando ci venivi, a casa mia, la meglio seggiolina era la tua. Vi ricordate?
"E come volete che me ne sia scordato? esclamai subito, e quindi trovai il coraggio di aggiungere: "Siate pur certa che questa seggiolina non la vorrei dar via mai, come accade invece nella canzone. Insomma, spero proprio che ci veniate sempre a casa mia.
Mentre cos diceva scorsi in viso alla mia cara Pilucca non so che ombra, e subito mi corressi: "Ci verrete ancora, vero, a casa nostra? E intanto presi la mano di mia sorella che l'allungava sul tavolo per pigliare il cantuccio del pane. Gliela trattenni sorridendo e guardandola fino a che non vidi che il sorriso le ricompariva in volto.
"Ci torner sicuro, e spero di diventare amica con vostra sorella la signorina Sestilia, la quale fu con me tanto gentile. Ma ecco che la nostra conversazione fu interrotta bruscamente da certi tonfi all'uscio. Sestilia corse ad aprire, e stavolta era per davvero il mio fedele Oreste tanto atteso, che appunto come promesso veniva a trovarci, e ci portava in dono una bella damigianetta di vino aleatico. "Sor maggiore qua c' da bere fece. " vino dell'Elba, lo sa?
"Lo so, Oreste risposi ridendo. "Mettiti a sedere, e tu Pilucca aggiungi un altro piatto, ch se la pignatta basta per tre, deve bastare anche per quattro. Ti va di mangiare con noi?
"Mi va s fece Oreste lieto in viso come una Pasqua. "E si beve del mio.  vino buono, sor maggiore, vino dell'Elba. Col vino dell'Elba uno sa quello che beve, e beve bene.
Cos il desinare fu lieto, perch il miglior condimento  volersi bene, e io sentivo di volere bene a tutta la tavolata. Alle frutta Oreste volle fare un brindisi col suo magno vino dell'Elba, dolce ma ferrigno insieme, s da accarezzare il palato lasciandoti a bocca pulita, e non si stancava di lodarlo, come la cosa pi preziosa di questo mondo. Poi le donne sparecchiarono, Oreste e io si rimase l in poltrona a fumare un sigaro, e quando la casa fu a posto, decisi che una bella passeggiata tutti e quattro per le vie festanti di Firenze ci stava proprio a pennello. Volevo stare nel mezzo, offrendo un braccio a Virginia e l'altro a Pilucca, ma mia sorella s'oppose.
"Va' avanti tu con la signorina, mi disse "e io me ne sto dietro col mio Oreste. E cos rimase come una nuvoletta scura su quella nostra passeggiata, che per ogni altro verso fu la pi serena, e il tempo scorse in un baleno. Venne infatti presto l'ora del commiato, e mentre rincasavamo noi due soli soli, sentivo il braccio di Pilucca sotto il mio indurirsi un poco, quasi voglioso di staccarsene, ma feci le viste di non accorgermene, continuando a parlare del pi e del meno, e come da solo, perch mia sorella rispondeva a monosillabi.
"Ah come si sta bene feci dopo che fummo entrati, e messo il paletto all'uscio, abbandonandomi in poltrona prima di andare a coricarci. "Come si sta bene, in casa nostra. Perch tu vedi, non c' persona a questo mondo che basti a non farti rimpiangere il bene di casa tua.
"Ne sei proprio sicuro? interruppe allora improvvisa Pilucca. Sotto la treccia dei capelli neri il suo viso non riesciva a nascondere una pena, e difatti principi a tremarle il labbro di sotto, come avviene appunto alle donne e ai bambini quando stanno per mettersi a piangere.
"Ne sono sicuro, Pilucca, e tu non devi pensare niente che possa farti patire, perch non c' cosa al mondo che meno vorrei di questa, vederti crucciata, e di tutto far perch non abbia a succedere. E continuai cos per un bel pezzo, fino a quando mi parve rasserenata. Ma dir subito che da quella sera mi ritrovai con una sorella cambiata, perch le donne fanno pi presto di noialtri uomini a capire, e riescono a vedere anche dove noi non si vede. Il giorno del matrimonio venne in chiesa col suo vestito pi bello, e si sforz di apparire contenta, eppure io sentivo quello che avea in cuore, seppur me lo taceva.
Non volle tornare con noi, rimase sola nella casa di Borgo d'Ognissanti, e di l ci viene a trovare ogni domenica, senza mai scordarsi di portare qualche regalino ai bimbi, che vogliono alla zia Sestilia tutto il bene del mondo, e la preferiscono a ogni altro parente.  sempre buona con la mia Virginia, e non trascura circostanza per manifestarle il suo affetto; escono insieme a braccetto e paiono quasi due sorelle, eppure...
La mia Pilucca tace, e io non m'azzardo a domandarglielo, e tuttavia vorrei, vorrei appunto sapere come essa  cambiata, che cosa le venne a mancare quella sera, che cosa le fu rubato. E cos mi vo ripetendo che il cuore delle persone dev'essere parecchio fondo, se non riesci a leggere nemmeno ci che si contiene in quello di chi t' stato tanto vicino, e tanto bene t'ha voluto sempre.
Ma ora io m'avvedo che al posto di marciare col passo misurato e sicuro del buon raccontatore, io qui vado innanzi a lanci peggio del gangher, se vogliamo dirlo alla lucchese, dimenticando di guardare non solamente l'orologio, ma persino il lunario, e metto prima quel che dovrebb'essere dopo. Il paziente lettore me lo perdoner, e a mia scusa potrei aggiungere soltanto che, a parte la mia poca bravura, pu sempre succedere che l'empito di voler dire quel che ti preme soverchi e annienti il proposito di raccontare come si deve, e cio per filo e per segno. Ma allora ripigliamo di dove s'era rimasto cominciando il capitolo, vale a dire ai miei beati quindici giorni di licenza in Toscana.
Volli metterli tutti e quindici a frutto, e non trascurai di fare una scappata a Siena dai miei vecchi per riabbracciarli, e per rivedere gli amici contradaioli dell'Oca, sempre nel caff del signor Alessandro Bianciardi. Capitai bene, giusto mentre festeggiavano il dottorato del figliolo minore, un bravissimo giovane che si chiamava Luciano e con lode aveva passato i suoi bravi sei anni alla scuola di medicina. Adesso egli sedeva a capo d'una gran bella tavolata festante, schivo nella sua modestia mentre amici e parenti l'applaudivano. In mezzo ai regali, tra i quali ricordo un orologio tutto d'argento e una bella borsetta coi ferri, i bisturi, le forbici e i gammautte, facea bella mostra di s la pergamena
della proclamazione, vergata in nome di re Vittorio Emanuele II e controfirmata dal rettore Pendola e dal segretario capo cavalier Bandiera. Scorgere quel vituperato nome e sentirmi montare alla testa il sangue fu tutt'uno. "Ma come? esclamai "comanda dunque ancora quel maledetto tirapiedi? Non ci siamo ancora disfatti di cos tristo e perfido arnese?
Ma il sor Bianciardi, che tutto rosso e accaldato, con l'aiuto del suo maggior figliolo Napoleone, badava a portare da bere e da mangiare alla compagnia, mi regal un suo bel sorriso onesto, e m'incit a non prendermela troppo, a non guastarmi il sangue proprio in questo giorno d'allegria. "Stattene quieto, maggiore bello, e pigliati questo bicchier di vino buono, che te l'offre un amico.
Cos mi calmai, e ritrovato il buon umore si fecero tanti discorsi festosi e tante belle risate, non trascurando mai di complimentarci con il giovane dottore, fresco di severi studi e pieno di voglia di far bene. Nessuno di noi, allora, potea indovinare quel che gli preparava il destino maligno: di l a pochi anni, mandato a condotta nelle Maremme, non essendo in que' tempi ancora bandita l'ingrata incombenza che toccava ai medici, di curare i vivi finch ci fosse speranza, e di vestire i morti quando le speranze fossero tutte cadute, mentre appunto egli cercava di infilare la giubba a un contadino diacciato dalla quartana, tocc non so quale nervo del cadavere, e questi ravvivatosi chiss come, strinse in un macabro abbraccio il suo sfortunato curatore, il quale ne ebbe un tale turbamento che gli si guast il sangue e pochi giorni dopo part anche lui per l'altro mondo, s che medico e malato furono compagni di cimitero, seppelliti l'uno accanto all'altro per la piet dei congiunti in lacrime.
Noi non potevamo allora indovinarlo, perch al giovane figliolo tutto pareva augurare ogni bene: il padre affettuoso e non sfornito di borsa, gli amici schietti e bravi patrioti, i buoni studi nella scuola di Siena, Madrenatura che gli avea dato ingegno pi del bastante, il bell'aspetto della persona e non so pi che altro. E invece egli ci lasci di appena
ventotto anni, quasi per voler confermare ci che scrive
Menandro commediografo, essere cio destinato a morire giovane quello che gli di hanno troppo caro.
All'ennesimo brindisi, toccando il suo bicchiere col mio, gli volli chiedere che cosa pi di tutto desiderasse. Il giovane si fece pensoso, tacque per un poco, e mi rispose infine:
"Signor maggiore, ora che tutti dicono la guerra vicina, e di sicuro vedremo tanta bella giovent cadere sui campi di battaglia, io che mi son fatto medico vorrei pi di tutto salvare qualche vita.
"Bravo gli dissi. "Perch non ti fai medico militare? Ci sar bisogno, e presto, di medici valorosi per dare soccorso ai feriti.
"S soggiunse egli. "Lo so. Ma a me manca la pratica necessaria. Quando me la sar fatta, non dubiti, mi metter al servizio del re.
"Dell'Italia, tu vuoi dire intervenne il pittore Vagaggini che l'aveva sentito, e che tutti conoscevano per un fierissimo repubblicano. E a questo punto minacci di accendersi una grave disputa, ma la sed saggiamente il padrone del caff
che, ripulitosi le mani nel grembiale, ci ramment quant'era necessaria la concordia degli animi.
"Italia, re e Garibaldi formano una cosa sola, rammentatevelo,
e chi li stacca fa solamente il nostro danno. Voi li vedrete battersi concordi, da prodi, quando verr la chiamata. E molti gli diedero ragione. Non si potea evitare che il discorso cascasse sulla guerra, giacch oramai se ne buccinava per ogni dove, con non poco spreco di parole, belle e men belle.
Era la ventilata alleanza nostra coi prussiani quella che soprattutto accendeva vespai di dispute persino invelenite. A questo sembrava nostra somma ventura trovare amici di sicura forza nella prossima guerra all'Austria, e che mai pi ritornerebbe il destro di picchiare sodo sulle zucche imperiali, s da levar loro per sempre l'alterigia, la superbia e la voglia di appoggiare mai pi l'alabarda in casa d'altri; quello diceva tutto il contrario, cio che tale alleanza era contro le nostre belle tradizioni d'inimicizia ai tedeschi, che sarebbero tutti uguali a Settentrione e a Mezzogiorno e impastati tutti della medesima farina crucca. E specialmente, si insisteva, l'alleanza era pericolosa adesso, che a Berlino comandava quel tristo arnese del Bismarck, il quale avrebbe fatto in modo che dal patto la Prussia cavasse tutto il vantaggio, e l'Italia tutto il discapito. Altri ancora vedevano in quell'accordo come un definitivo passar del mestolone dalle mani de' popoli in quelle de' regnanti e delle lor cancellerie. Fra questi ultimi l'amico fiorentino Giannelli, che di tanti ch'io rividi in quei quindici giorni di licenza al forno di Beppe Dolfi, era il pi accanito nel tenersi inchiodato al verbo del Mazzini, e non trascinava occasione per rammentarci quanto egli fosse nemico dei re.
"Ell' una combutta di teste coronate, voi lo sapete, e tu pi di tutti che sei una guardia del re. Io ti riconosco volentieri che Vittorio  un galantuomo, specialmente ora che si ritrova a governare da Firenze, dove l'aria non potr fargli che bene, lontano dai lumaconi piemontesi, che per s' portati dietro a corbelli.  galantuomo, ma sempre re, e quando due re s'annusano ne esce sempre il peggio pei popoli. Chi ha voluto quest'alleanza? Primo fu il Cavour, che era conte, poi continu il Ricasoli, che  barone fottuto, ora si fa avanti il Lamarmora, che  marchese. E guardate dall'altra parte: un altro barone, il Bismarck, che ci ha mandato ambasciatore l'Usedom, altro conte, e in pi quel Bernhardi che mi pare un ciarlatano, sempre in giro vestito da vagheggino a chiacchierare a vanvera col primo che gli capita...
"Eppure  l'interruppi io " i discorsi di quel prussiano non si discostano poi troppo da quel che ha in mente il tuo magno Mazzini, di cui tu sai se non fui fedele e scolaro, ma che ora mi pare abbia principiato a esagerare con le sue fantasie di guerra.
"Non si discostano? Ma che tu dici? Non si discostano? Ma allora tu scambi le lucciole con le lanterne e le quarantore con il cul delle malefemmine! Il discorso ripicchia sempre l, caro mio, e ci corre una bella differenza, anche se il disegno nella pratica effettuazione militare pare che s'assomigli. E la differenza tu la sai bene. Questo tuo Bernhardi... "Giannelli, l'interruppi "ma perch tu mi dici tuo? Cosa ho mai avuto io da spartire col Bernhardi?
"E va bene, ripigli il Giannelli un po' piccato "leviamo il tuo, ma il discorso rimane preciso. Questo Bernhardi cosa vuole? Per chi lavora? Per l'imperatore suo e per la combutta delle teste coronate, che sarebbe come a dire i tiranni; e invece noi vogliamo che se si far la guerra, sia guerra de' popoli contro le teste coronate, contro i tiranni.
"Eppure intervenne allora il saggio Beppe Dolfi "le alleanze dovranno pur sempre farle le teste, magari plebee, magari senza corone, ma sempre teste, e il popolo dovr seguire.
"Seguire le teste che se scelto lui, perdio esclam il Giannelli sempre pi accaldato "e rompere la combutta dei tiranni, dalla quale non potr mai venirci altro che male. E proprio qua dentro mi tocca di sentirmi appaiare il Maestro a quel signorino prussiano che va contando in giro al popolo e al comune i piani di guerra dei berlinesi. Gi a me poi chi troppo chiacchiera  piaciuto sempre poco, e Dio sa se costui non chiacchiera.
E qui bisognava che dessi ragione tonda al mio focoso Giannelli, perch ebbi modo di vedere co' miei occhi, ma soprattutto di sentire co' miei orecchi che razza di parlatore fosse questo nobilotto prussiano venuto a Firenze portandosi in corpo la cicala. Me lo fece conoscere il capitano Sanfront dello stato maggiore, da me gi visto a Torino, e che adesso aveva entratura facile a palazzo Pitti e mi raccontava per filo e per segno tutto quel che gli arrivava all'orecchio.
"Vedrai tu che testa fina questo von Bernhardi, mi andava ripetendo "vedrai che fior di signore. Cos una sera al circolo degli ufficiali vidi finalmente questo grand'uomo. Alto della persona e slanciato, biondo di capelli e di baffi, avea indosso panni di seta cruda attillati secondo l'ultima foggia, e doveva averglieli tagliati un sarto di gran nome, mentre teneva sotto il braccio un frustino, e s'inchinava con eleganza. Non aveva naturalmente il cavallo, ma era quasi come se l'avesse. Saputo il mio nome atteggi il volto a lieta sorpresa, e senza por tempo in mezzo principi a chiacchierare.
" davvero una fortuna conoscerla, signor maggiore, mi disse "dopo che tanto ho sentito dir bene di lei, del suo valore e della sua sagacia di comandante. Io lo guardavo a bocca aperta, con una gran voglia di sapere da chi avesse inteso tante meraviglie sul conto mio, essendomi sempre stimato un pover uomo capace di far numero ma non altro di pi. E tale fu lo stupore che la bocca mi rest aperta, ma non mi vennero le parole, che trov invece subito il mio interlocutore, e anche troppe.
"Fra noialtri possiamo intenderci subito, vivaddio continu. "Lei sapr certamente come io sia scrittore di grande riputazione, e come appartenga a una famiglia nella quale da sette secoli siamo tutti dotti, di padre in figlio. E specialmente delle cose militari: Annibale e Mario, Alessandro e Federico,
Napoleone, Klausewitz e Jomini sono per noialtri von Bern- hardi il pane quotidiano. Ecco perch Sua Maest l'imperatore ebbe la bont e l'accortezza di scegliere me per recare a Firenze il piano delle future battaglie, non appena la
sospirata guerra all'Austria sar decisa. Le nostre finalit sono chiarissime, lei le conosce, e non m'attarder a illustrargliele: costringere Vienna a trovarsi il suo nuovo centro politico a Pest, liberando le popolazioni tedesche, le quali domani dovranno tenere l'occhio a Berlino come alla loro stella polare. Alla giovane nazione tedesca terr degno bordone l'italiana, e insieme mozzeremo una delle due teste della grifagne. Per ci fare, eccole in breve il nostro piano d'operazioni.
Neanche stavolta trovai il fiato per interromperlo, e dirgli, come sarebbe stato opportuno, ch'io non sapevo affatto quel ch'egli m'attribuiva di sapere, e che nessuno di sicuro s'era presa la briga di venirlo a raccontare a me, e anzi sarebbe stata imprudenza se l'avesse fatto. Cos me ne restai con la bocca aperta a guardarlo confuso e sbalordito, mentre il mio bell'uomo levava di tasca una grande carta geografica, la stendeva sur un tavolo e me la veniva additando con la mano guantata, mentre continuava a dire:
"Eccole quello che dovremo fare, caro il mio signor maggiore, di cui lei intender subito la bont e la giustezza. Dichiarata la guerra, sia guerra d'invasione, guerra che miri a farci penetrare nel cuore dell'impero nemico e a distruggerne la potenza. Soltanto una marcia simile pu valerci la vittoria definitiva, un successo sul quale non si debba pi ritornare, e da parte nostra siamo fortemente decisi ad agire perch cos sia. Invaderemo subito la Boemia, ci butteremo sulla capitale nemica, e l'avremo. Intanto, dal Meridione, voi farete lo stesso. Gli austriaci sul vostro fronte, avendoci appena un terzo delle loro forze, si terranno a difesa e si appoggeranno sul quadrilatero. Vediamo ora quali opportuni modi si presentano a voi per meglio agire. Il quadrilatero, intanto.
Tacque finalmente un attimo, si schiar la voce tossendo, e riprincipi subito la sua cicalata: "Il quadrilatero. Lo si
salti. Le guerre del passato hanno fatto l'Austria maestra della manovra fra le fortezze del quadrilatero. E allora voi saltate.
"Sul Mincio voi farete le poche dimostrazioni che basteranno a tenere gli austriaci sulle cautele, provvederete a mascherare la fortezza di Peschiera, e cos non ci sar il risico di qualche loro sortita sulla riva destra o sulla manca del fiume, mentre re Vittorio Emanuele II, il quale  insieme uom di stato e guerriero, condurr il suo bello e numeroso esercito per il Polesine al di l dell'altro fiume, il vostro maggiore, che sarebbe il Po, passandolo sui ponti gettati a monte di Ferrara, e tenendo in Bologna la sua base delle operazioni.
"Lei, signor maggiore, ha gi inteso quello che io ho in mente, e cio che gli imperiali non oseranno escire da Verona, preferendo serbarsi intatta quella fortezza che  l'ultimo caposaldo a difendere la via della ritirata verso il Tirolo.
"Ebbene, mascherato che abbiate il quadrilatero a mano manca, lasciatavi sulla dritta Venezia, voi mozzerete al nemico la via di Tarvisio e su quella, avendo occupato Vicenza, piomberete nel cuore stesso dell'impero, e finalmente daremo battaglia congiunta in riva al Danubio.
"L'esercito di Prussia e quello d'Italia si condurranno dunque come le due ganasce d'una gigantesca tenaglia, capace di stroncare per sempre il collo all'aquila viennese, come se fosse una gallina.
"E intanto non rester inoperoso il vostro prode Garibaldi, il quale anzi con trentamila sue invicibili camicie rosse, non appena le vostre belle navi di ferro abbiano scacciato dall'Adriatico la flotta nemica, sbarcher in Dalmazia, e superate di volo le Alpi Dinariche, irromper su per la valle della Sava recando il tormento ai fianchi degli imperiali e l'insurrezione fra i popoli slavi e fin nella terra dei magiari, s che i riparti ungheresi dell'esercito nemico, inteso che abbiano della rivolta scoppiata in casa loro, defezioneranno come un sol uomo, e di questo ci danno la garenzia Klapha, Kossuth e Stefano Trr.
"Caro signor maggiore, lei mi ha gi capito. Buongiorno a lei e tanti saluti al marchese della Marmora.
Cos, senza avermi dato il tempo di aprire bocca, il nobile von Bernhardi mi strinse la mano, fece un bellissimo inchino, volt i tacchi e se ne and via, lasciandomi solo con tra le mani la sua grande carta geografica. Dopo di allora non
lo rividi mai pi.


Capitolo X.

Dagli alati e facondi sogni del nobile von Bernhardi, illustre storiografo e uomo di genio per eredit familiare, se io gli avessi dato credito pi che tanto, sarebbe stata brusca la ricaduta nella dura e triste realt della piazza d'arme, degli addestramenti, dei regolamenti e dei manuali, che mi stavano ad aspettare incrollabili ed eterni su nella ferace Lombardia alla fine di quei quindici beati giorni di licenza, e anzi crescevano con lo scorrere delle settimane che ci separavano ancora dallo scoppiar della guerra oramai sicura.
E tu avresti detto che l'odore delle vicine battaglie stimolasse nei nostri generali la pedanteria ed essi, incapaci di ragionare in ogni altro modo, raddoppiavano la severit nel controllare che le cintole fosser ben lustre, la cera e il nerofumo misurati col bilancino, i passi quindici e non pi n meno nello stender della catena, i ranghi serrati a dovere, i baffi incerinati, le bollette della spesa viveri controfirmati a risparmio, e non ci fu piazza d'arme di citt lombarda che, col trasferirsi del mio reggimento da Pavia a Bergamo, e di l a Cremona e poi ancora a Milano, non si misurasse le mille volte in lungo e in largo, ignorando ogni altra scuola, e principalmente quella di cui pi si sentiva il bisogno, cio sul terreno vero che presto ci avrebbe visti alle prove col nemico.
Non star a ridire quel che feci allora, e le parole che spesi perch a' nostri fantaccini s'insegnasse sul serio a far la guerra: dei miei rapporti son pieni gli armadi degli archivi del reggimento, della brigata, della divisione, su su fino a quello del ministro della guerra general Petitti di Roreto, e se ne ritrova l'impronta finanche su due o tre giornali
d'allora, perch non mi peritai, ci sembrandomi vitale per la nostra fortuna, d'impugnare la penna e con in fondo il mio nome e casato belli chiari, di denunciare le magagne al fine unico di correggerle, e invece non ci ricavai altro che rabbuffi dei superiori, giornate di arresti, stizza infinita, e se non mi scacciarono subito dal novero degli ufficiali fu perch i battaglioni eran parecchi e i maggiori pochini, e si dovettero dunque contentare d'uno che non tacesse sulle cose storte, tenendolo per segnato in cuor loro e serbando a poi la cacciata.
Ma di questo ragioneremo pi avanti. Voglio invece rammentare subito un fatto che potr parere da poco, ma che invece ebbe le sue brave conseguenze, quasi per confermare che le piccole cause sono capaci di effetti gravi, come quando per un chiodo storto si ruppe lo zoccolo, s'azzopp il cavallo, cadde il cavaliere, si sband lo squadrone, fugg l'esercito e la battaglia fu persa. E se grave non fu quello che incolse a me dopo, debbo dire grazie unicamente al senno e alla previdenza del mio caro Oreste Mazzei.
Si sappia dunque che trovandosi il 44 fanteria, mio reggimento, coi suoi quattro battaglioni e il treno delle vettovaglie e il colonnello Isidoro Zerega di stanza nella grande citt di Milano, e facendosi la scuola da cacciatori, manco a dirlo, in piazza d'arme, la quale si trova un pezzo oltre la porta per andare a Magenta, e di l appunto nel cinquantanove entrarono gli zuavi festeggiati dopo aver con la loro bravura rotto le schiere degli imperiali, mi si sdruci la fondina del revolver. Subito la diedi alla mia ordinanza, che mi trovasse qualche ciabattino per fargliela ricucire, e non ci pensai pi, ma siccome i giorni passavano, e la fondina non ricompariva, una sera chiamai Oreste e gli dissi: "Senti un po', Oreste, non ti pare che non sia bello, per me, andarmene in giro con sulla pancia il revolver ignudo?
Oreste rispose: " vero, sor maggiore, ora che ci faccio caso mi avvedo che la sua fondina non  ancora ritornata. Eppure mi disse il ciabattino che avrebbe pensato lui a riportargliela di persona, e volle sapere e si segn nome, casato, grado e riparto. Ma stia sicuro, che stasera ci vado io stesso a ripigliarla. Se ne sar scordato.
Torn a buio agitatissimo, e venne a svegliarmi perch gi
io dormivo. "Sor maggiore, disse "quello casca dalle nuvole.
"Chi casca dalle nuvole, Oreste? replicai mezzo insonnolito. "E perch tu mi vieni a dar la sveglia a quest'ora?
"Il Copraccari fece Oreste.
"Ma che Copraccari? domandai. "Chi  costui?
"Il ciabattino che doveva ricucire la fondina del suo revolver. Ora casca dalle nuvole, e va dicendo di non aver mai visto fondine, n sue n d'altri.
"Come pu essere? domandai ancora.
"Pu essere, sor maggiore. Quel Copraccari m'ha la faccia d'uno capace di rubare il fumo alle padelle. Faccia una bella cosa, dia retta a me, ci venga lei che  grosso e lo richiami al dovere.
"E sia, Orestino. Ma ora vai a letto anche tu e lasciami dormire, ch domani c' da levarsi presto.
Dormii, e la sera dopo, finito il solito giro delle mie incombenze, Oreste m'accompagn dal ciabattino che teneva bottega non lontano dalla piazza d'arme. Se ne stava sull'uscio a frescheggiare con le mani dietro il groppone e zufolando un'arietta. Piccolo della persona come Orestino, e forse anche meno, vestito d'un bigio gabbano che facilmente e senza grande spesa gli arrivava ai piedi, quasi canuto nei baffi e nei capelli, appena mi vide arrivare costui impallid, e subito prese a inchinarsi come una civetta.
"Benvenuto a vostra eccellenza nella bottega di un onesto artigiano esord, ma io tagliai corto:
"Lasciate stare l'eccellenza, e vediamo subito l'onest vostra di artigiano, che volentieri vedr confermata dai fatti. Dov' dunque la fondina ricucita del mio revolver?
"Quale revolver, eccellenza? chiese a sua volta il
Copraccari, che faceva il finto tonto.
"Il revolver mio, risposi "di cui la fondina vi fu portata giorni or sono dalla mia ordinanza, per farvela ricucire. "Ah, quella! esclam l'ometto come sovvenendosene a un tratto. "Magnifica fondina, signor maggiore. Buonissima pelle. I miei complimenti.
"Grazie, ma la fondina dove  mai finita?
"Eccola qua, signor maggiore rispose il Copraccari pescandola da sotto un gran mucchio di cuoi, tomaie e scarpe buttate in un canto ad aspettare la lesina che le accomodasse. "Ma non l'avete dunque ricucita?
"Ah, caro signor maggiore, lei capir, una cos bella fondina merita un lavoro da artista, per il quale aspetto da Como il refe che mi bisogna. Ma stia sicuro che prestissimo la riavr, e non dubiti.
E per non darmi il tempo di contraddirlo, rammentandogli come egli era caduto dalle nuvole con la mia ordinanza, ripigli subito a parlare, magnificandomi la sua bravura di ciabattino, e le tante celebrate persone che avea calzato, e le lettere d'elogio che gli giungevano da ogni parte della Lombardia, e i diplomi con le medaglie d'oro appiccicati al muro. Come se ci non bastasse, e mentre io me ne restavo a sentirlo a bocca aperta come un babbeo, da dentro la bottega spunt una signorina tutta ripicchiettata, rispose al mio saluto con un cenno del capo che a me parve modesto, ma non tanto, perch poi al posto di andarsene rest l in silenzio, e a tratti mi faceva l'occhio pio, ci che a me non dispiaceva, essendo questa ragazza molto graziosa, ma intanto ne profittava il Copraccari per seguitare la sua predica sopra le scarpe.
"Perch dunque, signor maggiore, mi chiese a un tratto "non si decide anche lei a rinnovarsi la calzatura, adesso che  vicina la guerra e ai soldati serviranno scarpe comode e durevoli a un tempo? Carlotta,  fece poi a voce pi alta, rivolto alla ragazza, che seppi dopo essere sua figlia, "Carlotta, va' di l a prendere quel bello scevr che sai. Vedr, signor maggiore, che pelle morbida e fina! Lasci che gliela monti su una bella suola battuta le mille volte, e si faccia prendere le misure del piede, che in settimana lei si ritrover calzato da quel signore che .
Per farla breve dir che mi lasciai incantare da questo grillaccio canterino, e pi ancora dagli occhi morbidi della figliola sua Carlotta, e mi tolsi le scarpe vecchie, lasciai che il Copraccari segnasse l'orma sur un foglio di carta, e con un nastro misurasse il collo del piede, il giro del calcagno, la levata del dito grosso, mentre non si chetava un momento per dimostrarmi che uomo fortunato ero io ad imbattermi in tanto artista, e che con quelle scarpe in piedi avrei volato addirittura fin dentro le schiere nemiche sbaragliandole al solo mostrar loro quant'io fossi celere, e poi ritornai la settimana dopo per la prova, ma siccome invece delle scarpe guardavo gli occhi di Carlotta, tutto mi parve a pennello e pagai senza fiatare quattro scudi d'argento, con sopra la faccia del re galantuomo, n stetti a badare alla fine che faceano le scarpe smesse, e per mia fortuna, come vedremo fra poco, le prese con s serbandole il mio fedele Orestino.
Alle volte, si sa, l'uomo rimbambisce: eppure io avrei dovuto figurarmi che questo Copraccari era un fior di birbante matricolato, e ladro per giunta, capace di spacciare vacca per capretto, incantando i babbei con le ciance e tenendo l a far da richiamo agli allocchi la figliola sua Carlotta, la quale consentiva agli avventori ben altra libert che le mie tenere occhiate, quando ci le sembrava utile al fine di mettere di mezzo i galantuomini.
L per l quelle scarpe mi parvero buonissime, ma bast una notte passata al sereno con la guazza perch la pelle perdesse il cromo e diventasse tigliosa e dura peggio del baccal, e se riescii a infilarmele, destandomi ancora a buio mentre da ogni parte squillavano le trombe della sveglia, percorso un mezzo chilometro appena cominciarono le fitte atroci, e io vedevo le stelle anche senza alzare gli occhi al cielo.
"Oreste, son rovinato urlai scorgendo la mia ordinanza. "Si va alla guerra e io gi zoppico.
"Allora ho fatto bene, sor maggiore mi rispose esultante il mio Orestino. "Ho fatto bene a non buttar via le scarpe vecchie. Le ho qui nello zaino, guardi. Me lo ero immaginato, sa, che quel ladro matricolato d'un ciabattino ci avea messi di mezzo. Ora aspetti un minutino, che levo le scarpe vecchie, cos lei se le cambia e butta via queste nuove.
"Bravo Oreste replicai riconsolato, ma non mi sbolliva l'ira contro l'infame batticuoio, e giuravo fra me e me che, vinta la guerra, sarei tornato a Milano per dare a lui e alla svergognata figliola sua Carlotta quello che meritavano." Bravo Oreste, senza di te sarei finito male, e sta' sicuro che non me lo scorder finch campo.
"Non stia a ringraziare, sor maggiore replic la mia ordinanza. "Io ancora non mi capacito duna cosa, che lei abbia buttato via venti franchi tondi tondi. E aggiunse un suo buffo moccolo, che mi fece ridere. Cos mi cambiai le scarpe, e ripigliai la marcia in testa al battaglione, che nonostante il buio camminava spedito verso il ponte di Monzambano.
Il giorno innanzi eravamo rimasti tuttod inoperosi sul ciglio della strada che da Pozzolengo mena al Mincio. Dapprima quella sosta fu graditissima dai soldati, che volentieri si levarono gli zaini dal groppone e si buttarono sull'erba rifiatando, stanchi morti e sudati com'erano dopo una sola tappa di dieci miglia in marcia, da Montichiari a Castiglione delle Stiviere e poi fin oltre il villaggio di Pozzolengo. Ma trascorse che furono un paio d'ore, e non succedendo niente di nuovo, principiarono a scalpitare, perch i soldati son gente giovane, che  difficile tenere quieta, e non si contentano mai, e son peggio dei bambini, perch infatti quando marciano vorrebbero sostare, e quando li fai sostare dopo un po' brontolano. E infatti cominciavano ad alzar la voce, e qualcuno ebbe persino l'ardire di muoversi dalle file e di spargersi per i campi.
"Ragazzi, statevene tranquilli andavo dicendo mentre percorrevo la colonna delle mie quattro compagnie "e anzi profittate di questo riposo, e serbatevi le forze a domani, quando ci sar pane pe' denti di voi tutti.
Cos si calmarono, ma di tratto in tratto qualcuno alzava la voce, vedendomi: "Signor maggiore, che si sta a fare qua fermi? Quand' che ci portano a picchiarci con gli austriaci? Infatti quei miei ragazzi, romagnoli per la pi parte, non vedevano l'ora di menare le mani, e io con loro. Pass lenta la mattinata, l'orologio del campanile di Monzambano, che ci sovrastava sopra un poggio, con tutte quelle casipole abbarbicate attorno alla mole scura del castello, suonava i tocchi, e non succedeva niente. Pensai che era bene mettere qualcosa sotto i denti, perch quella mattina non sera ancor rotto il digiuno, come se si andasse non gi a far la guerra, ma a cantare messa. Chiamai dunque il maresciallo delle vettovaglie, che fu un anconitano tondo e pacifico di nome Cecchino Nebbia e gli dissi: "Guarda un po', Cecchino, se in quattro e quattr'otto ci sai ammannire una bella minestra, ch sar bene mettere qualcosa di caldo nello stomaco, e poi fa' distribuire quelle forme di cacio e quei pani che ti dettero su a Lonato. Cecchino fece cenno di s, e svelto com'era nonostante la sua pinguezza, aiutato da una corv di dieci uomini per compagnia, in un batter d'occhio ebbe pronta la minestra, che gli uomini divorarono, e io con loro, e poi ciascuno addent il pane e la sua fetta di pecorino, toccandone una forma ogni cinque cristiani, anzich quattro, s da avere ogni quattr'uomini un cacio d'avanzo, in serbo per la cena, perch bisogna sempre pensare al peggio, e lo dicono anche i francesi, che " la guerre comme  la guerre. Intanto io discorrevo coi miei quattro capitani.
"O quand' che si salta questo fosso? domand a un tratto il Bertini di Firenze che comandava la seconda compagnia. "Dopo che tanto se parlato di guerra, e poi la guerra  scoppiata, ora che si fa? Che s'aspetta a batterci? E perch non ci fanno sapere niente?
"Bertini, stattene buono gli replicai. "E non pretendere che i generali vengano a raccontare a te quello che hanno in mente. Noialtri pover uomini dobbiamo obbedire e basta.
E dicevo giusto, perch proprio in quell'istante sentii la voce del mio colonnello cavalier Isidoro Zerega, che ci era comparso alle spalle senza che noi lo sentissimo. "Maggiore, ha dato lei l'ordine di consumare il rancio?
"SI, signor colonnello risposi. "Era mezzogiorno suonato e non ci eravamo anco sdigiunati. Cos profittai della sosta per mettere qualcosa dentro le bramose canne.
"Ha fatto malissimo ribatt il mio superiore. "Non sa lei forse che per consumare il rancio ci vuole prima l'ordine del comando di reggimento? Un'altra volta non ci si provi pi. E se ne and. Per fortuna di tutti, il desinare era finito, e non fu possibile levare il pan di bocca agli affamati, ci che
lo Zerega saria stato capace di fare. I miei capitani tacquero, ma sono sicuro che in cuor loro mandarono il colonnello a quel paese, come del resto i soldati.
Intanto dalla svolta della strada comparirono due belle compagnie di bersaglieri che al passo ginnastico, scotendo i loro coloriti piumetti, avanzavano verso il ponte, e facevano un gran bel vedere. "Chicchiricch esclamarono pi voci dal ciglio della strada. "Viva i bersaglieri! gridammo noi levandoci di testa i chepp e agitandoli in segno di evviva.
"Salute a voi, e buon riposo rispose un tenentino dei bersaglieri ridendo. "Domani vi mandiamo una bella cartolina da Venezia!
"Che tu sia profeta gli risposi. "Ma se t'accadesse di romperti una gamba, scrivi lo stesso e verremo noi a soccorrerti.
Era quella l'avanguardia della nostra divisione; un bel tratto dietro i bersaglieri comparve in colonna il 29 fanteria, con la sua bandiera e il comandante della brigata in groppa a un cavallo moro. Rispose al nostro saluto, e tir avanti, dritto e severo, forse gi presago della morte che dovea coglierlo l'indomani sul ciglione della Campagna Rossa, davanti a Mongabia.
"Gran bell'ufficiale esclam ammirato il capitano San Martin, che comandava la prima compagnia. "Venti generali come lui e avremmo la vittoria in pugno. Ha la fisionomia del prode e lo , come tutti i Villarey. Dalla nobilt nizzarda escirono sempre dei valorosi.
"S gli rispose piccato il capitano Bertini. "Cos adesso tu vedi la bella corbelleria che fece il conte di Cavour, pace all'anima sua, quando vendette Nizza ai francesi.
"Signori, stiano calmi intervenni severo, "Non  tempo di discussioni, e non siamo qui a palazzo Carignano. Si pensi alla guerra, che basta e avanza a tenervi tutti in faccende. "Giusto osserv allora il mio vecchio Dossena, che come me dai granatieri era passato fantaccino senza adontarsene, e volentieri io gli avevo affidato il comando della terza compagnia. "Pensiamo alla guerra, come lei dice. Ma il pensiero non riesce, per quanto io mi sforzi, ad andarmi oltre quella svolta di strada, e pi in l del campanile di
Monzambano. Del resto, nulla ci  dato sapere.
"Cos a occhio, disse allora Bertini "direi che vogliano lasciare la seconda divisione, alla nostra mancina, col suo generale napoletano, ferma a guardare la piazza di Peschiera. "Il bello e forte arnese, intervenne Dossena, che come ho gi spiegato era uomo di molte e belle letture, "come scrive padre Dante. Ma non pare a voi un po' troppo lasciare una divisione intera, e un generale come il Pianell, napoletano quanto volete ma testa fra le pi fine a mio parere, a far la guardia a quel forte, che sar di certo forte e anche bello, ma troppo piccolo per contenere pi d'un tre o quattromila uomini?
"Le prudenze della guerra non son mai troppe, e il Pianell far presto, se occorra, a saltare il fosso anche lui. Ma gli austriaci? Che cosa avranno in mente? E dove sono? Perch non hanno rotto quel ponte? chiese Bertini.
"Vorrei saperlo anch'io, dissi "e immagino che vorrebbe saperlo anche il general Lamarmora, e sarebbe proprio bello se per magia si potesse leggere in testa al caporione austriaco arciduca Alberto.
"Indovinare non si pu, fece il capitano San Martin accendendo un bellissimo Virginia "ma si pu argomentare, che non ci costa nulla. Se gli austriaci non hanno fatto saltare il ponte, sar di certo perch vogliono che noialtri si venga a battaglia molto pi innanzi, pressappoco sotto le mura della lor pi munita piazza, cio Verona. L sicuramente gli imperiali tengono il grosso delle forze, e sarebbe pi facile la manovra avendo alle spalle queste fortificazioni, specie poi se considerata la minaccia che sui nostri fianchi rappresentano i presidi di Peschiera e di Borgoforte, che essendo per cos dire a cavalcioni d'un fiume consentono le sortite a dritta e a manca. Secondo me, il nostro stato maggiore ragiona in questo modo, e difatti voi vedete che questa disposizione dei riparti in lunga fila, col treno appresso,  giusto d'un esercito che intende marciare, e dar battaglia ben oltre la linea del Mincio.
"Ma se la nostra intervenne allora il capitano Dossena "fosse solamente una forte dimostrazione, intesa a richiamare il nemico dalla nostra parte, per poi colpirlo violentemente dal Po, dove veglia in armi con le sue otto divisioni il general Cialdini?
"Non lo credo gli rispose il San Martin "perch l'esperienza del passato  l ad insegnarci che sempre le battaglie si fanno sulla fronte del Mincio. Cos fu nel quarantotto...
"Brutto insegnamento salt su a dire allora il quarto mio capitano, un Colorni milanese, che sin allora se n'era stato zitto a fumare il sigaro, e solitamente parlava pochissimo. "Brutto insegnamento, e brutta esperienza, che non vorrei veder ripetuta.
"Ma nel quarantotto, mio caro Colorni rispose il San Martin "il nostro esercito era il piemontese, cio un'armata salda e sicura quanto si vuole, ma sempre minuscola, e con i scarsi e infidi aiuti dalle altre parti d'Italia. Eccezion fatta soggiunse poi guardandomi "pei volontari toscani. Continuava a fissarmi, io feci cenno di avere inteso e che poteva continuare. "Oggi all'inverso noi schieriamo in campo venti solide divisioni, e possiamo portare al fuoco pi di duecentomila baionette, quasi quarantamila sciabole e poco men di cinquecento cannoni, non contando i volontari del generale Garibaldi. Che cosa possono opporci gli imperiali? Neanche centomila baionette, una dozzina di migliaia di sciabole e non pi di censettanta cannoni. L'alleanza con la Prussia fu tanta manna, e raramente ci capiter pi di affrontare il nostro secolare nemico cos soverchianti di numero. Se noi dunque muoveremo a massa...
Tu vedi che questo per l'appunto non accade l'interruppe Colorni. "Perch si  diviso l'esercito in due parti di forza quasi uguale? Perch non s' mantenuto il grosso l dove si era deciso di picchiare sodo, lasciando sull'altro fiume quelle truppe che bastassero per una pur sostenuta dimostrazione?
E a questo punto avrei voluto interpormi, per dire che la divisione non era stata fatta pensando alle necessit della
guerra, ma invece per appagare le ambizioni dei due nostri generali pi grossi e pi lustri e pi vogliosi di comandare; che l'uno non intendeva sottoporsi all'altro, e difatti l'armata del Po fu lasciata libera di comportarsi a suo capriccio, e il general Cialdini se ne rimase a chiappar pispole in riva al nostro maggior fiume, al posto di traversarlo con gli equipaggi da ponte che avea in abbondanza, e d'investire gli austriaci sul fianco sinistro e sul tergo. Ma mi trattenni perch reputavo che un comandante non debba mai giudicare, dinanzi ai sottoposti, i propri superiori, specialmente quando si  alle porte coi sassi e sta per cominciare la buriana. Decisi anzi che s'era fin qui
disputato anche troppo e che bisognava stare vicini ai nostri uomini, solleciti a ogni loro necessit.
"Signori, dissi dunque levandomi in piedi "non rubiamo
il mestiere agli astrologhi e neanche allo stato maggiore. Sar quel che sar. A noi tocca eseguire a puntino le disposizioni che verranno.
I quattro miei capitani salutarono, io risposi al saluto, e ciascuno ritorn al posto suo. Il sole era oramai a picco e il caldo si faceva sentire; il bravo Cecchino maresciallo delle vettovaglie, uom capace di trovarti il latte di gallina in mezzo al deserto, avea comprato non so dove un bel barile di vinello bianco, e ne tocc una borraccia piena ogni cinque uomini, i quali adesso se ne stavano in panciolle all'ombra senza pi voglia di discorrere e men che mai di cantare. Era un riposo provvido e fors'anche necessario, giacch presto tutti avrebbero guardato in faccia il nemico.
Cos pensavo io, ma non cos pensava il colonnello Zerega che, comparso a un tratto da dietro il gomito della strada, a cavallo, principi a berciare e fece a me una grande intemerata, accusandomi di tenere gli uomini come beoni all'osteria, e in atteggiamento indegno di soldati, con la goletta aperta e le fibbie disfatte e le scarpe fuori dei piedi, o anzi meglio i piedi fuor delle scarpe. "Rimetta ordine nel suo battaglione, e si tenga pronto a muovere perch a minuti dovremo marciare, e mi dica lei se marciare  possibile in quell'arnese.
Scorsero i minuti, scorsero le ore, n si marciava. Poi la tromba suon Siamo ricchi e poveri e noialtri ufficiali corremmo al gran rapporto, che fu sull'aia d'un cascinale, con il signor colonnello a concionare ritto sopra un truogolo, mancandogli miglior tribuna, e i villani che lo stavano a guardare con la zappa in mano, in mezzo alle galline che continuarono a becchettare senza dargli gran che d'ascolto. Le parole furon tante, ma il sugo poco: a minuti si sarebbe marciato, che i battaglioni si tenessero in buon ordine, e i comandanti riferissero prontamente ogni novit. La disposizione della marcia voleva la brigata Pisa davanti alla nostra, il 44 a precedere il mio reggimento, i quattro battaglioni in fila secondo il numero loro,
il treno alle calcagna del quarto, le bandiere in testa col sottotenente alfiere e la sua scorta d'onore, proprio come se ci toccasse sfilare in parata.
E invece non si andava: il campanile di Monzambano ci marc puntuale le ore, le repliche, i quarti e le mezz'ore, e le truppe restavan l sul ciglio di quella maledettissima strada polverosa, come incollate. Il sole scese a baciare i poggi alle nostre spalle, venne graditissima gi per la valle del Mincio la brezzolina della sera, e finalmente ci fu ordinato di prepararci a passare la notte bivaccando al sereno. "Oramai concluse il signor colonnello Zerega "si marcer domani.
Lo sbugiardarono di l a tre o quattr'ore le trombe, che suonarono tutto di seguito sveglia, radunata e avanti, rompendo quel riposo meritatissimo dopo un giorno intero d'ozio senza requie, che stanca pi della fatica, come ben sa chi  stato mai sotto le armi. Gli uomini si destarono taroccando, peggio di loro taroccavano i sergenti, cui spettava l'ingrato compito di far eseguire la sveglia, strappando le coperte di dosso ai pi insonnoliti e tirando per i piedi i pi restii; ma non appena le teste furono ben snebbiate del sonno, e le gambe sgranchite, tutti di buon animo si disposero finalmente a marciare, preferendo di gran lunga all'inedia una bella scarpinata oltre il Mincio, su per i poggi e per la piana incontro agli imperiali.
Io fui pronto in un battibaleno, e Oreste prima di me. Aveva gi preparato la sacchetta delle mie robe, e devo dire subito che durante tutta la battaglia non so come me la sarei cavata senza di lui, e tanto per cominciare ripeter quanto gli fui grato di non aver buttato via le mie vecchie ma comode e buone scarpe, poco e nulla fidandosi delle nuove, tormentose e strette com'erano per la scelleratezza del ciabattino
Copraccari, al quale non cesso di augurare il canchero ogni qual volta ci ripenso.
Comunque sia, io marciavo giulivo e spedito in testa al mio bel battaglione, il quale sfil in buon ordine sotto il castello di Monzambano, che ci sovrastava con la sua mole massiccia e nera nel buio. In capo al ponte segnavano l'imbocco quattro carabinieri con le lanterne, ed era con essi un capitano che sollecitava a rompere il passo, giacch un riparto che marci alla cadenza pu con le sue stesse oscillazioni far crollare la luce pi solida, o almeno cos m'assicura chi di queste cose s'intende.
Passato che fu tutto il battaglione, mi rivolsi al capitano Dossena che in quel momento mi camminava ai fianchi e gli dissi: "Dossena, siamo in terra veneta. Facciamo voto di liberarla tutta quanta, e brindiamo insieme alla fortuna delle nostre armi. E siccome subito dopo ci fu l'alto, chiamai anche gli altri tre capitani, e la mia borraccia fece il giro, finch non ne fu scolata l'ultima goccia del vinello di cui me l'aveva fatta piena il maresciallo Nebbia.
"Che santo  mai oggi? feci poi rivolto a Bertini, e siccome lui parve non capire continuai cos: "Ma diamine,  la festa di san Giovanni Battista, che la vostra zecca mise illo tempore a cavallo sul fiorino d'oro. Non so se tu sei buon credente, ma sar sempre bene tenersi amici i santi nostrani, e io confido che un santo fiorentino debba essere di buon augurio. A san Giovanni, dunque!
"Che non vuole inganni rispose il capitano Bertini. "Gli auguri van bene continu dopo che fu ripresa la marcia "ma guarda che tuttavia qui si comincia di molto male.
Passato infatti il ponte di Monzambano, e mentre tutti ci aspettavamo di voltare a mano manca, il colonnello Zerega diede invece ordine di pigliare a destra, lungo la strada che corre accosto al fiume. "Dove andiamo noi mai? chiese Bertini. "Non  questa la strada che mena a Valeggio?
"Mi pare di s risposi.
"E che ci andiamo a fare a Valeggio? incalz egli. "Valeggio  testa di ponte, e a quest'ora sar intasato peggio del Fillungo la domenica.
"Forse di l non sono ancora passati, osservai "o forse gli austriaci hanno rotto quel ponte.
"No ribatt Bertini. "Si sarebbe sentito il tonfo. E se non sono gi passati,  male, perch le teste di ponte o si fanno tutte in una volta, o non servono a nulla. Mi venga un accidente se ci capisco qualcosa.
Io non aggiunsi parola, anche perch in cuor mio gli davo ragione, e intendevo come il suo ragionamento non facesse una grinza, ma preferii che gli uomini, i quali aguzzavano le orecchie a sentirci parlare, non si turbassero con quei dubbi. Continu dunque silenziosa la marcia per un par di miglia, e le prime luci dell'alba cominciavano a svelarci le due rive del fiume. La strada costeggiava appunto quella sinistra, seguendone a puntino i gomiti e le anse incassate fra poggi dolcissimi e verdeggianti, restati a macchia, a sodo, e talvolta a pascolo.
Quante belle piantate vi si potrebbero fare, pensai, di alberi da frutto e di vigne specialmente, e invece per la cattiveria degli uomini queste rive son lasciate inutili ad aspettare di non veder altro che eserciti schierati a battaglia. E lo stesso sentii ripetere da parecchi miei uomini, che erano in massima parte contadini, e perci bravi a marciare e a battersi, giacch come giustamente afferma il proverbio, buon soldato vien dal prato. Ne discorrevano a bassa voce, e anche il capitano Dossena volle dire la sua, da quel buon letterato che era. Indicandomi le acque tranquille del fiume, cos recit:
Ivi convien che tutto quanto caschi
Ci che in grembo a Benaco star non pu,
E fassi fiume gi per verdi paschi.
Tosto che l'acqua a correr mette co,
Non pi Benaco, ma Mencio si chiama Vino a Governo, dove cade in Po.
"Vede lei, signor maggiore, continu poi "come padre Dante abbia pulitamente descritto la nostra fronte da Peschiera a Governolo? Nel nostro maggior poeta l'invenzione si sposa sempre e felicemente all'esattezza, e questo  per me
segno d'arte grande. Si potrebbe quasi andare in battaglia con un dantino in tasca, sicuri di trovarlo pi preciso di mille carte topografiche.
Io gli diedi ragione, ma dovetti anche pregarlo di tacere, e comandai che tutti chiudessero il becco, perch la sinfonia era terminata e stava per cominciare il prim'atto. Tanto vero che, voltato un ultimo gomito della strada, comparvero alla vista le tre torri scaligere che sovrastano l'abitato di Valeggio.


Capitolo XI.

Sono passati dieci anni da quell'infausta giornata, ma i preti di Valeggio continuano ancor oggi, al d ventiquattro del mese di giugno, a spargere acqua santa per ogni contrada, e pi abbondante al Broletto, dove su per i muri sta scritto come la bestemmia sia roba indegna d'un popolo civile, e da lasciare ai selvaggi, tanti furono i sagrati e i moccoli e i tarocchi che vi si sentirono. Eccezion fatta, forse, per il general Sirtori, fior di patriota maltrattato poi dall'invidia dei codardi, e intrepido alla testa della sua quinta divisione, ma non mai dimentico della tonaca che aveva indossato da giovane e perci alieno alle offese alla maest del Padreterno, tutti bestemmiarono, e ciascuno nella parlata del paese suo, perfino padre De Micheli, che era appunto il panciuto e sudatissimo cappellano del mio battaglione. E se non si trattenne costui dallo scomodare i santi, il lettore avr gi capito la dovizia dei fioriti moccoli in lingua senese che aggiunse il sottoscritto all'universal blasfemia. Pareva d'essere capitati in mezzo a un branco di turchi, luterani, beduini, eretici, sconsacrati e non so che altro, e tale fu il coro che se pienarono le strade e le piazze, crescendo d'ora in ora, fino a raggiungere, io credo, lo stesso Empireo, dove se il buon Dio non sent  segno che era sordo oppure che nella sua grande bont fece le viste d'aver le orecchie tappate.
Ma ce n'era cagione, perdio. Come m'avea previsto il capitano Bertini, Valeggio era intasato. Mentre su dal ponte di Borghetto continuavano a salire le fanterie, e l'occhio non arrivava a veder la fine della colonna, in paese ogni metro quadro gi conteneva quattr'uomini, e un gran di miglio non sarebbe caduto per le terre, s che non si potettero neanche fare i fasci d'armi e dar tempo ai soldati di mollare gli zaini per riposarsi, e i carri del treno passati alle calcagna di ciascun reggimento formavano una massa cos serrata che non c'era verso di farli girare n di qua n di l, e al militare s'aggiungeva il civile, s che da qualche tendone gi facevano capolino osti, vivandiere e malefemmine, tutta gente ghiotta e mai dimentica del lucro, neanche il d del giudizio, offrendo a' soldati orci di vino, forme di cacio, fiasche di acquavite, abitini della Madonna, medaglie con su impressa l'effigie del re galantuomo, e tutti si facean pagare carissimo, mentre dalle case escivano i valeggiani come per godersi lo spettacolo straordinario che offriva gratis et amore Dei l'esercito italiano.
"Vedi tu che bel rialto  questo mi disse il capitano Bertini scuotendo il capo. "E dimmi come si far la guerra, se il giudizio dei nostri generali non basta loro a nettarsi il deretano in due con un lenzuolo?
Non seppi cosa rispondergli e perci tacqui, anche perch di fronte al mio battaglione s'era fermato, a cavallo, il general Cerale, che attendeva impavido i rabbuffi del suo superiore diretto, general Durando, arrivato allora allora su dal ponte di Borghetto, a cavallo anche lui, e con dietro la scorta della sua famiglia militare.
" Che cosa mi viene lei a fare qui a Valeggio?  domand.
"Eccellenza, rispose il Cerale "eseguisco gli ordini.
"Ma quali ordini del diavolo? chiese ancora alzando la voce il generale Durando.
"Non era forse scritto ch'io dovevo per la strada di Valeggio
portarmi verso Castelnuovo e cercare d'interrompere lo stradone per Peschiera?
"Sacramento! strill tutto inviperito il Durando. "Quella strada lei doveva raggiungerla da Monzambano, passando per la carrareccia del Torrione. Dove sono le sue avanguardie?
"Appunto al Torrione, eccellenza. Torrione, Pravecchia, Montesabino rispose tutto confuso il Cerale.
"Le mandi dunque innanzi, fin su Monte Vento. E intanto lei si decida a prendere questa maledetta strada di Castelnuovo, e marci spedito. Il suo treno resti in Valeggio, e che nessuno pi s'azzardi a entrare in paese. La disposizione  perentoria, e lei la faccia eseguire: in Valeggio resti un suo battaglione soltanto, e vieti l'entrata a tutti, a costo di sparare. Animo, Cerale, mi dimostri che oltre al coraggio lei ha anche l'ingegno per comandare una divisione. Si volse, spron il cavallo e spar, lasciando il suo sottoposto rosso in viso per la vergogna di quel rabbuffo davanti alla truppa, e bramoso di rivalsa.
"In marcia url infatti di l a poco il Cerale. "Staffetta! Un cavalleggero gli si port al fianco salutando. "Al Torrione. Di' a Villarey che avanzi fin su Monte Vento, e che di l in poi ci preceda attestandosi sopra a Oliosi. Generale Dho!
"Eccellenza s rispose subito il comandante della mia brigata.
"Animo! Coi suoi della Forl si metta in stretta formazione alle calcagna della brigata Pisa. Prima che il sole sia alto dobbiamo avere Castelnuovo in mano. Chi comanda questo reggimento? Che reggimento ?
"Quarantaquattro fanteria, eccellenza. Colonnello Zerega cavalier Isidoro si present il mio superiore.
"Zerega, lasci stare il cavaliere, che non  tempo di cerimonie, e si metta in marcia. Animo!
"Reggimento avanti! url subito lo Zerega, ma Cerale l'interruppe:
"Attenda! Distacchi un battaglione, che rimanga a Valeggio a far eseguire l'ordine di sua eccellenza il general Durando.
Zerega si guard intorno, ferm gli occhi su di me, ed erano occhi incattiviti, s ch'io presagii subito il peggio, che difatti venne, dopo un quarto d'ora appena di marcia sulla strada di Castelnuovo. Vidi lo Zerega risalire a cavallo la colonna del reggimento, e giunto che fu dinanzi a me, tir le briglie, e puntandomi l'indice contro come se fosse una pistola, mi disse:
"Maggiore, lei ritorner a Valeggio, e badi bene non un soldato di pi abbia a entrare in paese.
Il lettore avr gi capito la rabbia che provai, avendo io gi piene le tasche di Valeggio e di quell'orribile confusione. Alla guerra, pensai, io venni per battermi, e non per rubare
il mestiere ai gendarmi, facendo eseguire i divieti posti ai miei medesimi compagni d'arme. M'azzardai persino a obiettare: "Colonnello, non si potrebbe affidare tale compito ai carabinieri, che sono pi pratici di queste cose?
"Taccia, url lo Zerega "se non vuole che la metta agli arresti, ed eseguisca il mio ordine.
"Sissignore risposi portando una mano al chepp, e poi, volgendomi verso i miei uomini, e sfogando in quell'ordine l'ira che m'arrovellava, berciai: "Secondo battaglione alto e front'indietro, marsc!
Il comando fu ripetuto dai capitani, e mugugnando gli uomini ripresero la strada di Valeggio, dove la confusione era un poco scemata, per non esservi pi con le sue truppe il generale Cerale. Giunti che fummo nel Broletto, ci attendeva con la sua famiglia militare il general Durando, il quale mi chiam e mi chiese:
" questo il battaglione comandato a mantenere l'ordine nella piazza?
"Sissignore risposi.
"Animo!  vitale pei nostri riparti che a Valeggio nessuno pi entri. Lei bloccher coi suoi uomini la strada che dal ponte penetra nell'abitato, e provveder a che il treno gi qui arrivato sia disposto nel miglior ordine, e dia il minor ingombro. Ancora: su al castello, che  il nostro osservatorio, non sosti anima viva, ed ugualmente sgombro sia il sentiero che mena lass. Animo, maggiore!
Salutai e m'accinsi subito a quell'impresa per niente gradita: disposi la compagnia di San Martin all'imbocco della strada che s'addentra fra le case, assegnai a Colorni la cura del treno fermo l al Broletto, comandai a Dossena di disporre i suoi lungo l'erta che da Borghetto sale al paese, presi con me la compagnia di Bertini e la portai su per il sentiero del castello, lasciando un pelottone a guardia, e schierando l'altro sotto i tre torracchioni eretti illo tempore dagli Scaligeri, e in buona parte diroccati. Di l scacciai gli oziosi, civili e militari, che ancor vi sostavano, e finalmente si pot respirare. Accendemmo un sigaro e volgemmo l'occhio sul vasto panorama.
E veramente da quella felice altura si scorge vastissimo tratto duna campagna dolcissima, di poggi ondulati fino a quetarsi nella piana che taglia come una gran riga lo stradone di Villafranca, e tutto  d'un verde tenero cos diverso dal verdone cupo della campagna fiorentina. Lo dissi al mio bravo Bertini, e insieme concludemmo rammaricandoci che una cos bella veduta di macchie e sodi e pascoli, con fronde e acque limpidissime, e specialmente quelle che dietro di noi versava
il Mincio in mezzo al Borghetto, e vi s'aggruppavano le casipole come papere al bagno, fosse guasta dall'ingombro di uomini, carri e cavalli, e tutti animati dalla perversa volont di uccidere.
"Vuol dire che ci ritorneremo a guerra vinta col cesto della merenda e i fiaschi del vino termin Bertini.
"E magari anche con le nostre spose, se quel giorno le avremo aggiunsi volentieri io, ma da queste considerazioni ci distolse all'improvviso un vicino zoccolar di cavalli sui sassi
del sentiero che sale al castello, e voltandoci vedemmo un bel vecchione sopra i sessant'anni, coi gradi da generale, e insieme a lui due cavalleggeri e un tenentino elegantissimo, il quale cavalcava una bella giumenta.
"Ecco l il marchese Ferrer della Marmora mi bisbigli Bertini saltando in piedi e ordinando subito al pelottone di pigliare le armi per il saluto.
Lamarmora fece cenno che stessimo pur comodi, e rivolto a me disse:
"Comanda lei, maggiore, il battaglione assegnato a tenere l'ordine in Valeggio?
"Sissignore risposi, ma il tenentino che al generale s'accompagnava non parve contento e mi volle correggere.
"Dica eccellenza ordin.
"Sissignore replicai. "Vale a dire, s eccellenza. Comando
io il battaglione.
"Bene continu Lamarmora. "La prego caldamente di vigilare bene. Lei sapr di certo l'importanza che per noi ha questa posizione di Valeggio. La si potrebbe paragonare a un imbuto, per il quale scorre l'olio delle nostre forze. E non a caso io dico olio anzich acqua, perch lo scorrimento c' di necessit non agevole. Occorre che quest'imbuto rimanga sempre il pi possibile sgombero e libero da feccia. A lei il compito, maggiore.
"S, eccellenza risposi, e me ne restavo l senza saper che altro dire, quando ci colp le orecchie un fragoroso
strombettio e dallo stesso sentiero comparve una masnada di pezzi grossi, tutti bardati e carichi di medaglie peggio che le mule del papa. Non potei godermi in pace quel bellissimo spettacolo, perch una voce grid: "Ecco che arriva Sua Maest e difatti l'omaccione che cavalcava al centro del gruppo, acceso in volto sotto i grandi baffi era, n pi n meno, il re galantuomo, spiccicato come lo avevo sinora visto qualche volta sulle monete da cinque lire. Il general Lamarmora gli diede l'evviva e mosse a incontrarlo, il pelottone present le armi, Bertini ed io, impalati sull'attenti, accennammo a voler snudare la sciabola, ma il re con un sol gesto fece intendere che certe cose vanno serbate per le feste dei tempi di pace, smont da cavallo, e preso sottobraccio il Lamarmora, s'accost a un dei torracchioni, donde meglio si scorgeva il campo della prossima battaglia. Tutti gli altri, e anch'io, ma non il Bertini che dovette suo malgrado restarsene vicino al pelottone, gli furono intorno, e in questo modo io ebbi la fortuna di starmene a sentire con le mie buone orecchie quel che l si disse.
Un ufficiale del seguito avea cavato da una borsa una grande carta topografica, che fu stesa sull'erba, e con quella i due grand'uomini, chini, andavano paragonando il terreno che di lass si riconosce.
"Vostra Maest pu benissimo vedere esord il Lamarmora "come si sviluppi la nostra marcia incontro al nemico. Verso Monzambano rimase la seconda divisione del Pianell a guardia di Peschiera, caso mai ne tentassero di sortire gli austriaci. La prima divisione del general Cerale sta avanzando sulla strada di Castelnuovo, e dovr attestarsi a cavallo dello
stradone di Verona...
"E cos' mai quel polverio ch'io vedo? l'interruppe il re accennando da quella parte.
"Pattuglie di cavalleria nemica in perlustrazione, immagino rispose il Lamarmora e continu: "Cerale dovr mozzare le comunicazioni con Peschiera. Ecco l davanti gli uomini di Sirtori, cio la quinta, e i granatieri di Brignone sui poggi attorno a Custoza, a proteggere la marcia, gi verso Villafranca, dei generali Govone, Bixio e De Sonnaz. Sua Altezza Reale ha gi raggiunto la posizione che gli assegnai, nel borgo di San Giovanni, l oltre Villafranca. Vostra Maest ha sotto l'occhio il primo e il terzo corpo d'armata. Il secondo da qui non lo si vede, e sta operando nel terreno del Serraglio, per poi investire Mantova...
"E Cialdini? l'interruppe ancora il re. Lamarmora si schiar la voce, poi lev di tasca un dispaccio.
"Raccomandai caldamente al Cialdini di fare presto il passaggio, gittando i suoi ponti sopra il fiume, ed ebbi assicurazione che ci avverr domani o dopo, essendosi da noi fatta quella forte dimostrazione sul Mincio che il Cialdini mi chiese. Avremo cos lo Scudier fortemente impegnato, quando si verr a battaglia.
"E quando ritiene ella che ci debba accadere? chiese il sovrano. "Dove pensa che stiano ad aspettarci gli austriaci? "Non ruppero i ponti, e questo  il segno che ci vogliono impegnare ben pi innanzi, diciamo pure sotto le mura di Verona, che  la loro pi forte base di operazioni.
Il re pareva pensoso, si torment i baffi, volse lo sguardo alla sua sinistra, poi ripet: "Quel polverio non mi piace affatto."
"Vostra Maest non deve darsene pensiero. Il grosso delle forze nemiche non ha ancora passato l'Adige. Quella gran polvere  sollevata apposta dalla cavalleria austriaca per farci credere d'aver l pi uomini che non vi siano. Ma si ritireranno senza attaccar battaglia.
Proprio in quell'istante tuon il cannone. Erano passate le sei da un quarto d'ora. Dopo la prima botta ci fu silenzio, e tutti ci guardavamo in faccia l'un con l'altro, quasi interrogandoci, dubbiosi d'aver sentito giusto, ma ecco subito altri tonfi staccati, e poi addoppiati e rinterzati, finch presto fu uno stamburio continuo e fragoroso. A fatica sentii la voce del sovrano che, rivolto al Lamarmora, chiedeva:
"Che cannone  questo?
Ma fu una domanda retorica, perch anche una recluta avrebbe capito che questa non era la nostra artiglieria, bens le bocche da otto libbre, quelle austriache, che tiravano a shrapnel. Lamarmora, per tutta risposta, si mise sull'attenti, port la mano alla visiera e rivolto al re disse: "Sire, ho l'onore di porgerle idealmente il primo fuoco.
Vittorio Emanuele non rispose, gli diede un'occhiataccia, fece cenno alla sua famiglia militare che era tempo di muoversi, mont a cavallo e se ne andarono tutti gi per l'erto e ciottoloso sentiero, lasciando il generalissimo solo col suo ufficialetto e i due cavalleggeri.
Egli rest l a meditare con gli occhi socchiusi, poi decise di scendere al paese anche lui, e mi preg caldamente di accompagnarlo, mentre Bertini sarebbe rimasto l sotto i
torracchioni diruti a tener lontano gl'importuni da quell'importantissimo osservatorio. Tenni dietro come meglio mi riesc a quel quartetto di cavalcature, e giunti che fummo davanti al municipio, Lamarmora mi lasci fuori ed entr a parlamentare con il general Durando, raccomandandogli caldamente non so bene che cosa, perch io non sentii, e non m'azzardo a indovinare, n voglio dare al mio lettore altro che quanto sentirono le mie orecchie e videro i miei occhi in quell'infausta giornata.
Chi volesse saperne di pi, vada a trovare le pagine che in questi anni si scrissero in sovrabbondanza dai pezzi ben di me pi grossi, ma io dubito ch'egli verr a capo di molto, perch se anche tutti costoro dichiaravano fin dal titolo di voler gittate lume sulle ombre di Custoza, in verit abbuiarono ciascuno la sua parte, al solo scopo di scansare le proprie colpe e di far cadere la vergogna sul groppone altrui.
Io m'affaccendavo, con poco sugo ma facendo di necessit virt, a serbare l'ordine in Valeggio, e i miei capitani mi diedero in questo il meglio di s. Ci fu annunziato che stava per arrivare la riserva del primo corpo d'armata, e che si sarebbe radunata nel Broletto, donde perci si dovettero rimuovere i carri, e a ci provvide il capitan Dossena, che li avvi fin dentro la villa dei signori Maffei, i quali ci aprirono di buon grado i loro cancelli.
Poi, e questo tocc a Colorni, si dovette ripulire il terreno dalle brutte vestigia che ci aveano lasciate cavalli e muli, ci che fu lavoro ingrato e per niente odoroso, paragonabile soltanto a quello che a' suoi tempi fece Ercole forzuto nelle stalle di Augia, ma gli uomini vi si rassegnarono pur taroccando sotto i baffi com'era lor diritto.
Indi sfilarono certi begli squadroni di cavalleggeri
d'Alessandria, e imboccarono la strada di Villafranca. Dalla parte di Castelnuovo la confusione dei riparti, dei cannoni, dei cavalli, delle staffette, era terribile, e mentre andavo di l per vedere come se la cavava il mio bravo San Martin, incontrai di bel nuovo il general Cerale, riccio e rigido sopra il cavallo, con il sigaro in bocca, mentre leggeva un messaggio marcando le parole col muover delle labbra. Finito che ebbe la sua lettura, non rattenne un moto di stizza, si rivolse all'innocente staffetta, la minacci col pugno e le grid: "Corri dal general Villarey, e digli che se ha paura, perdio, di prendere quella posizione alla Campagna Rossa, lo dichiari, e andr io stesso di persona contro il nemico.
La staffetta part a briglia sciolta, e recava la morte.  fama infatti, ma non leggenda, che il prode nizzardo, quando sent quell'ambasciata, divent pallido, chiese di baciare la bandiera della brigata Pisa, chiam a s il figlio giovinetto che lo seguiva in guerra, gli strinse la mano e cos gli disse:
"Signor di Villarey, rammentatemi alla vostra infelicissima madre. E ora muoriamo da gentiluomini, perch quest'oggi si deve morire.
E fu facile profeta: sospinto il cavallo, gridava "viva il re! agitando il berretto e subito precipit a terra freddato da due palle nemiche.  anche fama che il generale austriaco Piret, comandante della brigata donde part quel fuoco, la sera della battaglia and a cercare il cadavere del suo prode nemico, e lo salut con la sciabola. Uomini di questa tempra combattevano dunque nelle nostre file, e ancor oggi se io ripenso a tanto valore sprecato per l'inettitudine e la malignit di chi tutti sappiamo, mi vien voglia di mordermi i gomiti oltrech le mani.
Ma torniamo al fatto. Terminata che fu la pulizia del Broletto, dove si assembrarono in bell'ordine gli uomini della riserva, che tuttavia il general Durando non si decideva a far marciare, io me ne ritornai su al castello, sia perch volevo rammentare certe faccende al capitano Bertini, sia perch ero in grande ansia di vedere coi miei occhi quel che stava succedendo, e cosa significasse tanto fragore che ci giungeva da ogni parte alle orecchie.
Trovai Bertini seduto sopra un sasso, coi suoi soldati attorno, che dopo aver scrutato con un binoccolo l'orizzonte accenn gi dritto dinanzi a s. Il polverone era sorto anche da quella parte, e vi tuonava il cannone: da Sallonze a
Ganfardine era tutta una battaglia.
"Hanno attaccato con la cavalleria, gi nel piano mi disse Bertini come se continuasse un discorso gi principiato.
"Come lo capisci? gli domandai.
"Tu vedi la polvere come s'alza repentina mi rispose. "Segno che sono zoccoli a pestare il terreno.
Restammo un bel pezzo a guardare, e a un tratto in fondo allo stradone di Villafranca e sui campi attorno fu un disordinato fuggir via di carri dietro ai quali s'intravedeva un precipitar di torme urlanti.
"Hanno rotto! Hanno rotto!  urlarono i soldati, ma il capitano Bertini fece cenno che tacessero, e dopo aver di nuovo scrutato la campagna col binoccolo, trasse un sospirone e ci spieg:
"No, ragazzi, non hanno rotto. Con quest'arnese si vede meglio, e cio che fra i fuggenti non ci sono fantaccini di linea, ma soltanto civili del treno e conducenti dei nostri carri militari.
"Che segno  questo? domand allora un sottotenente.
" segno rispose il capitan Bertini "che attaccati dalla cavalleria i nostri hanno, come si conviene, formato i quadrati, e gli austriaci non sono riesciti a romperli. Tuttavia ci sono passati nel mezzo, piombando sopra i nostri cariaggi, che siccome son gente poco pratica hanno creduto anche loro d'essere presi, e ora scappano peggio della lepre. Ma voi non dovete temere: quei cavalli austriaci bisogner pure che ritornino ai pascoli loro, e per ci fare ripasseranno dritti fra i nostri quadrati, dove li aspetta una seconda tribbiatura. Bixio e Umberto sanno il fatto loro.
"Meglio cos, intervenni "ma di sicuro non ci fa bene per niente quest'altra confusione in retrovia. Maledetti siano i treni e chi li fece passare da questa parte del fiume. Ma cosa
s'immaginavano? Che si dovesse andarcene a far merenda?... "Merenda, tu dici? m'interruppe il capitano Bertini. "Pane e tossico ci sar da mangiare. Qui tra poco li abbiamo tutti in collo, questi pelandroni.
" vero esclamai. "Bisogna pararli, e subito. Sveglia!! Orestino!
"Sor maggiore, eccomi qua rispose la mia ordinanza. "Va' subito a cercare il capitano San Martin, e digli che porti la compagnia all'imbocco dello stradone di Villafranca. "Scappo rispose Orestino, e prese gi a corsa per il sentiero.
"Bertini continuai con voce pi bassa. "Tu resti qui. Occhi aperti, e se c' novit, mandami ad avvisare.
"Sta' tranquillo rispose Bertini.
"Io scendo in paese, e mi prendo anche Colorni e Dossena. Ci vorr tutta la forza a reggere questi scellerati. Saran passati cinque minuti, e le tre compagnie eran pronte in buon ordine nel punto preciso dove lo stradone di Villafranca entra fra le casipole di Valeggio. I capitani furono presto avvisati:
"Il treno militare dissi "potr passare, e lei capitano Colorni coi suoi uomini bader che girino subito verso la villa dei Maffei. L dentro, faccia staccare i carri, e che siano acculati in fila stretta, da pigliare il meno posto che si pu. I quadrupedi contro il muro della villa, e che abbiano fieno, cos stanno buoni. Capitano Dossena!
"Signors fece il giovane letterato cremonese.
"Al treno civile vieti il passaggio. I carri sono gi troppi e impicciano. Se di bisogno, alzi la voce e magari anche le mani, e li ribalti fuor della strada.
"Sar fatto m'assicur.
"Il capitano San Martin mi stia ai fianchi conclusi. "Ci terremo schierati sul ciglio, a far da imbuto, e da tappo insieme. Lo so, non  mestiere nostro, ma la malasorte, e il colonnello Zerega, ci han voluti qui, e faremo il nostro dovere.
"Va senza dire rispose il San Martin, sorridendo, e accese un sigaro. Non s'era neanche levato i guanti bianchi.
La torma dei fuggiaschi era oramai alle viste e la confusione che segu fu la pi straordinaria che mai io avessi incontrato in vita mia. Se fu facile abbastanza stornare i primi carri, sceverando i militari dai civili, e destinando i primi alla villa Maffei e i secondi ai campi, pi che possibile lontani dallo stradone, quelli che vennero poi, cui sembrava ancora di sentire sul collo il fiatone degli ussari imperiali, non connettevano neanche pi, e urlavano di paura, e le bestie si imbizzarrivano, e minacciavano di travolgere cristiani e traini a un tempo. Bisogn che gli ufficiali alzassero la voce sopra le righe, e sguainassero le sciabole, non lesinando persino qualche buona piattonata sul groppone dei cavalli, e degli uomini, e - ahim debbo confessarlo - delle donne, perch si deve sapere che nel treno civile non mancava la rappresentanza del gentil sesso, ammettendo che non era usurpata la gentilezza, attribuendola a quelle megere, figlie del demonio e del peccato, che la stoltezza dei nostri comandi avea lasciato passare di qua dal Mincio.
Ne ricordo una, scarmigliata e rossa in viso, con le sottane succinte, le briglie in una mano, con l'altra armata di frusta minacciava i miei uomini che la volevano far scendere, berciando d'aver con s il permesso firmato dal general Durando, e a un certo punto lev dal petto un foglio scritto e
lo sventolava come una bandiera. "Leggete, leggete, urlava "voi maledetti fetenti e carognoni, che non siete buoni di far la guerra all'austriaco e la fate alle signore.
Sentii queste parole ingiuriose, e le sent Orestino, che non seppe pi reggersi, e dimenticando il rispetto che si deve alle donne, agguant il fucile, e se non lo trattenevo, dava la puntata con la baionetta infilzando quella poltrona. Ma lo trattenni, e intanto lui berciava:
"Brutta sudiciona vergognosa, ritorna nel rialto, e restaci ad aspettare il tuo general Durando, pelandrone pi di te.
Come Dio volle la malafemmina si mise paura e scese dal carro, che subito fu ribaltato nel campo, e lei corse via lanciandoci a tratti, a mo' di contentino, qualche epiteto che non star a ripetere perch me lo vieta la buona creanza. Penammo pi d'un'ora, e gli uomini sudavano bestialmente e s'impolveravano su quello stradone, che per in qualche modo fu sgombero, e potemmo rifiatare, ritraendoci finalmente fino al piazzale davanti al municipio. Arrovellavo dalla sete, e fu come la manna agli ebrei nel deserto la borraccia piena di vino bianco che mi porse il maresciallo Nebbia.
"Beva, beva, sor maggiore, mi disse "cerchi di non strozzarsi, perch la capisco la rabbia che lei ha in corpo.
"Tu dici giusto, caro Cecchino. E grazie d'avermi trovato da bere. Ce n' abbastanza anche per gli uomini?
"Signor maggiore, stia tranquillo. Da bere e da mangiare non ci mancher, con tanti carri ribaltati che abbandonarono i conducenti e quelli del treno civile.
cos non fu - e tanto basti a dimostrare con che dissennatezza operarono i comandi - per que' prodi che andarono al fuoco, e moltissimi erano digiuni dal giorno avanti, e aveano le borracce asciutte come la pietra pomice, e finanche ai feriti manc di che bagnarsi le labbra incartapecorite dalla febbre e dalla sete. Erano arrivate infatti in Valeggio le prime ambulanze, che fu uno spettacolo da stringere il cuore. Quei poveri ragazzi imploravano da bere, lerci di sangue, di polvere e di sudore, e la canicola e l'arsura li tormentavano pi assai delle palle rimaste loro nelle carni. Riconobbi fra i tanti certi soldati con sul chepp il numero del mio reggimento, e corremmo da loro recando le borracce piene.
"Bevete, figlioli, bevete!
Il carro dell'ambulanza sostava l davanti al municipio, e quando i poveracci si furono dissetati, ringraziandoci come anime perse, qualcuno principi a interrogarli, chiedendo dove fossero rimasti feriti, e come eran venuti alle prese con gli imperiali.
"Su vicino a Oliosi disse un di loro cui restava qualche po' di fiato per parlare. "Si marciava per quattro, la bandiera in testa, e il general Cerale non si stancava di berciare il serrate, l sulla strada incassata fra i poggi. Quando attaccarono a fulminarci co' cannoni e con gli schioppi, non ci fu verso di stendere la catena, e bersaglio grosso come s'era, attorno a me li vedevo cadere fitti come le mosche e caddi anch'io. Poi ci furono addosso i cavalli, e di certo il mio santo m'ha voluto bene, se son scampato, o forse mi pigliarono per morto, e cos non m'infilzarono le lance, n mi pestarono gli zoccoli.
"Povero figliolo, gli dissi, ripigliando la mia borraccia oramai vuota, "ma ora cerca di star tranquillo, risparmia il fiato, ch n'hai di bisogno, e pensa a guarire.
Comandai che, mentre i feriti leggeri proseguivano sulle ambulanze fino al ponte di Borghetto, e l doveano avere la precedenza nel passarvi, ai gravi si provvedesse subito un alloggiamento, e di farglielo comodo pi che si poteva, e coi pappini e coi pochi medici che c'erano, s'adoperassero quelli fra noi che aveano qualche pratica di medicare.
Un ospedale andava improvvisato, e io pensai che meglio di tutto era la chiesa, grande e ombrosa e abbastanza discosta dalla general babilonia. Ci entrai io per primo, con Orestino ai fianchi, e mi venne incontro il reverendo padre, che era un giovanotto alto e bruno, di parlantina veneta.
"Siate il benvenuto nella casa del Signore mi disse salutando.
"Grazie, prete gli risposi. "Il tuo Signore commenda pi di tutto le opere della misericordia, e misericordia grande ci bisogna quest'oggi. L fuori c' tanta bella giovent ferita che...
"Sollecitamente, m'interruppe il giovane ministro di Dio "que' giovani avranno le mie preghiere, n mancheran loro i sacramenti. Chi voglia comunicarsi, o ricevere l'estrema unzione...
"S, l'interruppi a mia volta "ma prima dell'olio santo - e che venga il pi tardi possibile - diamo loro da stendersi al riposo e all'ombra.
"Questa  la casa di Dio, disse allora il prete, alzando solennemente l'indice, "e la casa di Dio non serr mai l'uscio in faccia a' sofferenti.
"cos va bene conclusi. E diedi voce agli uomini di San Martin, il quale assegn le corv prontamente, e ci fu chi and per paglia, chi per acqua, chi per filacce e bende, e chi finalmente provvide a levar di peso i feriti dalle ambulanze e a portarli sotto le alte navate, mentre si radunavano a consulto gli uomini di medicina, radunando i ferri e disponendo farmachi e unguenti, secondo come ordinava il capitano Ghione savonese, che si prodig pi di tutti.
"Bisogner farli mangiare dissi a Cecchino Nebbia quando me lo trovai accanto. "E questa non  gente che si possa sfamare col pane e col cacio.
"Si capisce mi rispose. "Pane e cacio gli farebbe torzolo in gola. Ci vuole roba liquida, calda e sostanziosa.
"De' buoni brodi, dunque. Vedi tu di ammannirglieli presto.  E sapevo di non parlare al muro, perch difatti in un batter d'occhio le marmitte fumarono e l'odore era buono. Il mio bravo Cecchino aveva infatti gi collocato la sua intendenza, nel cortile assai vasto di un'antica osteria, che si chiam dei Tre Mori, e difatti recava come insegna le teste di tre turchi coi baffi e il turbante. S'era fatto vivo il padrone, un omettino svelto e ardito, che mise a nostra disposizione tutto quello che c'era. Nebbia me lo indic, e lui si fece avanti salutando: "Il mio nome  Fasoli disse. "Di mestiere sono oste, e apparecchio mensa ai mercanti di bestie che qua vengono il sabato. Ma oggi siete venuti voi italiani, e la mensa s'apparecchia gratis.
"Bravo Fasoli gli risposi. "Cos han da parlare gli
onest'uomini. Ma regalare, no. Il governo del re d'Italia nella Venezia non comincer di certo mangiando a ufo. Ti sar pagato il giusto prezzo, e di tuo ci metterai il disturbo. E diedi ordine ai forieri che mettessero mano alla borsa, pagando al
Fasoli il vitello e le venticinque pecore che ci vendette, e in pi non so oramai quante galline e un par di centinaia di serque d'ova, che lessate e sode furono nutrimento buono e facile da portare dove di bisogno. Cos, mettendoci di nostro il pane e il cacio che bastava e avanzava, con tanti carri abbandonati, tutti ebbero da mangiare, e i capitani disposero i turni, in modo che non si fermasse mai l'opera nostra nel portare ordine e soccorso a Valeggio. La spesa fu d'un migliaio di lire, che levai dalla cassa del battaglione finch ne ebbi, firmando col mio nome le bollette, e quando non ce ne furono pi firmai anche i pagher e li diedi al Fasoli. Il lettore non vorr crederlo, ma a battaglia finita, e persa, i generali mi chiesero ragione di questa spesa e per poco non mi mandarono sotto processo.


Capitolo XII.

"Vostra Maest ha giusto il dire, ma bisognerebbe sapere tutto!
Mentre diceva queste parole, io che ero vicino vidi distintamente due lacrime spuntare negli occhi al general Lamarmora, ed eran lacrime di vergogna, per la grande intemerata che gli aveva appunto fatta il re. Dritto in sella, il viso acceso pi del consueto, Vittorio Emanuele guardava in faccia il suo comandante supremo, che era a piedi, afflitto e come invecchiato di dieci anni. "Che disfatta! mormorava quasi tra di s. "Che catastrofe! Neanche nel quarantanove! Poi vidi che si fece forza, alz gli occhi, port la mano alla visiera e disse:
"Ora io vado a Goito, Maest, per assicurare la ritirata! Mont a cavallo, i due cavalleggeri seguirono il suo esempio, il tenentino che sempre l'accompagnava, con l'uniforme oramai tutta sporca di polvere e di sudore, fece altrettanto, e sparirono tutti e quattro.
Il re non disse nulla, e nulla fece per trattenerlo. Sono sicuro che in cuor suo benediva la partenza del Lamarmora, e s'augurava di non averlo mai avuto a comandare il nostro esercito. Lo guard andarsene, tacque un bel pezzo, e poi, rivolto forse a noi, o fors'anche parlando fra di s, disse:
"Bene. Ora riposiamoci, e domani daremo agli austriaci una buona racl. Maggiore, e ce l'aveva con me, perch mi insegnava col dito, "mi tenga questo ponte, e a tutti i costi.
Era il ponte di Borghetto, costruito qualche secolo prima dai Visconti milanesi, che avean fatto una gran bell'opera, rafforzandolo con quattro spuntoni fortificati, giacch neanche a loro era sfuggita la straordinaria importanza di quel passaggio. Le mie quattro compagnie stavano schierate in buon ordine, con l'arme al piede, proprio all'imbocco, avendo assistito a quell'infelice colloquio fra il sovrano e il Lamarmora. Ma gi avean visto passare, disordinate, quattro nostre divisioni, e gli sbandati e i feriti.
Ferito e bestemmiando come un turco era passato sul carro dell'ambulanza il general Cerale, valoroso come pochi e pronto a pagare del suo, e sarebbe stato un magnifico fantaccino, ma la nostra disgrazia volle che fosse a capo duna divisione e che del comandante non avesse n la stoffa n la sapienza. Ferito e taciturno, con sul petto i segni di due punte di lancia, pass il mio general Dho, e rispose con un cenno sconsolato al mio saluto. Anche il figlio secondogenito del re, principe Amedeo, rest ferito alla testa dei suoi granatieri, e difatti pass il ponte sopra un carro d'ambulanza, dove giaceva poggiando il capo in grembo a un caporale, ferito anche quello, ma a un braccio, e vicini a loro erano stesi altri sventurati, con addosso il morso delle palle nemiche. Sua Altezza agit la mano guantata in segno di saluto, e intanto urlava:
"Voi vedete, popol mio, che volli miei compagni nel patimento i figli della nostra amata patria. Viva il re!
Passarono feriti, laceri, sporchi, sgomenti, i fantaccini della quinta divisione, e ultimo fu il general Sirtori a cavallo. Mi guard in viso, mi riconobbe, mi si ferm dinanzi:
"Ah,  lei, maggiore.
"Agli ordini, signor generale.
"Son contento di rivederla. Qual  il suo compito? "Tenere sgombero il ponte di Borghetto, generale, risposi "e ritirarmi quando l'abbia traversato l'ultima divisione rimasta di qua dal Mincio. Appunto la divisione sua. "Bravo fece lo strenuo Sirtori con voce spenta. "Ha con s le polveri?
"Quali polveri, generale? feci io che cascavo dalle nuvole. "Le polveri per farlo saltare.
"Far saltare un cos bel ponte, generale? Lo costruirono i Visconti, e sta qui da secoli.
Sirtori sospir e si strinse nelle spalle. "Son le necessit della guerra mormor.
"E quando dovrebbe saltare? chiesi.
"Non appena qui giungano gli austriaci. Non s'impegni in combattimento, ch le forze sarebbero impari. Appena lei scorga il nemico, faccia saltare il ponte. Trovi subito le polveri, o altrimenti l'abbruci. Salut lui per primo, augurandomi la buona fortuna, e spar magro e stento sul suo cavallo.
Oramai restavo solo con il mio battaglione, e gli uomini mi guardavano come aspettando da me l'oracolo, mentre il sole principiava a calare tingendo di rosso l'occaso. La campagna taceva; dispersi i villani per i campi, s'udiva solamente il verso di qualche oca e il belar d'un gregge. Era l'ora dei pensieri melanconici, dei ricordi, dei pensieri struggenti, a cui tuttavia non potevamo abbandonarci. Che far io adesso, pensavo. Dovea toccare proprio a me l'ingrato compito di rompere questo bel ponte? E di segnare cos la fine delle nostre speranze? Ubbidire bisognava peraltro, da quel buon soldato ch'io mi piccavo d'essere, ma anche l'ubbidienza vuole senno e discrezione. Non appena giungano gli austriaci, m'avea detto Sirtori. Al primo contatto col nemico, dunque, per dirla nella lingua dei regolamenti. E non si poteva dunque...?
Il pensiero mi seduceva, e volgendo l'occhio da una parte, incontrai lo sguardo del capitano Bertini, dove mi parve leggere la stessa intenzione.
"E dunque? gli chiesi.
"Bisogna tenere il ponte rispose.
"Finch non arrivino gli austriaci continuai.
"E poi romperlo concluse egli.
"Ma non credi tu, replicai "che Borghetto sia posizione debole, e che il ponte lo si possa difendere meglio se prima rioccupiamo la piazza di Valeggio?
"Di sicuro conferm Bertini.
"E allora muoviamoci. Signori, e stavolta parlavo a tutti e quattro i capitani che erano rimasti a sentirmi in silenzio "signori, si torna a Valeggio.
In un batter d'occhio le compagnie erano formate in colonna di battaglione e si marciava spediti. Entrando in paese comandai di dividerci, s da occupare tutti gli imbocchi delle strade che a Valeggio portano, e mandai di bel nuovo Bertini con un drappello di staffette su al castello, donde meglio si riconosce la campagna circostante. Comandai ai capitani che procedessero con le dovute cautele, perch nulla si sapeva delle mosse austriache. Ma in Valeggio il nemico non c'era. C'erano semmai torme di sbandati nostrani, quali distesi per terra col capo appoggiato allo zaino, quali nascosti dentro gli usci a dormire, e io credo che dovessero smaltire il troppo vino che s'erano ingozzato per placare la gran sete. Seduto a un cantone un tamburino, tenendo lo strumento fra le gambe e le bacchette in mano, piangeva. Mi fece una gran pena, m'accostai, gli carezzai i capelli.
"Perch piangi, ragazzo?
Alz gli occhi pieni di lacrime, si soffi il naso con le dita, e sempre piangendo, con la voce rotta dai singhiozzi, mi rispose:
"Troppe volte, sor maggiore, ho suonato la ritirata. Che vergogna!
"Hai ragione, figliolo. E avrei voglia di piangere anch'io, se non fossi un uomo cresciuto, e coi baffi. Ma tu chi sei? E da dove vieni? Dalla parlata mi sembri meridionale.
E difatti il mio tamburino era orfano, abruzzese, e aveva per nome Marcello. S'era arruolato per sfuggire ai briganti, bimbo di dieci anni, ed era rimasto coi piemontesi, con nel cuore la speranza che il suo tamburo avrebbe sempre suonato l'avanti. Come per fargli coraggio, gli chiesi di farmi sentire il rullo, e lui acconsent di buon grado.
"Prova a suonar la radunata! esclamai a un tratto, e Marcello, rallegrandosi in volto, m'accontent, e ci mise anzi tutta la sua forza, s da farmi un bel rullo sonoro, che s'ud per tutto il paese, tacendo come per incanto ogni altro rumore. A sentir quel tamburo i dormienti cominciarono a scuotersi, i briachi a snebbiarsi del troppo vino, e tutti incuriositi, dapprima a due o tre per volta, poi a manipoli sempre pi nutriti, la contrada fu piena di gente che ci guardava stupefatta, e io guardavo loro.
"Avete poltrito abbastanza, giovanotti esclamai all'improvviso. "Che ne direste di dimostrarmi quanto fiato avete ancora in corpo, e quanto vigore nelle gambe, e quanto coraggio nel cuore? Orestino, e qui mi rivolsi alla mia ordinanza che non mi s'era mai staccato dai fianchi "e voi altri tre, tu, e tu, e tu li insegnavo col dito "andate subito a raggiungere le compagnie, e dite ai capitani che la radunata vale anche per loro. In cinque minuti siano tutti qui al Broletto.
Cos avvenne, e quando il battaglione fu schierato in buon ordine, e il capitano San Martin m'ebbe presentato la forza, m'accorsi che gli sbandati s'accostavano, dando segno di volersi anch'essi schierare. Era il momento di concionare, feci prendere un tavolo da dentro l'osteria del bravo Fasoli, ci montai sopra e pregando i numi che mi' dessero la rettorica d'un Marco Tullio, dissi:
"Ragazzi, quest'oggi voi ne avete viste di tutti i colori. Vi siete fatti stallieri e cuochi, pappini e vivandieri, staffette e gendarmi. La sola ventura che vi manc fu quella di battervi.
Il battaglione nostro ebbe l'incarico di tenere il ponte del Borghetto fino all'arrivo degli austriaci, per poi romperlo. Ebbene, facciamo s che a quel ponte la grifagna non arrivi mai a metterci l'ugne sopra. Restiamo in Valeggio fino a quando non scocchi l'ora della rivincita, perch ho sentito con le mie orecchie il vostro re che prometteva la riscossa per domattina. Vogliamo cominciarla noi questa riscossa? Dalle file si lev altissimo l'assenso dei miei fantaccini. "Benissimo proseguii. "E voialtri! mi voltai dalla parte degli sbandati. "Voialtri avanzi duna giornata infelice, non vorrete cancellare dall'animo vostro quel brutto ricordo, che v'occuper il cuore sino alla fine dei vostri giorni? Siate uomini, siate italiani, unitevi a noi, e vediamo se si comincia a marcare qualche zucca di tedesco col nostro piombo.
Dapprima in pochi e incerti, poi sempre pi fitti, gli sbandati accennavano a consentire, e io li vedevo rawersarsi l'uniforme, ripigliare i fucili, formare i primi ranghi, s che in capo a un quarto d'ora il battaglione s'era raddoppiato.
"Bravi figlioli! esclamai, e diedi subito le disposizioni ai capitani: che ciascuno prendesse un drappello di sbandati ad arricchire le proprie file, mescolandoli coi nostri, e si mettessero subito in marcia ad occupare i luoghi pocanzi assegnati, e cammin facendo dovean ripetere il mio discorso, suppergi, a quanti altri incontrassero, e che intanto il maresciallo Nebbia tenesse di continuo accesi i fuochi sotto le marmitte, s da avere come un gran calderone d'Altopascio offerto agli affamati, perch se i sacchi vuoti non stanno in piedi, tanto meno pu un soldato battersi a pancia digiuna.
"Chi tra voi sa stare a cavallo? urlai, e una ventina di soldati fecero un passo avanti.
"Bravi continuai. "Voi sapete dov' la villa Maffei, e l sostano oziose parecchie bestie. Andate l subito, sceglietevi le cavalcature che pi vi piacciano, formatevi in cinque pattuglie, e riconoscetemi il terreno da ogni parte fuor del paese. Partirono subito cantando, lieti come se si dovesse andare in scampagnata, e si mossero anche le accresciute compagnie, mentre io me ne andavo su al castello per seguire i movimenti e consigliarmi col bravo Bertini. Lo trovai che speculava col suo binoccolo.
"Che vedi tu? gli chiesi.
"Una grossa colonna che arriva dallo stradone di Villafranca rispose.
"Austriaci?
"Nostri. Continu a guardare, poi soggiunse: " Bixio. "Come? feci. "Si ritira per Valeggio?
" segno che hanno gi rotto il ponte di Goito spieg. "Tu rimani quass, conclusi "e io vado a salutare l'eroe di Maddaloni.
Sfil tutta la divisione, ed era ordinatissima, ma bestemmiavano. E pi di loro, in coda alla colonna, taroccava, e si mordeva i baffi, e agitava le pugna, Nino Bixio. Appena m'ebbe scorto e riconosciuto, schiacci un sagrato in lingua genovese pi grosso degli altri, e mi domand senza neanche darmi prima la buonasera:
"Hai tu visto il della Rocca?
"No risposi. "Che vuoi fartene del della Rocca? "Cacciargli una palla in testa. Il maledetto bombardatore di Capua m'ha lasciato fermo in ozio a Ganfardine, quando
io volevo muovere a sinistra, verso Custoza e Santa Lucia, dove si picchiava pi forte. Giuro a Dio che se l'incontro lo strozzo con queste mani. Hai visto tu l'effetto? E che fai tu qua sopra? continu senza darmi il tempo di rispondergli. "Vattene, vattene, levati di dosso quella tunica e stronca la sciabola. E se hai voglia di far la guerra, falla col turco, piuttosto che coi caproni generali piemontesi.
"Bigio gli risposi calmo calmo. "Mi fu comandato di tenere il ponte di Borghetto fino a che non sopravvengano gli austriaci, e ti giuro che lo tengo, e anzi se mi vien fatto qualche cartuccia la voglio bruciare. Vai pure tu, se ti fa troppo caldo...
"Ah! m'interruppe il focoso genovese. "Troppo caldo io? Ringrazia il Padreterno che portasti la camicia rossa, e ti conosco per un valoroso, o senn... Ma la voce gli si ruppe nella strozza e pareva soffocasse, mentre il cavallo, pi di lui sennato, se lo portava via.
Di l a poco tornarono le pattuglie de' miei improvvisati cavalleggeri, e dissero che per tutta la piana verso Villafranca non c'era ombra di austriaco. In mezzo a loro, e senza cavalcatura, era un sottotenente dei granatieri, il quale impugnava con la destra una bandiera, mentre la sinistra gli pendeva morta sul fianco, dentro la manica lorda di sangue. Vedendomi, alz il vessillo ed esclam:
"Le porto, salva, la bandiera del primo.
"Bravo risposi, "Fu un tempo il mio reggimento, e la rivedo volentieri. Ora posala e vai a farti medicare. 
"Maggiore, proruppe quel prode "l'ho strappata dalle grinfie dei croati, e me costata un braccio. Non voglia levarmela. Lasci che la porti ancora.
"E va bene, giovanotto. Come ti chiami? 
"Tenente Marchi, milanese. Ai suoi comandi. Dove mi destina?
"Trovati un cavallo, e tieni alta quella bandiera, che sar la tua arme, perch a sparare col fucile non mi sembri pi buono. Vattene alla prima compagnia, che sta dove imbocca in paese la strada di Castelnuovo, sventola la bandiera, e fai animo a tutti i dispersi che trovi. Vuole il proverbio che alla bandiera stia l'arme certa, e stavolta noi lo sbugiarderemo, perch la bandiera incoragger gl'incerti e aduner i disordinati. Animo, bravo Marchi!
Non poteva salutarmi che con un cenno del capo, avendo un
braccio morto e uno occupato a reggere l'asta. Un cavalleggero smont e gli diede la bestia, lui ci mont in groppa e spron verso la sua destinazione.
Era intanto disceso Bertini dal castello, con la faccia di chi reca una bell'idea. "Ascolta un po' mi fece. "Di lass, e fino a Villafranca, non si scorge ombra di austriaco...
"E me lo confermano le nostre guide intervenni. "Bene continu. "Che stiamo noi a fare qui a Valeggio? La nostra forza  di molto cresciuta e si potrebbe... Non osava dichiarar tutto, ma io lo capii.
"Si potrebbe avanzare dissi, ultimando il suo pensiero. "Di sicuro esclam. "Oramai conosciamo il terreno, e ci
si camminerebbe sopra meglio che se fosse la campagna di Fiesole.
Dove pensi che andremmo noi? domandai.
"A Verona.
"A Verona? Non ti pare un bell'azzardo?
"SI, ma la fortuna ci aiuter. Tu l'hai visto, gli austriaci han portato tutte le loro forze su quelle alture, per pigliarci sul fianco sinistro. Ora facciamo un po' di testa nostra. Dov' che meno gli austriaci s'aspettano una mossa? Proprio qui sul piano, verso Verona, che dev'essere rimasta quasi sguernita. Noi ci mettiamo sullo stradone, raccattando altri sbandati per via, finch saremo cresciuti di numero, e si trover pure qualche cannone e qualche altro cavallo. Il buio s'avvicina, il progredire ci sar coperto, e prima di notte siamo a Verona, ci entriamo di forza, vediamo se quella gente ha voglia di dar nelle campane, di pigliare il fucile, di sperdere il presidio degli austriaci. Pigliamo la fortezza, e poi staremo a vedere... Mentre parlava, vidi il viso accenderglisi d'una luce che sprigionava tanta sicurezza e tanto ardire.
"Bertini, dissi dopo averci pensato "sar una follia, ma oggi ne son successe tante, di follie, che val la pena di risicare anche questa. Si va a Verona. Presto, tamburo, la radunata. Sullo stradone di Villafranca. Tutte le compagnie in marcia! Fu pi presto fatto che detto, la colonna si form,
io la percorsi di fondo in cima salutato dagli evviva.
"Il maggiore ci porta a Verona! urlavano i fantaccini, volgendosi agli sbandati che dai campi accorrevano sullo stradone per vederci passare. "Venite con noi! Venite con noi! Stanotte si dorme a Verona! E da ogni parte altre genti accorrevano, raccattavano di per terra i fucili, entravano nei ranghi che in tal modo crescevano di lunghezza, finch ogni compagnia fu battaglione, e il battaglione ebbe la forza d'un reggimento e forse pi, con in testa il tenente Marchi, che agitava la bandiera del primo urlando ch'era arrivato il d della gloria. Sopraggiunse in quella Orestino Mazzei tirando per la cavezza due bestie, o forse sar meglio dire che eran le bestie a tirare lui. Riesc non so come a farle fermare e trafelato mi disse:
"Sor maggiore,  giusto che lei monti, e non vada pi a piedi. Eccole questa cavalla, che si chiama Dalmazia.
"Bellissimo nome feci, e ci montai in groppa. "Oreste, soggiunsi "l'altro cavallo sar il tuo, ma prendi in groppa con te questo ragazzino col suo tamburo, e statemi vicini, che ce ne sar di bisogno. Cos fu fatto e Marcello rideva dalla contentezza, mentre Orestino badava, dopo aver accorciato la staffa, a reggere le briglie, e tutti e tre ci portammo in un battibaleno in testa alla colonna, ai fianchi dell'alfiere Marchi.
"Rientrano le guide mi grid egli a un tratto. Era vero, e prima ancora di averci raggiunto urlavano che stava per caricarci la cavalleria austriaca.
"Tutti fuor dello stradone, urlai "passate la voce. Appostatevi dietro gli alberi, cos li aspettiamo a pi fermo. Ventre a terra e mirate al cavaliere. Preparate le cariche.
L'ordine pass subito di fila in fila, urlato dai sergenti, poi fu silenzio e si ud solamente il sibilo della bacchetta dentro le canne dei fucili. Chi l'ha ascoltato pu dire quanto sia lugubre e sinistro quel fischio, foriero di morte, annunciatore della carneficina imminente. Poi, nel silenzio, dapprima lontani e fiochi, indi sempre di pi sonori e tonanti, gli zoccoli dei cavalli austriaci. Erano gli usseri del colonnello Bujanovics, gli stessi che la mattina tentaron di rompere i quadrati di Umberto, e non paghi delle briscole toccate loro, s'incaponivano a volerci caricare.
"Appiattati bene urlai ancora. "Sparate a comando! Non so come, i miei uomini resistettero alla gran voglia e al prurito di sparare che ti piglia quando hai il nemico vicino. La cavalleria austriaca, che era un intero squadrone, infil di gran carriera la strada di Villafranca, e in testa avea un ufficialetto a capo scoperto che agitava la sciabola berciando nella sua atroce parlata. Vedrai che presto ti cheti, pensai, e quando lo squadrone fu tutto steso dinanzi alla mira dei nostri schioppi, comandai a gran voce il fuoco. L'ordine, ripetuto lungo la fila, si propag come un'onda, e io vidi la falce della morte mietere larga messe d'imperiali.
"Attenti, ritornano all'indietro berciai. "Pronti, fate la carica, e preparatevi a dargli la giunta!
Di l a poco lo squadrone disfatto - e non eran pochi i cavalli scossi - riattravers per il lungo la strada, e riebbe il fatto suo. Miracolosamente, l'ufficialetto senz'elmo agitava ancora la sua sciabola, e seguitava a berciare. Ma ora ti medico io, pensai quando me lo vidi fermo sulla sua bestia che caracollava impennandosi, e presa ben bene la mira feci fuoco, e al mio seguirono altri venti colpi. Ma, fosse la sfortuna, fosse quel continuo saltabeccare del cavallo, non venne fatto di coglierlo n a me n agli altri che aveano sparato. Rifeci la carica, comandai a chi mi stava accanto di seguire l'esempio, presi ancora la mira, sparammo, e quello non si decideva a cadere.
"Il diavolo lo protegge esclamai. "Allora andiamogli addosso. La baionetta in canna, e fuori!  In un baleno fu circondato da una siepe di baionette che lo minacciavano, e il mio revolver per giunta. Allora, vistosi perso, tir le briglie, con la mano carezzava la bestia sul collo finch non l'ebbe quietata, poi mi sorrise e disse:
"Eh bien, monsieur le major, c'est assez pour moi, et je me rends. Tiens! E intanto faceva frullare per aria la sciabola, la riagguant per la punta e me ne porse l'elsa. Ma io non la presi, ch non avrei saputo che cosa farmene, e gli feci cenno di smontare. Subito obbed, sbatt i tacchi, accenn un inchino, mi disse il suo nome, e attacc a discorrere in un francese cos lesto ch'io a fatica intendevo una parola su quattro.
Era dunque egli un sottotenente degli usseri chiamato Heinrich Weimer, figlio d'un dei generali che quel giorno ci combatterono, giovane scavezzacollo viennese, pi amante dei cavalli e delle donne che delle armi, e non vedeva l'ora che la guerra finisse giacch, pur essendo un valoroso, non ci trovava punto sugo, e non avea nobili motivi per uccidere gli italiani. Io l'affidai a una scorta di tre soldati, che lo portassero a Valeggio, e prima di lasciarmi egli mi strinse la mano, aggiungendo un suo malizioso augurio.
aJe vous souhaite, monsieur le major, que vous ecoterez bientt les trompettes des zouaves. Al che io gli misurai un gran manrovescio, ma lui si trasse indietro, scoppi a ridere e spar. Fu questo l'unico fatto d'arme a cui prendessi parte in quella infelice giornata. Difatti, giunta che fu la mia colonna in un paese chiamato Rosegaferro, ci raggiunsero le staffette della divisione Brio, con l'ordine di ritirarci subito, o ci mandavano a prendere dai carabinieri. I miei non volevano obbedire, e ci volle gran pazienza, infinite parole, e qualche moccolo per capacitarli, o almeno per indurli, volenti o nolenti, a fare il front'indietro e a ripigliare la strada di Valeggio. Nino Bixio m'aspettava al ponte.
"Matto mi disse quando gli fui dinanzi. "Dove volevi andare?
"A Verona risposi.
"Bravo, cos tra un'ora avevi addosso quattro brigate austriache. Va', va', che questi son sogni da poeta. Dammi retta, smetti la sciabola e piglia in mano la penna, che  quello il mestier tuo.


Capitolo XIII.

Seguirono settimane atroci, e ci fu per soprassello il veleno, prima dell'ozio senza requie di qua dal fiume Chiese, dove la nostra armata si ritir, e cos fu per il senno del re, che se avesse dato retta al general Lamarmora si sarebbe ritratto all'Oglio o fors'anche all'Adda, quindi delle marce stremanti che dal Chiese a Parma, e da Parma a Ferrara, si fecero per trasportare la truppa sul Po, e finalmente lo passammo per occupare la Venezia, vergognosamente trescata da Luigi Napoleone, s che l'avanzata nostra fino a Rovigo, e di l a Treviso, e poi su su fino al Tagliamento e alla Mira, accadde senza il bene di veder pi una giubba bianca o un baffo di croato, giacch l'arciduca Alberto, condottiero co' fiocchi nonostante la forte miopia che gli facea scambiare per cannoni i tronchi degli alberi, e dovea fidarsi di quel che gli dicevano i suoi (ma qui si vede come per comandare ci voglia prima di tutto cervello e cuore), quando fu certo che i nostri generali di tutto avean voglia fuorch di battersi ancora, raccatt armi, truppa, bagagli e carabattole e corse alla difesa di Vienna, minacciata dai prussiani dopo la solenne legnatura che tocc in Sadowa a quello spaccone del Benedek.
Un po' per ingannare la noia di que' bivacchi, un po' per sfogare la rabbia infinita mia e dei miei compagni, decisi di seguire l'avviso di Nino Bixio, e presi a scrivere, cos alla brava, come meglio poteva venire fatto a un povero diavolo che da otto anni non toglieva in mano la penna salvo, come ho gi spiegato, che per firmare l'ordine del giorno e gli imbrogli de' ghiotti, quasi sul tamburo, ma col merito di non voler di altro che la nuda verit, sempre invisa a' poltroni ma se Dio vuole amatissima dai galantuomini, di scrivere dunque le impressioni mie sulla giornata di Custoza, e me le andava stampando una tipografia toscana. I lettori furon con me pi buoni ch'io non meritassi, e comprarono quel libriccino, ma lo lesse per mia sventura anche chi dalle mie pagine esciva giustamente malconcio, e questi mi giurarono il malanno, e siccome, dopo averci regalato quella vergognosa disfatta, continuavano imperturbati a comandare, un brutto giorno io che me ne stavo a Venezia godendomi un poco di refrigerio dopo tanto solleone e tanta polvere masticata a forza, ebbi l'ordine di ripigliare il caval di san Francesco e di scarpinare gi gi fino agli Abruzzi, che mi ebbero involontario ospite per pi d'un anno, e ci passai un inverno infame.
Ho gi detto altrove della mia lieta sorpresa quando, una serataccia di dicembre col sinibbio e la neve e lo stomaco sossopra per via della mala carne di pecora che si mangiava e del vino cotto che si beveva, io entrai al caff a comandare qualcosa che mi riconciliasse coll'universo, e ci trovai un numero duna gazzetta torinese, dove Ferdinando Giannessi, appendicista letterario di poca barba ma di molto credito, lodava con calde parole quel mio libriccino. Non aveva dunque tutti i torti Nino Bixio, quando mi consigliava a smettere la sciabola e a pigliare la penna: forte di quelle lodi, presi animo e scrissi qualche altra cosarella, e cos mi sono azzardato a rifare daccapo, spero con qualche poco pi di maestria, o per lo meno con accresciuto giudizio, ora che i capelli bianchi cominciano, ahim, a crescermi sul capo, e sento i primi brividi del nono lustro, compiendosi oramai per me i quarantadue anni, e di que' fatti, scorsa un'intera decade, si pu finalmente ragionare con animo pi pacato, a rifare dunque la storia non solamente di quella giornataccia, ma seppur con parecchi sorvoli sui mesi men sodi di eventi, di tutto ci che m'avvenne dalla presa di Capua fino alla ritirata per il ponte di Borghetto.
E qui dovrei posar la penna, messo l'ultimo punto, giacch tale era il mio proposito: lasciare il mio lettore sulla riva sinistra del Mincio, e non aggiungere altr'esca al suo legittimo sdegno, e tornarmene alle mie faccende e all'affetto dei miei cari. Chiedo quindi perdono se profitto della sua pazienza, e prima di dar l'addio aggiungo poche notizie su quel che dipoi m'accadde, e mi provo, come dicono i contabili, a tirare le somme.
Dal paesaccio di Rajano negli Abruzzi, dove appunto ebbi la lieta sorpresa di leggere in un caff quelle lodi del cortese Giannessi, il battaglione si trasfer a svernare in Avezzano, e qui scorrevano i giorni senza che accadesse nulla di importante, e ad Avezzano ci trov l'anno nuovo, e poi la primavera e l'estate, stagioni che vi furono assai belle, ma che io salto a pi pari perch non ho n la voglia n la bravura di star l a descriverle come si meriterebbero. Dir invece che nell'ottobre giunse anche l la notizia di Garibaldi che, stavolta alla rinfrescata s'era mosso, e passato il confine umbro, avanzava coi suoi volontari alla liberazione di Roma.
In Avezzano erano molti e fieri i bravi patrioti, ed io ne vedevo spesso parecchi nella casa di Titta Jatosti, antico carbonaro, il quale non potea certo riprendere in mano lo schioppo, perch aveva ottant'anni suonati, ma non cessava mai di predicare l'amor della patria e il riscatto di Roma dalla tirannia dei preti. Le sue parole giungevano dritte anche all'orecchio e al cuore dei nostri soldati, e ogni tanto ce ne spariva qualcuno dal riparto. Sar andato con Garibaldi, diceva il colonnello, e raccomandava la vigilanza, perch il governo prometteva d'essere inesorabile coi disertori. In una notte ce ne andaron via quattordici, ed era facile capire che don Titta ci avea messo lo zampino, e ora sorrideva sotto i baffoni bianchi mentre sua moglie ci versava da bere.
"Ma tu che fai? mi chiedeva di continuo. "Garibaldi ti vuole, Garibaldi t'aspetta, anche solo, ma meglio sarebbe se tu gli portassi l'intero reggimento.
Era un diavolo tentatore, il vecchio don Titta Jatosti, e sapeva di non bussare invano, e che il sottoscritto era cedevole a queste tentazioni peggio che Adamo a quelle della prima donna. Invitava, come suol dirsi, la lepre a correre, ma mi tratteneva il pensiero d'essere pecora segnata nel libro nero di chi non m'amava, su al comando, e la battaglia m'infuriava nel capo.
Garibaldi, mi rivel una sera don Titta, non s'aspettava
il disastro di Mentana, ed era suo proposito riunire i suoi a Tivoli, e correre nei monti dell'Abruzzo per farvi testa, e di l smuovere il governo a suo favore, oppure raccogliervi tante forze che gli bastassero a far da solo. L'onorando vecchione che queste cose mi palesava era a capo del partito rivoluzionario, e s'apprestavano a dichiarare in Avezzano un governo provvisorio in appoggio ai garibaldini, per dargli soccorso e volontari, e quindi muovere all'assalto di Roma, senza guardare in faccia ai francesi. Essi contavano sul mio battaglione.
"Lasciatemi pensare, dicevo io "lasciatemi assaggiare lumore dei miei ufficiali. Se qualcosa s'ha da fare, facciamo bene e non ci avventuriamo col capo nel sacco. A far ridere siam sempre a tempo. 
E quella sera me ne andai, con la promessa di tornare l'indomani, portando qualche buona novit, e la speranza d'aver convinto gli ufficiali, giacch di convincere i soldati non c'era bisogno, ma d'altra parte come marciano i soldati se qualcuno non li sa comandare?
Solo in casa mia, il capo tra le mani, riflettevo su quanto mera chiesto, e io stesso desideravo, quando Oreste Mazzei, mia fedele ordinanza, entr recando un piego, chiuso col sigillo del reggimento. L'aprii e lessi:
"La S. V. partir domattina all'alba coll'intero battaglione alla volta di Tagliacozzo, per mettersi, quivi giunto, sotto gli ordini del signor generale Pallavicini, che piglia il comando dei nove battaglioni che col si debbono riunire.
Rimasi senza fiato. Io col generale Pallavicini? Peggio, col colonnello Pallavicini, che tale era il suo grado quando, quattr'anni prima in Aspromonte, avea ordinato il fuoco addosso a Garibaldi. Pratico di queste ignominie, e coi galloni del generale, aveano dunque scelto lui per spegnere la rivoluzione e arrestare la marcia verso Roma. E dunque il mio battaglione, al posto di correre a dar man forte alle camicie rosse, doveva farsi complice di simile scelleratezza.
Corsi agli alloggiamenti, chiamai l'ufficiale di picchetto (e queste le son tutte cose gi raccontate in altra parte, ma bisogna ripeterle), feci riunire i sergenti di settimana, comunicai l'ordine agli ufficiali che il battaglione fosse pronto a partire dopo mezzanotte. E intanto si and a cena. Tutti aveano inteso che la pentola bolliva di roba grossa, e mi guardavano aspettando. Mandai gi un gran bicchiere di vino, levai di tasca l'ordine firmato dal colonnello, e nel silenzio da funerale che segu, e che nessuno s'azzardava a rompere, s'ud a un tratto la voce del sottotenente Cavalli bresciano, che balzando in piedi esclam:
"Signori! vergogna eterna a chi marcer contro Garibaldi!
La gran parola era detta, e persino due capitani piemontesi, quelli di cui men mi fidavo, sorsero anch'essi in piedi, a dar ragione al Cavalli, e a giurare che era meglio la morte, piuttosto di sparare addosso a Garibaldi. E si brind tutti insieme a Garibaldi e all'Italia. Raccomandai quindi il silenzio, che si tenesse duro coi sottufficiali, perch nulla trapelasse, l'intesa era che il battaglione avrebbe finto di marciare verso Tagliacozzo, ma giunto che fosse alla biforcazione della strada, imboccasse quel ramo che ci dovea portare dal gran vecchio. Non star a ridire gli abbracci, e le lacrime di gioia, e le lodi che mi vennero dal buon Titta Jatosti quando seppe di questa decisione.
Escito che fui dalla sua casa, corsi agli alloggiamenti, diedi ordine di anticipare la sveglia, e quando spunt piovigginosa l'alba, i soldati erano ai ranghi, si fece l'appello, comandai
il fianco destro e in gran silenzio fummo fuori della citt. Dal modo come i soldati mi guardavano, capii subito che
anch'essi, cui nulla si era detto della bella novit, s'aspettavano
il meglio. E come potean dubitare se chi li comandava era un dei Mille, un garibaldino? Ah finalmente! pensavo fra di me.  arrivata l'ora della rivincita.
E invece non era. Comparvero i due abruzzesi che ci dovevan guidare, ma percorse un par di miglia, sentii un cavallo galoppare dietro di me. Mi fermai ad aspettare. Era un carabiniere che mi recava un biglietto del colonnello: "Torni subito indietro, e riconduca il battaglione al quartiere.
Che mai era accaduto? Ci aveva qualcuno traditi? Peggio: non serviva pi a niente il marciare. N contro Garibaldi agli ordini del Pallavicini, n per raggiungere la sua bandiera. Gli chassepots aveano oramai fatto meraviglie.
Aggiunger che ci furono spiate, e di quel nostro proposito fu avvertito il comando, e nuovamente si rifece il conto dei carichi che mi s'addossavano, nessuno dei quali fu scordato, dai ceffoni piemontesi, alle reiterate lagnanze alle mille lire spese in Valeggio per dar da mangiare agli affamati, come se non fosse, oltrech opera di misericordia, un dovere, per l'ufficiale che si preoccupi della salute dei suoi uomini. Mettiamoci anche quel che io scrissi sopra la giornata di
Custoza, e per farla breve dir che, scelta la stagione pi propizia, fu adunato un consiglio di disciplina e mi revocarono dall'impiego. Insieme al biglietto che me ne informava, lo stesso giorno, alla stessa ora, con la stessa volta di corriere, ecco giungermi il cavalierato dei santi Maurizio e Lazzaro, compenso al mio valore sul campo, e a me parve scorno e beffa, aggiungendo alle tante quest'altra croce, ch'io non augurer mai alle persone dabbene.
Mi son dunque fatto uom di penna, con ben poca bravura ma almeno con netta la coscienza che pu anche quella servire al bene della patria, quando sia adoprata ben aguzza e intinta nell'inchiostro della verit, perch la storia non s'arresta, e se gli anni e le forze non mi basterebbero pi oramai a scendere sul campo, e la sciabola e il revolver son l tra i trofei che spolvera ogni sabato la mia Virginia mostrandoli a' figlioli, poss'io ben infiammare con lo scritto l'animo dei giovani alle battaglie future.
E a loro vorrei rivolgermi terminando. Se ripenso ora con animo pi pacato alle vicende che mi toccarono, e alle ben maggiori sorti dell'Italia, concludo che non tutto fu perduto, e non potea perdersi in una sola infelice giornata. Non poteva, miei giovani, il pensiero di Mazzini, l'eroismo di Garibaldi, il grande cuore di tanta bella giovent italiana, il sacrificio dei nostri martiri, andare perso in una sola infausta giornata, stramazzare sotto il cannone austriaco a Custoza, affogare davanti a Lissa con le ferree navi del Persano. Non poteano tante cose belle e sante perdersi per la poltronaggine di pochi.
Garibaldi non and a Roma, perch lo fermarono gli schioppi francesi, ma alla fin fine a Roma si and, quando la provvidenza mise nei pasticci i francesi e Luigi Napoleone, s che in qualche modo noi ci siam liberati per sempre della tirannia de' preti, i peggiori nemici della nostra buona causa, salvo le poche eccezioni che voi sapete. Astretti alle loro faccende di chiesa, non accadr mai pi che abbiano ad impicciarsi del governo della cosa pubblica in Italia.
N accadr mai pi che in Italia ritorni la tirannia dello straniero, perch gli italiani son oramai fatti liberi in eterno e non soffriranno che qualcuno metta loro il piede sul collo.
Dalle libere elezioni escono parlamenti di uomini liberi, che legiferano a nome del popolo, il quale ha mandato a Roma parecchi che furon con Mazzini e con Garibaldi: dal
Depretis al Cairoli al Crispi, essi son la garenzia che i nostri governi s'adopreranno perch a tutti sia dato il pane, il lavoro, e principalmente la libert. Se io penso che oggi il ministro dell'interno si chiama Nicotera, e che le polizie pigliano ordine da lui, il quale fu con Pisacane, e pat l'ergastolo in Favignana, donde lo vidi liberato magro e stento e col colore in faccia dei poponi vernini, respiro, perch non accadr mai che quest'uomo abbia a mettere i ferri senza giustizia.
Mi son fatto uom di penna e l'adopro come meglio so per propagare la verit e l'amore d'Italia, scrivendo principalmente sui giornali, e anzi vorrei farne io uno nuovo, che sortisse la sera anzich la mattina, e portasse le novit svelto come il telegrafo, strumento e simbolo dei tempi nuovi. A questo m'incoraggiano gli amici, e il mio fido Oreste Mazzei, che non  pi la mia ordinanza ma continua a chiamarmi, come a' vecchi tempi, signor maggiore. S'adopera in ogni modo, pensa lui a correggere le prove di stampa, avrebbe una gran voglia di pigliare la penna in mano anch'egli e di scrivere i suoi ricordi, e io lo giudico abbastanza bravo, se non fosse per quel brutto vizio di ripetere pi volte le stesse cose. La mattina vuole far lui la spesa, e la consegna sorridente alla mia cara Virginia, a volte accompagna i miei figlioli alla passeggiata, e gli racconta ancora di quando mi credettero morto, e invece ero solamente ferito.
Coi miei vecchi ufficiali ci scriviamo talvolta: il Ghezzi ha lasciato l'esercito,  tornato nella sua Cesenatico, dove tiene locanda e si guadagna cos da campare. Il Bertini ha smesso la tunica anche lui, s' comprato un podere nel Mugello, ha moglie e figlioli, e bada alla sua campagna. Non occorra ch'io dica che anche il Dossena cremonese abbandon le armi per dedicarsi tutto alle lettere tanto amate, e insegna ai giovani in un liceo di Milano. Del colonnello Zerega ho giusto saputo che l'hanno finalmente mandato a riposo, e che con una sua nuora ha aperto in Rapallo una bottega di castagnacci, e questo  bene, perch cos non potr nuocere che a qualche sfortunato stomaco rivierasco. Il solo Colorni dunque, che
io sappia, e con lui il San Martin, hanno conservato la divisa: sempre capitano l'uno, mi dissero che fu abbandonato dalla moglie e che poi se ne trov un'altra; gi colonnello il San Martin,  con lo stato maggiore e gli si para dinanzi una brillantissima carriera, che merita. Il bravo e facondo
Guzzetti ha rimesso anch'egli i panni alla borghese e coi quattrini che gli lasci suo padre in eredit pu andarsene, beato lui, in giro per il mondo a conoscere posti e persone. Ma la sorte pi bizzarra tocc all'Annichiarico pugliese:  entrato in una compagnia di teatranti, che vanno in giro a divertire il prossimo, e mi dicono che lui si distingue per le facezie che sa dire, e le smorfie che sa fare, proprio come quando al primo granatieri teneva allegre le reclute.
Proprio stamani ho avuto, inaspettatissima, una lettera del tenente Weimer, quello che per sfortuna o miracolo non ammazzai sulla strada di Villafranca. In un esatto italiano, dopo avermi infinite volte I ringraziato ch'io non lo levai dal mondo (ma veramente l'intenzione c'era), m'annunzia che non torn pi mai a Vienna, che liberato dalla prigionia scelse di rimanere in Italia, e ora sta a Milano dove si guadagna il pane scrivendo i libretti per le operine buffe.
.
Valeggio sul Mincio, giugno 1964.
...
FINE.